Si dice «buttala in politica». È un modo di dire, assai frequente: lo si utilizza quando serve distrarre dai fatti, dagli avvenimenti verificabili, dalle circostanze documentabili e comprovate, dalle carte o dagli atti. Buttala in politica. Così si può parlare di tutto e di niente, il lecito si confonde con l'illecito, le libertà costituzionali coprono i divieti, il manto degli accordi avvolge i traffici, le parole velano le azioni, punibili o meno che siano. «È la politica, bellezza..». Non si commenta né si giudica, è al di sopra di tutto.
La politica è una specie di limbo, una terra di mezzo (come fu chiamata la celebre inchiesta romana che andava dai centurioni porta-voti nelle feste del consiglio regionale laziale ai faccendieri delle cooperative che si arricchivano con gli immigrati truffando la p.a.). Un mondo dove tutto è possibile, tutto è lecito, tutto è giustificato dal bene supremo del fine, che - in questa terra di nessuno - assolve ogni mezzo. Machiavelli docet.
Ebbene, è politica la scelta che Olivieri - nei giorni scorsi «parlante» col gup dopo che è stato messo agli arresti - fece nel 2019 candidando a destra l'ineffabile Di Rella, l'unico essere vivente in grado di sopravvivere e uscire indenne dalla valanga dell’inchiesta «Codice interno»? Certamente lo è.
E fu politica l'idea che Olivieri attribuisce a Emiliano di voler «spaccare il centrodestra» alle primarie per la scelta del candidato sindaco di Bari con la genialata tattica di candidare ai gazebo di destra un ex del centrosinistra in modo da affossare l'enfant prodige degli avversari? Certamente lo sarebbe, se la ricostruzione fosse vera.
Emiliano sta alla politica come Von Clausewitz alle guerre: il tatticismo ce l'ha nel sangue, da quel lontano 2009 in cui fondò in Puglia il Pd dalle ceneri Ds e Margherita prendendone progressivamente il controllo totale. Ed è da allora che detiene, senza perdere un colpo o un passo, il primato delle urne, dal Comune di Bari alla Regione. Se c’è uno spazio (politico) da occupare, a destra, al centro, sopra o sotto, lui prima o poi se lo prende. Dunque, ammesso che quel «patto» politico con Olivieri sia davvero avvenuto, dove sarebbe il dolo, la colpa, il reato? I mezzi, giusti o sbagliati che siano, sono assolti dal fine, tutto «politico».
Di fronte a Emiliano, in quei giorni del 2019, c’era chi ambiva ad imitarlo, diventare come lui regista delle tattiche politiche, Olivieri appunto. Ci ha provato per anni, salvo poi rimanerci tritato.
Insomma, era politica, nulla di più. Un luogo dove tutto è lecito, tutto è plausibile, dove i «se» e i «ma» possono alternarsi lanciando tutto nella nebulosa delle interpretazioni. Anzi, a dirla tutta, se lo scopo di Olivieri e Di Rella era davvero consumare una «vendetta» nei confronti del centrodestra, non occorreva neanche un presunto «patto» con Emiliano, perché ci stavano già pensando loro, da quella parte, a far saltare gli equillibri interni nel 2019. Veti incrociati, sorrisi forzati, alleanze labili, con Forza Italia e Fratelli d’Italia intenzionati a non far mettere alle Lega il «cappello» sul candidato sindaco. A maggior ragione se a spendersi per Romito, come ricorderanno in tanti, nelle strade di Bari ci veniva perfino il leader Salvini.
La «festa della democrazia» (le primarie del centrodestra con 14mila persone che andarono nello Spazio 7 in Fiera del Levante) era, probabilmente, segnata nel destino sin dall’inizio, con o senza i presunti «complotti» o le ipotetiche «trappole» tese dal centrosinistra di cui oggi parla Olivieri: erano sufficienti gli sgambetti interni tra le «primedonne» del centrodestra a spianare la strada all’outsider Di Rella.
Ed è sufficiente ricordare i giorni successivi alle primarie baresi, quelli della campagna elettorale per le urne vere: da un lato un candidato sindaco quasi fantasma (Di Rella), sorretto da un comitato elettorale evanescente e da una coalizione svanita dalle piazze nei veti incrociati; dall’altro un campione delle urne (Decaro) che già assaporava la conferma al secondo mandato nelle urne vere, sorretto dalle truppe unite di Michele-Von Clausewitz
Politica, solo politica, nulla di più. Politica sarà ciò che resterà dalle «rivelazioni» di Olivieri, che - legittimamente - si difende dinanzi ai giudici dal drammatico, agghiacciante quadro di una città controllata dai clan e pilotata dal mercimonio dei voti. Buttandola, appunto, in politica. E politica è la conseguenza dei suoi interrogatori, un rimpallo di responsabilità tra destra e sinistra su quegli anni, tra chi oggi si dice truffato e chi paventa querele.
Ecco, auguriamoci che l’accertamento dei fatti - per quel che è possibile agli inquirenti - nella palude disvelata da «Codice interno», non finisca in politica. Non la si butti lì la «palla», in quel luogo del possibile dove il fine giustifica i mezzi e le parole coprono i fatti. Perché Bari, che ha urlato di non essere «mafiosa», ha il diritto di non dimenticare e di sapere cosa davvero è accaduto dietro il palcoscenico della «politica» di questi anni.
















