Domenica 01 Febbraio 2026 | 18:39

Il destino degli innocenti finiti in trappola nella ragnatela di Rafah

Il destino degli innocenti finiti in trappola nella ragnatela di Rafah

 
Dorella Cianci

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Dorella Cianci

Il destino degli innocenti finiti in trappola nella ragnatela di Rafah

L’impegno dei religiosi dal Cairo: «Stiamo cercando di farci sentire. Il Papa? Non dimentica mai Gaza»

Mercoledì 08 Maggio 2024, 13:44

L’Unicef, in queste ore, ha detto: «Ogni avvertimento… Ogni storia di bambini uccisi e feriti… Ogni immagine di strazio e spargimento di sangue… Ogni dato sconcertante sul numero di bambini e madri uccisi, di case e ospedali distrutti. Tutto ignorato. La nostra peggiore paura - l’incubo dei gazesi - sembra essere una realtà. Una realtà che chi detiene il potere ha la capacità di prevenire».

Proprio per queste ragioni l’Unicef e tutte le agenzie umanitarie hanno chiesto sia un cessate il fuoco sia che l’offensiva a Rafah non abbia luogo. Rafah è una città di bambini! A Rafah c’è circa un bagno ogni 850 persone. La situazione è quattro volte peggiore per le docce. Cioè, circa una doccia ogni 3.500 persone.  A Rafah si trova quello che oggi è il più grande ospedale rimasto a Gaza, l’«Ospedale europeo»,  così chiamato in onore dell’Unione Europea che ha pagato per la costruzione. In mezzo alla devastazione sistematica del sistema sanitario di Gaza, l’Ospedale europeo è una delle ultime ancore di salvezza per i civili.

Inoltre, come noto, il sud della Striscia di Gaza è anche il punto di ingresso per la maggior parte degli aiuti, che entrano proprio a Gaza.  Un assalto militare, nella migliore delle ipotesi, complicherebbe notevolmente la consegna degli aiuti.  Se la porta di Rafah chiude per un periodo prolungato, è difficile capire come si possa evitare la carestia.

L’Unicef precisa: «Se definiamo la sicurezza - come ci dice il Diritto Internazionale Umanitario - come libertà dai bombardamenti, così come l’accesso all’acqua potabile, a cibo sufficiente, a un riparo e a medicine, allora  non c’è nessun posto sicuro nella Striscia di Gaza dove andare». A questo appello si aggiunge, in queste ore, quello di Guterres: «È ora che si raggiunga un accordo in Medio Oriente; inoltre occorre riaprire immediatamente i valichi per Gaza». Non ci sarebbe da dire altro rispetto alle dichiarazioni dell’Unicef: sono chiare, brutali, inquietante per chi è ancora capace di provare pietas, per ciò che, solo apparentemente, è lontano da noi.

Intanto si procede, con poche speranze, verso il vertice del Cairo e, a tal proposito, siamo riusciti a raccogliere delle dichiarazioni di un sacerdote della Chiesa Cattolica d’Egitto, impegnato non solo in attività umanitarie, ma anche in ruoli diplomatici delle Chiese egiziane. Riteniamo, qui, non urgente esporre il suo nome, ma, in quanto fonte diretta della zona, afferma: «Il lavoro sotterraneo che, da settimane, si sta svolgendo al Cairo chiama in causa diretta gli Stati Uniti, al momento in deciso dissenso con il leader israeliano, ben più di quanto si sappia. L’Egitto sta cercando di assumere un ruolo importante anche per la situazione degli aiuti, ma sono ben salde le strumentalizzazioni dell’attuale politica israeliana per schierare ai confini ultra-ortodossi, che impediscono ogni azione di buon senso».

Il sacerdote continua dicendo di essere in strettissimo e quotidiano contatto con papa Francesco: «Il Papa non dimentica neanche per un momento la situazione della Striscia e ha continui aggiornamenti su Rafah. Stiamo cercando, in quanto religiosi, di far sentire la nostra voce al governo egiziano, affinché questo momento del Cairo produca effetti immediati, che siano almeno un sollievo per la popolazione. Rafah, al momento, è una grande ragnatela nella quale il governo israeliano ha incastrato innocenti. Per cercare che cosa? Una seconda Nakba? Uno svuotamento completo della Striscia? La logica di questa eventuale Nakba sarebbe ancor più violenta del passato, perché lo svuotamento sta avvenendo affamando le persone e causando continuamente morte».

Fino a dove si spinge la violenza? Le dichiarazioni che arrivano dall’Egitto ci fanno pensare a riflessioni sul senso della politica come convivenza dei popoli: di questa politica avrebbero bisogno gli israeliani e i palestinesi. L’ordinamento di uno Stato democratico, in quanto tale, ha il dovere di avere come fondamento la vita accanto alla libertà. Nella Striscia stanno venendo meno entrambe, nonostante una delle due parti si definisca «democratica».

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