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In Puglia e Basilicata

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Così il mio Salento ha perso l'anima: la folla non è sviluppo

Così il mio Salento ha perso l'anima: la folla non è sviluppo

Lecce, mia città natale, è uscita disfatta dai riverberi di quel che accadeva sulle sue coste: birrerie e pizza al taglio ovunque, turismo vorace e truce, B&B dappertutto

01 Luglio 2022

Raffaele Simone

Nel dibattito sulla immagine della Puglia e sul turismo, aperto domenica scorsa dal direttore Oscar Iarussi, ieri è intervenuto Marcello Veneziani e oggi pubblichiamo un contributo di Raffaele Simone, nato a Lecce, linguista di reputazione internazionale, membro di più accademie e autore di saggi di vasta risonanza, editi in Italia e all’estero. Il prossimo, «Divertimento con rovine», uscirà in autunno presso l’editore Solferino ed esamina il problema del divertimento (e del turismo) come fonte di degradazione del pianeta

«Che Puglia vogliamo?», si chiede il direttore di questo giornale nella chiusa del suo articolo del 26 giugno scorso. Potrei rispondere col bel titolo di Antonio Tabucchi: «si sta facendo sempre più tardi». Il fattaccio Paul Haggis - il regista e sceneggiatore invitato a spese della Regione all’«Allora Festival» (sic) di Ostuni ora ai domiciliari a Ostuni con l’accusa di stupro - mostra che la costa pugliese, e il Salento in particolare, sono ormai affette dall’infausta «sindrome Costa Smeralda», che trasforma una terra autentica in fake e vi richiama folle nocive come cavallette.

Qualcuno ricorderà. Attorno al 1960, Karim Agha Khan, miliardario arabo, si accorse che la costa della Gallura, sconosciuta ai più e frammentata in mille piccole proprietà, era un posto di sogno, e che ci si potevano creare dei resort (il termine non si usava, ma era nell’aria) di lusso. In men che non si dica comprò la costa, inventò il nome «Costa Smeralda» (prima inesistente) e costruì dal nulla intere città di lusso per ricchi e riccastri di tutto il mondo. Nacquero così Porto Rotondo, Porto Cervo, Baja Sardinia e altre città inventate, del tutto estranee al contesto ambientale, a mezza strada tra il vero lusso e lo stile Casamonica.

Il Salento è purtroppo sulla stessa strada: moltiplicazione di ambienti fake, richiamo di turismo a ogni costo, aumento incontrollato dei prezzi e delle quotazioni, spietata degradazione del territorio. Il fenomeno ebbe origine alla fine degli anni Settanta, quando qualcuno di talento (l’ingegno da quelle parti non manca) riscoprì le masserie in abbandono e ne intuì le potenzialità. Furono restaurate e trasformate in quasi-alberghi. Sembrò una gran trovata: si ridava vita a un’edilizia straordinaria, si creavano occasioni di lavoro, si richiamava il turismo. Si capì presto, invece, che le cose non stavano così: funzionanti tre mesi all'anno, dipendenti al minimo, servizi all’osso, prezzi alti come in un albergo vero, le masserie erano più che altro una gran furbata.

Più di recente, il grande capitale internazionale ha cominciato a fiutare l’aria. Nacquero le masserie extralusso. Penso a Savelletri e dintorni, che ho conosciuto come luogo di vacanza per famiglie e ho visto trasformato, dopo l’arrivo di alcune catene a sette stelle, in una sorta di Cape Cod nella savana. Intanto i balneari, rapaci, si assicuravano in concessione tratti di costa sempre più estesi, da gestire in modo spesso selvatico (vedi le spiagge di Alimini o quelle tra Santa Maria al Bagno e Gallipoli), con servizi minimi e prezzi crescenti. In aggiunta, niente parcheggi, tolti i casi (vedi Porto Badisco) in cui quel che c’è sono solo spiazzi polverosi gestiti da ragazzotti svogliati.

Tuttavia, la formula ha funzionato. Ribattezzate beach le spiagge, resort le più spoglie stamberghe, definite caraibiche le coste, inventati di sana pianta nomi fascinosi, i turisti accorrono, anzi abboccano vogliosi. La costa da San Cataldo a Otranto, come quella da Santa Maria di Leuca verso Taranto, è una triste sequela di costruzioni abusive, con tratti che addolorano per squallore, affollamento e casualità. La costa San Cataldo-Casalabate è un’inguardabile conurbazione di favelas. I paesi dell’interno, a volte deserti di popolazione residente, diventano sede di improbabili B&B, normalmente ribattezzati «dimore».

Malgrado tutto questo fermento, le strade dell'interno (salvo un paio di superstrade) rimangono scassate e senza segnaletica. Gli alberghi veri non ci sono. Tra i pochi sulle coste dei due mari, nessuno esce con lode dalle recensioni sui social. Si offrono in affitto tuguri (Porto Badisco, la costa a nord di Leuca), plaghe bellissime sono distrutte dall’abusivismo e dall’edilizia intensiva (Torre dell'Orso), trattorie improvvisate pullulano... Tra le zone più ferite è la bellissima Ostuni, con le sue sorelle di sventura Otranto e Gallipoli, divorate dalla movida e da masse di giovani senza regole. A Otranto, una popolazione residente esiste ancora; a Gallipoli, l’anno scorso, ho visto il centro invaso dai B&B, dai negozi di cianfrusaglie e dai posti per mangiare. Porto Cesareo, precursore di questa devastazione, è andato per sempre.

E il mare? Per lo più, si vede ma non si tocca. Il Salento ha relativamente poca costa sabbiosa, quasi tutta confiscata dagli stabilimenti. Il resto è roccia inaccessibile, se non a costo di rompersi piedi e gambe. Eppure, anche sulle rocce sono stati impiantati stabilimenti, armando terrazzamenti e bagni precari e imponendo gabelle. Negli ultimi tre anni ho visto coi miei occhi, in luglio e agosto, i prezzi degli stabilimenti passare dai quindici euro al giorno ai venti, trenta, trentacinque e l’anno scorso, in qualche posto premium, superare i centocinquanta, con sistemazioni distinte in classi come nei Frecciarossa: standard, élite, deluxe. Ovviamente, le spiagge libere si sono ridotte in proporzione. Scarse, e in aggiunta trascurate, sporche, senza parcheggi né servizi (docce, bagni, chioschi, pulizia periodica).

Lecce, mia città natale, è uscita disfatta dai riverberi di quel che accadeva sulle sue coste: birrerie e pizza al taglio ovunque, turismo vorace e truce, B&B dappertutto, piazzette storiche violate, gloriosi alberghi storici trasformati in resort a prezzi triplicati, parcheggio impossibile a tutte le ore, pace dei cittadini cancellata.

È crescita questa? No: si tratta di danni irrimediabili in cambio di poco sviluppo. I guasti dipendono dalla piccola e media borghesia locale, priva di un forte senso del bene pubblico, incapace di guardare oltre gli incassi di una stagione. Ma molto è dovuto anche ai poteri locali, regionali e comunali, troppo deboli per imporre un indirizzo agli investimenti e alle pretese, alla disinvolta azione delle Film Commission, al sostegno dato a iniziative turistiche ripetitive, all’idea che folla equivale a sviluppo. Per chi, come me, è nato in un’antica famiglia leccese, una ferita profonda. Per il Salento, molto peggio: l’ennesima drammatica riprova che il turismo non governato (l’iperturismo) inquina e distrugge ben più dell’ossido di carbonio e della xilella.

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