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IL COMMENTO

Accogliere l’Ucraina come stato membro renderà l’Europa più unita

Accogliere l’Ucraina come stato membro renderà l’Europa più unita

Il conflitto in corso in Ucraina

Se approvata a breve dall’insieme continentale sarebbe un segnale politico forte nella grammatica diplomatica del conflitto

22 Giugno 2022

Leonardo Sforza

La proposta della Commissione Europea di accordare all’Ucraina ed alla Moldavia lo status formale di Paesi candidati all’ingresso nell’Unione, e la più timida apertura ad una tale prospettiva anche per la Georgia, sono innanzitutto il frutto di una scelta politicamente coraggiosa anche se accompagnata dalla doverosa analisi tecnica sulla capacità di ogni singolo Paese di rispettare un set di criteri di convergenza verso principi, valori e regole Ue ben definiti e sulle riforme da compiere prima dell’avvio dei negoziati di adesione. Si tratta di una decisione senza precedenti nella storia dell’esecutivo europeo per contesto e tempestività. Se approvata a breve dall’insieme degli Stati membri sarebbe un segnale politico forte nella grammatica diplomatica del conflitto in corso rafforzando la posizione di Ucraina, Moldavia e Georgia, nonché dell’Ue in quanto attore credibile sullo scacchiere geo-politico internazionale, di fronte alle devastanti mire espansionistiche della Russia.
Il parere favorevole della Commissione, seppur atteso, non era affatto scontato ed era impensabile solo qualche mese prima dell’invasione russa.

Da un lato, perché rilancia la politica di allargamento dell’Unione fino ad ora in totale letargo, generando nuove aspettative legittime sia sul fronte caldo dell’est che su quello meno turbolento ma comunque problematico dei Paesi nei Balcani occidentali sull’altra sponda dell’Adriatico in attesa da anni di vedere progredire domande (Bosnia-Erzegovina e Kosovo) e negoziati di adesione all’Ue (Serbia, Montenegro, Albania e Macedonia del Nord). La necessità di avviare seriamente i negoziati con l’Albania e la Macedonia del Nord, di particolare interesse per il Mezzogiorno, diventa finalmente un imperativo che non può continuare ad essere ostaggio delle querelle culturali della Bulgaria con quest’ultimo. La riunione del 23 giugno a Bruxelles a livello di capi di Stato o di governo dei 27 con i 6 Paesi dei Balcani occidentali ed i rappresentanti delle istituzioni europee dovrebbe permettere di rinfocolare in questi Paesi un minimo di fiducia nella prospettiva europea e limitare l’influenza, già rilevante, tanto materiale che politica e culturale di Russia e Cina nella regione.

Dall’altro, perché impone una seria riflessione sulla governance ed i contenuti delle politiche Ue aldilà della gestione delle emergenze che dalla lotta alla pandemia alle crisi multidimensionali generate dalla guerra ha comunque dimostrato tutto l’interesse per i singoli Stati ad agire insieme nel quadro Ue. In tal senso, l’impulso del primo ministro Draghi - divenuto di fatto un pilastro essenziale nell’asse con il duo franco-tedesco- ed un rinnovato dinamismo della Commissione europea sostenuta dal Parlamento sono stati e continueranno ad essere determinanti. Una riflessione che deve guardare innanzitutto alle riforme necessarie al funzionamento ed ai processi di decisione dell’Unione a monte dell’adesione di qualsiasi nuovo Stato membro, superando in primis l’unanimità paralizzante del voto in Consiglio laddove è ancora richiesto. Senza tralasciare la questione della gestione di priorità politiche strategiche nell’interesse comune imposte dalla crisi bellica, quali quelle relative all’energia ed alla difesa, ma anche quelle che si rivelano ogni giorno più urgenti in materia di transizioni ecologica e digitale e per la salute.

C’è da augurarsi che i capi di Stato o di Governo che si riuniranno a Bruxelles domani 23 e venerdì 24 giugno sappiano dimostrare lo stesso coraggio politico e unità nell’approvare le raccomandazioni della Commissione almeno su Ucraina e Moldavia. Una decisione favorevole del Consiglio Ue in tal senso, per la quale è richiesta l’unanimità dei 27 Stati membri, non è scontata anche se sembra possibile dopo il recente sostegno esplicito del presidente Macron e del cancelliere Scholz, persuasi ancora una volta da Draghi che ulteriori tentennamenti e risposte ambigue comprometterebbero fiducia e speranze di un popolo in trincea a difesa degli stessi valori per cui l’Unione Europea è nata. L’esito positivo del prossimo Consiglio Ue sarebbe una delle migliori dimostrazioni della vera ragione di esistere, nonché di forza, del progetto europeo in favore delle libertà democratiche, dello stato di diritto, dello sviluppo socio-economico, della solidarietà e della pace. Questo primissimo passo verso il lungo e tortuoso processo di adesione offrirebbe certo da subito un quadro di riferimento chiaro sulle riforme prioritarie da implementare e sullo stato di avanzamento delle stesse. In più nello specifico, per un Paese che continua ad essere martoriato dalle bombe russe e per un continente sempre più minacciati dal neo-colonialismo putiniano, l’avvio del processo di adesione ancor prima che i cannoni smettano di tuonare ed aldilà di ogni valutazione tecnico-giuridica o di opportunismo nazionale darebbe quella prospettiva di pace e stabilità di cui l’Europa intera non può fare a meno.

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