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Nazionalismo veleno dei popoli

Un tank ucraino in movimento

Un tank ucraino in movimento

Ben prima dell’invasione, insomma, ucraini e russi avevano cominciato ad odiarsi. Come è potuto accadere, tra due popoli per secoli fratelli e di identica matrice culturale?

26 Maggio 2022

Gianni Di Cagno

Qualche sera fa ho ascoltato in TV, incredulo, una parlamentare ucraina sostenere che non il solo Putin, ma l’intero popolo russo era responsabile dell’invasione, in quanto rifiuterebbe di riconoscere la peculiarità dell’identità nazionale ucraina. Sull’altra sponda, del resto, solo un viscerale disprezzo di tanti russi verso gli ucraini può spiegare gli orribili crimini commessi dall’Armata. Ben prima dell’invasione, insomma, ucraini e russi avevano cominciato ad odiarsi. Come è potuto accadere, tra due popoli per secoli fratelli e di identica matrice culturale? La risposta sta in un tragico fenomeno ricorrente nella storia europea: come già trent’anni in Jugoslavia, il più becero nazionalismo è stato utilizzato per conseguire contingenti fini politici. Così, i russi hanno trovato nel nazionalismo la risposta alle umiliazioni degli anni ’90 del secolo scorso, mentre proprio sul nazionalismo gli ucraini hanno ritenuto di fondare la costruzione della loro giovane nazione. E così popoli confinanti, invece di vivere come una ricchezza l’inevitabile contaminazione tra le rispettive culture, sono stati eccitati dai rispettivi nazionalismi a considerare anche modeste specificità linguistiche (tipo chiamare una città Kharchov ovvero Kharchyiv) alla stregua di invalicabili muri. Attenzione, esiste una differenza abissale tra amor di patria e nazionalismo. Amare il proprio Paese, la propria cultura, le proprie tradizioni, infatti, non implica il rifiuto della cultura e delle tradizioni di altri Paesi. Il nazionalismo, invece, ritiene il proprio Paese superiore a tutti gli altri, e non a caso l’inno tedesco si apriva con quel «Deutschland uber alles» (Germania sopra tutti) che fu foriero dei lutti infiniti del ‘900. Il nazionalismo, insomma, considera la propria cultura e la propria identità uniche al mondo, sempre migliori e superiori rispetto a quelle dei propri vicini, così diffondendo i germi del suprematismo e del razzismo, e dunque della guerra: per dirla con Bergman, il nazionalismo è davvero l’uovo del serpente.

Tutto questo va tenuto ben presente a proposito tanto dell’Unione Europea quanto dell’Italia. L’idea dell’Europa Unita nasce proprio come antidoto contro i rischi dei sempre risorgenti nazionalismi. E non dovrebbe essere tollerato, allora, che paesi membri dell’UE, quali la Polonia, in nome dell’orgoglio nazionale si spingano a bandire per legge verità scomode come il concorso di tanti polacchi alla Shoà. Ricordiamocelo, prima di allargare la Ue a Paesi ove alligna il nazionalismo più spinto. Ma il problema riguarda anche l’Italia. Ormai da anni è in corso una campagna culturale, alimentata dalla Destra e passivamente subìta a Sinistra, mirante al recupero di cascami di un nazionalismo che ritenevamo definitivamente superato. Così, si è arrivati a celebrare come una sorta di festa nazionale la battaglia di Nikolaiewka del 26 gennaio 1943, fatto d’arme che rese meno tragica la ritirata di italiani e tedeschi nell’ansa del Don, ma pur sempre episodio di una spietata guerra di aggressione impregnata di nazionalismo e razzismo. Per non parlare della «giornata del ricordo» della tragedia delle foibe, che si celebra assurdamente il 10 febbraio senza che nessuno rifletta sul senso di quella data. I massacri di italiani in Istria, Dalmazia e Venezia Giulia avvennero essenzialmente nell’autunno del ’43 (dopo il crollo dell’amministrazione fascista) e nella primavera-estate del ’45 (dopo l’occupazione da parte delle truppe iugoslave): che c’entra, allora, il 10 febbraio? In realtà, quello è il giorno in cui nel 1947, a Parigi, fu sottoscritto il Trattato di pace tra le potenze Alleate e l’Italia, con cui Istria e Dalmazia, terre di confine quant’altre mai, vennero assegnate alla Jugoslavia (perché quando si aggrediscono paesi confinanti, prima o poi c’è un conto salato da pagare, proprio come succederà alla Russia di Putin). Insomma, il messaggio che ogni anno viene tramesso a noi italiani è che non la guerra di aggressione perduta, non l’occupazione fascista all’insegna del più becero nazionalismo, e neppure il contrapposto e altrettanto becero nazionalismo sloveno-croato, sono all’origine degli orrori delle foibe, bensì quel Trattato di pace che pure aveva riammesso l’Italia nel consesso dei popoli civili. Non c’è che dire, una vera vittoria culturale del nazionalismo nostrano, che alla lunga rischia di erodere le fondamenta stessa della Repubblica.

Discutendo dell’aggressione della Russia all’Ucraina, allora, torniamo a denunciare i veleni del nazionalismo. Perché non sull’orgoglio nazionale, inevitabilmente di parte, ma solo su valori universali può essere costruita una pace duratura tra popoli confinanti. «La libertà sconfiggerà la schiavitù», scrive in Vita e destino Vasilij Grossman, il cantore della sconfitta nazista, sino a ieri sempre considerato russo ma originario del Donbass, oggi ucraino. È stato un grande scrittore, il Tolstoj del ‘900: cosa importa se era nato da una parte o dall’altra di un fiume?

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