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In Puglia e Basilicata

La riflessione

Le vite spezzate dalle bombe, «Perché c’è la guerra?» Domande di chi vuole solo vivere

Cadaveri Ucraina morti

Adesso siamo rifugiate in uno scantinato insieme a tante altre famiglie, ci manca la luce, l’acqua per lavarci ce la portano ogni tanto, e così il cibo, nelle borse di plastica

09 Maggio 2022

Stefano Tatullo

Era bello prima. A me piaceva stare con mia figlia. Quest’anno ha cominciato le elementari. La mattina l’accompagnavo a scuola perché il papà era al lavoro. Uscivamo di casa un po’ prima dell’orario, così quando era una bella giornata ci pareva di fare una passeggiata. Lei si portava la cartella sulle spalle e saltellava perché era contenta di andare a scuola, stare con gli altri bambini. E anche perché l’accompagnavo io, credo. Il pomeriggio facevamo i compiti. Cioè, lei li faceva, io stavo lì a guardarla e quando sbagliava qualcosa le dicevo: sei sicura che sia così? E lei si correggeva oppure mi chiedeva: come si fa? E io le spiegavo. E poi mi faceva un sacco di domande, voleva sapere tante cose.

Io quello che sapevo glielo dicevo, se noi dicevo: guardiamo nell’enciclopedia. E lei diceva: no, guardiamo in internet. E comunque lo stesso imparava tante cose. Quando finivamo facevamo la merenda e a me piaceva prepararle quella torta leggera leggera che non ci vuole niente a farla e a lei piaceva molto perché le lasciava la polvere dello zucchero sul viso. Poi andava a giocare con gli altri bambini in cortile, dove le mamme potevamo guardarli. Adesso i bambini non vanno più a giocare in cortile, il cortile non c’è più, e i bambini non ci sono più tutti. Adesso c’è la guerra. Un giorno gli aeroplani hanno lanciato le bombe sul nostro quartiere, sul nostro palazzo, e adesso non c’è più nulla, è tutto bruciato, grigio e nero. Di certe case sventrate si vedono i mobili: la cucina, il letto. Noi quel giorno non c’eravamo, eravamo andate da mia madre, in un paese quei vicino.

Adesso siamo rifugiate in uno scantinato insieme a tante altre famiglie, ci manca la luce, l’acqua per lavarci ce la portano ogni tanto, e così il cibo, nelle borse di plastica. Ci sono altri bambini, ma mia figlia non gioca. All’inizio cercava i suoi amici del cortile, poi quasi non parla più. Sta tutto il tempo stretta a me e tiene in braccio una bambolina che le ha regalato la nonna. Anche la fabbrica di mio marito è stata bombardata, e lui è andato ad arruolarsi. Sono quattro giorni che non ci chiama, non sappiamo dove sia.

A me piaceva andare a scuola. No, non perché mi piace studiare, perché a scuola c’è lei, nella stessa classe. Siamo alle superiori, ci siamo conosciuti quest’anno. Io me ne sono innamorato subito. Lei all’inizio non mi dava confidenza, poi un giorno ho fatto una cosa un po’ così, che non so perché l’ho fatta: con un foglio di quaderno ho fatto un aeroplanino di carta e l’ho lanciato verso di lei. L’aeroplanino è finito sul suo banco e lei si è messa a ridere. Sei proprio scemo, ha detto dopo; pensa se ti vedeva il prof. Sì, ma io non guardavo il prof, io guardavo lei. Dopo ci siamo visti il pomeriggio, con la scusa di andare ai corsi di sostegno. Che a me servivano davvero. Cioè, mi sarebbero serviti, ma io guardavo lei. La prof se n’è accorta. Sei con noi? mi ha chiesto un giorno. Sì, prof, ho risposto, però lo sentivo che stavo diventando tutto rosso. Con tutti noi? Ha detto lei. Per fortuna si è messa a ridere, e ha fatto ridere anche gli altri.

Poi un giorno sulla nostra suola sono arrivati gli aeroplani. E’ stato tutto così improvviso che non siamo riusciti a uscire dalle aule, a scappare da qualche parte. Io prima che capissi, addosso mi è caduto il mondo, non ho avuto il tempo neanche di aver paura. Invece terrorizzato mi sono sentito dopo, quando ho sentito una forza spaventosa che mi sollevava e mi sbatteva lontano, sotto pezzi di muro, banchi,vetri. Tutt’intorno si sentivano urla di dolore come non ne avevo mai sentite e urlavo anch’io perché avevo una gamba squarciata, non riuscivo a muovermi e sentivo il sangue che mi scendeva sulla faccia, dappertutto. Non so quanto tempo sono stato così. Poi ho sentito che arrivavano le ambulanze, delle braccia che sollevavamo i pesi che avevo addosso e mi hanno tirato fuori. Gridavo per il dolore e mentre mi mettevano su una barella ho cercato di vedere chi c’era vicino. Non ho visto nessuno, solo calcinacci, pezzi di muro, ferri spezzati, anneriti. Sono svenuto. In ospedale mi hanno salvato la gamba, ha detto il dottore, ma sono tutto pieno di fratture, di ferite che a volte mi danno un dolore così forte che svengo di nuovo.

Al dottore ho chiesto se qualcuno ha trovato il mio cellulare. No. Che è successo alla mia scuola? Distrutta. Ci sono morti? Sì. Feriti? Sì, tanti. Ragazzi, ragazze? Sì. Siamo tutti in questo ospedale? No, siete molti, vi abbiamo portati dove c’era posto. E ci sono ancora molti dispersi.
Io sto male, soffro dolori che non sapevo che esistessero così forti, e ho paura che morirò. Quando riesco a pensare penso a mia madre, a mio padre, i miei fratelli, gli amici, i compagni di classe. E soprattutto a lei. Prego che non le sia successo niente, così quando esco dall’ospedale la ritrovo. E spero che la guerra sia finita. La guerra è una cosa brutta. Lo so, bisogna difendere la Patria, e io se fossi più grande andrei ad arruolarmi, ma li ritroverò i miei compagni, le persone che conosco? Ritroverò lei? Come vivremo senza le persone che non ci saranno più? E la scuola, quando si potrà ricostruire? E le città che sono ridotte in macerie, come si potranno ricostruire? Quando? Che vita vivranno quelli che vivranno? Perché c’è la guerra?

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