La riapertura dello Stretto di Hormuz restituisce ossigeno alle imprese italiane. Ma guai ad abbassare la guardia. Il sistema dell’export, infatti, merita di essere perfezionato e irrobustito al di là delle evoluzioni quotidiane del conflitto nel Golfo, per meglio «performare» nella competizione globale e per attutire gli effetti di nuove crisi che potrebbero sopraggiungere.
È l’indicazione che arriva dal dossier strategico «Continuità dell’export italiano in contesto di instabilità globale», realizzato dal Forum Italiano dell’Export, presieduto da Lorenzo Zurino, e sottoposto ai decisori politici dopo le interlocuzioni avviate in queste settimane con il Ministero degli Esteri. Il documento rifiuta le logiche «riduzioniste» - che attribuiscono la crisi attuale a una sola ragione - ma si muove su più livelli: geopolitico, logistico, energetico e finanziario. Ognuno dei piani, analizzato in dettaglio, mostra delle disfunzioni proprie che non si cumulano alle altre, piuttosto le moltiplicano: «Le diverse criticità - si legge - non si sommano in modo aritmetico ma tendono a rafforzarsi reciprocamente» con il risultato di produrre un incremento esponenziale della fragilità complessiva dell’export. Le analisi hanno una forte impronta tecnica ma a nessuno sfugge che il combinato disposto tra la vulnerabilità dei chokepoint marittimi (gli snodi come Hormuz), l’aumento dei prezzi dell’energia, le congestioni portuali, i ritardi, le difficoltà di pagamento ai fornitori - solo per citare alcune delle piaghe delle ultime settimane - produca un cocktail letale per la nostra capacità di proiettarci all’esterno.
Il caso italiano è infatti particolarmente delicato perché l’export tricolore è caratterizzato da una forte apertura internazionale, da un’elevata frammentazione produttiva e da una significativa dipendenza dalle catene del valore. Tradotto, Roma ha bisogno di molta integrazione logistica e di uno scenario sostanzialmente «prevedibile» per muoversi nei flussi internazionali. Diversamente, gli effetti possono rivelarsi deleteri. L’aumento dei costi logistici può raggiungere livelli tali da compromettere la sostenibilità delle esportazioni su alcuni mercati così come la crescita della spesa sistemica, a cominciare da quella energetica, può annullare il vantaggio competitivo basato sulla qualità e sulla specializzazione produttiva. Ancora, la catena di ritardi e intoppi, anche piccola, che mina l’affidabilità percepita rischia di tradursi in un cambio di orientamento degli importatori esteri che, in mercati ad alta competitività, sono propensi a ricollocare gli ordini verso Paesi concorrenti. E a chi immagina di poter risolvere tutto con l’insostituibilità del Made in Italy, il documento ricorda, senza giri di parole, che la qualità del prodotto ha bisogno di essere sostenuta da stabilità e puntualità.
Che fare, dunque? Le proposte sono sostanzialmente quattro. Innanzitutto, appare essenziale adottare misure di accelerazione e semplificazione delle procedure doganali. Niente ingorghi, ma riduzione dei tempi. In secondo luogo è «necessario accelerare lo sviluppo di corridoi logistici alternativi e resilienti» per ridurre la dipendenza da rotte ad alta vulnerabilità. Oggi Hormuz è aperto, ma domani la situazione potrebbe cambiare ancora. O il blocco potrebbe arrivare altrove, magari a Suez. Servono soluzioni già rodate. Ancora, il dossier suggerisce l’attivazione di strumenti di supporto finanziario alle imprese esportatrici come linee di credito dedicate, garanzie pubbliche e strumenti di mitigazione del rischio. Infine, l’istituzione di una cabina di regia permanente, dotata di capacità di monitoraggio e poteri operativi, senza dimenticare la promozione di un coordinamento a livello europeo sulle politiche di gestione dei flussi commerciali. Nella speranza che la rientrata emergenza Hormuz non spenga il confronto su decisioni non più rinviabili.
















