Lunedì 10 Maggio 2021 | 03:37

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È appena uscito dalla casa editrice Les Flaneurs il romanzo «I bagnanti» di Rocco Anelli, giovane esordiente barese. Una piccola galleria di opere d’arte con un ideale protagonista comune, che unisce le storie di statue, dipinti e affreschi in un’unica narrativa (pp. 146, euro 14,00). Ne pubblichiamo uno stralcio dell’esordio.

Il sole si scioglieva in una pioggia di dardi pigri e lucenti che colavano sulle foglie, sospese tra la brezza e il cielo terso. Un piede nudo s’intrufolò tra i ciuffi d’erbacce, affondando nel mare marrone di terriccio, per poi correre via veloce, tra l’erba giovane protetta dalle alte sagome degli alberi ombrosi. Una risata lontana riecheggiò tra i tronchi snelli. Un fruscio d’aria, come un battere d’ali, seguì il riso innocente. Il boschetto, piccolo e fresco, si allungava al limite della borgata, oltre una schiera di fabbricati metallici che luccicavano arroventati sotto il sole come grossi scheletri di latta.
Tutto intorno, delle collinette basse, macchiate dal rosso e dall’arancio dei campi essiccati, incorniciavano il paesaggio. Una pallida figura emerse da un viluppo di rami e arbusti, e scomparve subito dopo dietro a un albero, nascondendosi agli altri che saltavano come satiri da un rifugio all’altro. Ebbri di divertimento, accecati dal sole e sporchi di speranza. L’assordante schiamazzo delle cicale si levava per l’aria infuocata e, trasportato dal vento sino al sottobosco ombroso, giungeva attutito in lontananza lo scorrere vivace di un ruscello che strisciava fra gli stretti argini verdeggianti. L’iride di un occhio, nera come il carbone, seminascosta da una cascata di capelli neri e ricci, spuntò da dietro un albero. Le mani dalle dita affusolate del giovane satiro accarezzarono senza rumore la corteccia. Il suo labbro screpolato si arricciò a formare un sorriso. Si sporse dal suo nido, mosse leggermente il capo e scappò via, da un albero all’altro. In lontananza si udì un’altra risata. Una cascata di fruscii e brusii invase il boschetto, mentre il ragazzo continuava la sua corsa, scomparendo e balenando fra un raggio e un altro come un acrobata che salta sulle foglie e sulla luce.

All’improvviso, un urlo squarciò quel concerto di suoni sommessi. L’aria fremette. Tutto tacque, lasciando di nuovo il posto solo al frinire delle cicale e al ruscello che scrosciava in lontananza. Un bisbiglio emerse dal fondo del boschetto; due ombre schizzarono via ridendo dai tronchi nodosi degli alberi. Le loro risate si persero in lontananza. Poi un urlo. A seguire, un altro. Il “Riccio”, come lo chiamavano gli amici, volse il capo di scatto. Si guardò intorno. Il suo respiro si fece più corto. Un rapido movimento degli occhi. Aspettò. Abbassò lo sguardo titubante e trattenne il fiato per qualche secondo, per sentire meglio il susseguirsi di suoni che lo circondavano. Non percepì nulla; la foresta sembrava disabitata. D’un tratto, si sentì terribilmente solo, come abbandonato; prese coraggio e uscì dal suo nascondiglio, pronto ad affrontare l’ignoto. Si bloccò di colpo. La massa di capelli ricci sulla sua testa ondeggiò come un mare in tempesta. Davanti a lui si stagliava luminosa la figura d’un ragazzo all’aspetto imponente che gli sorrideva. I piedi nudi e sporchi del giovane muscoloso affondavano nella terra. I suoi occhi erano dello stesso colore incerto dei chiari capelli mossi, belli e puri, complici del sorriso innocente.
Il ragazzo lo guardava sorridente con un braccio levato al di sopra della testa, per ripararsi dalla luce del sole. “Il Pugile”, come lo chiamavano gli amici, con la camicia bianca un po’ troppo larga per un ragazzo, ma della giusta misura per chi spera d’essere uomo, gli tese la mano. Interdetto, il Riccio esitò. Lo sguardo gli cadde sui pantaloni marroni dell’amico, che erano stati tirati su, avvoltolati fino al polpaccio. Poi fissò il volto dell’altro. Il sorriso calmo del Pugile era ipnotico. Il Riccio si riscosse e gli tese a sua volta la mano. Il Pugile la afferrò con forza e lo divincolò dall’abbraccio sicuro dei rami e degli arbusti verdi e bassi.

«Andiamo!» disse incoraggiante.
E dopo una forte pacca sulla spalla iniziò a correre, seguito immediatamente dopo dal ragazzino. I due passavano veloci tra le foglie in quello che gli sembrava un eterno e giocoso inseguirsi, cercando di rimanere il più vicino possibile, ma stando ben attenti a non acciuffarsi mai. Raggiunto un tronco che sorgeva mozzo al centro di una piccola radura, il Riccio vi si acquattò dietro, abbracciandone la corteccia. Sbirciò allora tra i rami bassi che erano rimasti illesi, mentre il Pugile in piedi, vigile, si guardava intorno. Un bisbiglio sibilato si levò da dietro a un cespuglio. Spuntò fuori Mezzalira, un altro amico dei due.
«Oh, Mezzalira, a che stiamo?» bisbigliò il Pugile.
«Rimani qua» rispose quello, e scattò verso l’informe ammasso di verde e di ocra dove arbusti e sottobosco si mescolavano in una macchia indistinta.
Il Pugile guardò il suo amico e il Riccio ricambiò con un’occhiata preoccupata. Il ragazzo più grande, allora, sfoderò un altro sorriso.
«Tranquillo, alla fine è solo un gioco» sussurrò dolce, celando la propria incertezza.
Nessuno poteva resistere al sorriso del Pugile, e così il piccoletto si abbandonò alla bugia. Il Pugile si sporse in avanti e tese l’orecchio. Nulla. Pareva che il silenzio avesse contagiato persino gli uccelli. Lo sguardo del ragazzo si fece serio. Respirò profondamente e subito dopo fece cenno all’amico di seguirlo. Piano, i due si avventurarono tra le foglie e le piccole pietre nascoste nella terra fresca. «Oh!» urlò sottovoce il Pugile.
«Oh?» rispose qualcuno.
«Dove sta?».
«Non lo so».
La conversazione di bisbigli fu sospesa per poco. Poi la voce ancora senza volto riprese a parlare.
«Chi è rimasto?».
«Il Cane non si è visto».
«Sicuramente sta con Romolo. E Anguilla?».
«Sto qua!» disse una voce poco distante.
Come se si fosse materializzato dal nulla, notarono solo allora un ragazzo dai capelli scuri e arruffati, appoggiato contro un tronco. Se ne stava ricurvo con le braccia conserte. Il volto era scavato, con le occhiaie che sembravano pronte a divorargli gli occhi.
«Arpiò, vedi che puoi pure uscire. Tanto ti si vede comunque» continuò Anguilla, senza cambiare posizione.
Dopo qualche istante di silenzio, un ragazzo possente si disfece di un manto di foglie e si tirò su con aria seccata.
«Dove sta?» fece Arpione.
«Dove sta?» lo canzonò Anguilla.
«Non fare l’idiota!» gli disse il Pugile con tono perentorio.
«Perché ti arrabbi?» disse Anguilla insinuante, avvicinandosi al Pugile.
«Non è solo un gioco?». Il Pugile serrò un pugno e strinse la mandibola. Arpione si avvicinò prontamente e lo bloccò. Senza degnare Anguilla di uno sguardo, fece cenno a lui e al Riccio di seguirlo.
«Comunque, se vi interessa, è di là» disse Anguilla alle loro spalle, indicando un punto indefinito oltre gli alberi. I tre si fermarono.
Arpione, spazientito, provò a contenere il proprio fastidio e chiese: «Dove sta… Romolo?».
«È venuto a cercarvi. Ora è il momento!».
I tre si guardarono, si lasciarono dietro il malevolo consigliere e sparirono nello sfumato del bosco. Con cautela camminarono per i lunghi corridoi formati dagli alberi, calpestando tappeti di muschio. A un tratto, Arpione e il Pugile si fermarono. Era lì. Tra i raggi del sole che macchiavano la sagoma color porpora piegata dal vento, svettava, annodata a un ramo, la bandiera della loro salvezza. Arpione, pronto, scattò in quella direzione. Dal verde informe, però, spuntò il Cane, un altro rivale, che lo travolse con la furia di una bestia e lo superò. Arpione, da terra, riuscì comunque a bloccarlo afferrandogli una caviglia. Il Cane, allora, come un animale rabbioso, scalciò alla cieca, aprendo sul volto e le braccia del suo avversario una costellazione di piccole ferite. Spazientito, Arpione si sollevò e riuscì a spingere il Cane contro un tronco, su cui il ragazzo atterrò pesantemente di schiena. In un attimo Arpione gli fu addosso. Aggrappandosi a uno dei rami, gli bloccò la faccia con un piede. Poi alzò lo sguardo verso il Pugile, che colse subito il messaggio dell’amico. Non appena ebbe voltato il capo verso la bandiera, però, si accorse che Romolo era già lì. Arpione si levò, mollò la presa e cercò di raggiungerli, ma un raggio di sole gli ferì gli occhi, rallentandolo. Il Cane, ancora intontito, strisciava sporco di terra e di odio, e si avvicinava alla zattera di corpi che Romolo aveva lasciato privi di forze contro la fredda terra. Il gruppo di dieci ragazzini, più o meno coetanei, solitamente si radunava nel boschetto, ma ogni volta il gioco si tramutava in qualcosa di più, un’occasione per dimostrare la propria virilità, rinnegare l’appellativo di ragazzo e conquistare il titolo di uomo. Ogni volta, il più grande di loro, Romolo, spietato, disposto a tutto pur di ottenere la vittoria, riusciva a spuntarla. Ed eccoli lì, i rimanenti di quella piccola congrega di ragazzi sull’orlo della vita adulta.

“Mutanda” giaceva lì per terra, a pancia all’aria, assopito nel sonno della sua sconfitta; “Pennello”, immobile, con la faccia sprofondata nel terreno; Mezzalira, accasciato semicosciente sul corpo del “Macedone”, non voleva rinunciare alla lotta, e protese una mano in direzione della bandiera. Arpione e il Pugile, intanto, avevano accerchiato Romolo, uno a destra, l’altro a sinistra. Il Cane ansimava alle loro calcagna, nel disperato ultimo tentativo di aiutare il suo padrone. In ultimo, Anguilla codardo e astuto, si teneva a distanza da quella piramide umana. Con uno scatto beffardo, Romolo acciuffò la bandiera. Il Riccio, il ragazzino cereo dai capelli corvini, era lì nel mezzo della tempesta. Il Pugile, in preda alla frustrazione, si strappò la camicia e la alzò al cielo, mentre Romolo agitava al vento vittorioso la bandiera.

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