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Dante disse «Curre curre guagliò»

Curre curre, guagliò. Mi viene in mente di notte. Mi sveglio di soprassalto e mi dico: “Devono tradurla in napoletano”. Devono sentirla sulla pelle, la Divina Commedia, si devono confrontare con il linguaggio, con le parole, con le sillabe. Fino all’ultima virgola. Forse è una follia, soprattutto con tanti stranieri in classe. Ma non è questo che facciamo tutti da qualche anno a questa parte? Attraversare lingue e volti diversi, sporgerci, cercare di afferrare parole, trovare un modo per incontrarci.

Non riesco più a prendere sonno. La poesia è struttura formale, espressione, ritmo, e soprattutto complessità. Perché non provarci? Perché non accettare una sfida più grande, uno scarto rispetto alla strada data, perché non lasciar perdere gli obiettivi minimi, per una volta, per un’ora alla settimana, e prenderci uno spazio di libertà? 25 Devono provare la fatica, l’impegno di Dante. Ha composto il poema per quattordici lunghissimi anni, di città in città, portandosi dietro i suoi libri e i suoi fogli – non abbiamo nemmeno un manoscritto di Dante, si è perso tutto – scrivendo incessantemente, con la pericolosità del viaggio – lui su un mulo, su un cavallo, i libri accanto, sul basto di un asino – la fatica di salire l’altrui scale, di dover servire questo o quel signore per avere una stanza dove leggere, pensare, trovare le rime giuste.

Scriveva i canti, li spediva agli amici, molti li affidava a suo figlio che li trascriveva e li mandava in giro per l’Italia. Forse pensando a Dante che scrive, all’impegno che ha richiesto la sua scrittura, anche loro sapranno trovare le parole giuste. Sceglierle attingendo a una lingua che ha dentro semplicemente tutto: canzoni, volti, poesie, strade, mare, il golfo di Sorrento, la terra del Vesuvio, ’e mille culure, ‘o sole mio, ‘e sciure ‘e maggio, ‘a Maronna, ‘e Mmarunelle, ‘e bbuone e ‘e malamente, tanto ll’aria s’ ha dda cagnà.

Quella lingua, che più di tutto è un modo di stare al mondo, quella lingua magnetica, magmatica, misteriosa, sguaiata, che ti tiene e certe volte ti soffoca. “Chella lengua nosta”, come dice Mirko che “fa sbarià malamente”.

Ci fa divertire così tanto da farci star male. È un ossimoro, sbarià malamente. Ma Mirko si offenderebbe se sapesse che ho usato questa espressione in riferimento al loro modo di parlare, ridere, giocare. I miei studenti si pensano e si vivono senza retorica, e di figure retoriche non ne vogliono proprio sapere. Non ho idea di cosa può diventare “chella lengua” presa dalla strada, dalle canzoni, dalla vita di tutti i giorni e portata in classe, chiamata a tradurre un poema. La loro “lingua madre”: “Che grandezza reale contiene questa espressione”, scrive Mario Luzi nei suoi Pensieri causali sulla lingua.

Il rapporto che abbiamo con la lingua è proprio 26 quello da madre a figlio, “e reciprocamente”. Questo inciso mi convince molto. Il napoletano ora non è più la lingua madre dei miei studenti, ma è la lingua – lingua e non dialetto, come in tanti chiedono di specificare – che ci circonda, che modella comunque le parole, i pensieri. Ancora Luzi: “La nostra sensibilità dipende anche dai toni, gradi, risvolti della lingua che suona intorno a noi e dentro di loro”. Cosa riusciranno a prendere i miei alunni di quello che suona intorno e dentro di noi? Curre, curre guagliò: glielo insegnano da piccoli a essere intrepidi, a non tirarsi indietro, a non aver paura di niente.

Persino loro non sarebbero gli stessi senza quella lingua, quelle voci, quelle canzoni che ascoltano dalla mattina alla sera. Ovviamente riconosco i rischi che io corro nel chiedere la traduzione di Dante, li vedo bene, uno per uno; a questi vanno aggiunti gli imprevisti che a scuola non mancano mai. Ogni traduzione è un tradimento, e questo lo abbiamo imparato da secoli di pratica e di critica, prima fra tutte quella crociana, che ha sempre sostenuto “l’impossibile speranza” di portare una lingua nell’altra. “Brutte e fedeli o belle e infedeli”, così Benedetto Croce definiva le traduzioni: strada facendo si perdono la musicalità delle parole, le sfumature del significato, lo sfondo culturale di riferimento, storico o geografico che sia. Ma quale testo è stato mai scritto per stare fermo, immobile, quasi fosse scolpito nella pietra? Ricordo a me stessa che negli ultimi anni la Divina Commedia è stata tradotta in ebraico, in arabo, in turco, in bengali e in cinese.
E delle sette mila parole che compongono il vocabolario di Dante, l’ottantasei per cento conserva il significato attuale. 27 “Tradurremo la Divina Commedia in napoletano”, ho detto la mattina entrando in classe. Superati, e non del tutto, i dubbi personali, devo affrontare la classe: chiedere agli studenti di tradurre in napoletano mi espone al pericolo di semplificazione, trasformando tutto in una “pazziella”. A Napoli si dice: “’A cunferenza è ‘a mamma d’ ’a mala criànza”. La confidenza è la madre della maleducazione, ovvero, quando si conosce bene qualcuno, troppo facilmente si diventa scostumati e irrispettosi.

Entrare in confidenza con Dante può favorire la parodia, dare il consenso a farsi beffe dei suoi testi e della sua biografia. Non me lo perdonerei.
Mi allontanerebbe dal desiderio di attraversare quelli che Maria Corti chiama “i percorsi dell’invenzione”, i modi in cui un pensiero poetico si trasforma in poesia, come cioè le immagini della mente approdano al linguaggio. La traduzione, nelle mie intenzioni, può fargli capire, attraverso la pratica, che ogni scrittura – non solo quella poetica – è decisione, scelta, strada presa. Andando avanti le scelte diventano via via più limitate e per questo più difficili, più belle, più interessanti. La traduzione è un laboratorio di lingua e di pensiero. Dante ha scelto parole per 14.223 versi. “Dante è infinito”, quante volte me lo hanno detto i miei alunni, ora con ammirazione, ora con stanchezza. Per me più che tradurre si tratterà di trasformare il senso di sconcerto che nasce da un dato numerico ai limiti della vertigine – gli oltre quattordici mila endecasillabi – in piacere della sfida, incontro con le parole. Fare esperienza vera, autentica, di linguaggio, ecco cosa mi piacerebbe veramente. Quella della Divina Commedia è una “lingua ibrida, vocale, sperimentale, scandalosamente espressiva” - così l’ha definita Vittorio Sermonti che Dante lo ha letto in tutto il mondo 28 - una lingua unica, che nessuno ha mai parlato, nemmeno ai tempi di Dante, una lingua sua, solo sua. E di tutti quelli che leggono Dante. Tradurre in napoletano, piuttosto che fare la parafrasi mi dà modo di sospendere, almeno per qualche ora della mia vita scolastica, la presenza invasiva e invadente di Google, “l’amico che non ti abbandona mai”, come lo definiscono i miei alunni, oppure, come sostengono più prosaicamente altri, il posto dove trovare “’o cocco ammunnato e bbuono”, dove c’è già tutto, non c’è bisogno di sforzarsi.

Il cocco parafrasi, ma anche il cocco analisi del testo, il cocco commento, il cocco che l’insegnante pretenderà da te all’interrogazione di domani mattina.

Ed è pure ammunnato, reso più morbido, dunque buono, passabile, diciamo. Non c’è bisogno di capire, nemmeno di conoscere. Basta copiare. “Basta copiare…”, dicono loro, con sguardi di intesa. “Basta copiare!”, dico io, senza lasciargli il tempo di replicare. “Tradurremo la Divina Commedia in napoletano. Anzi, più precisamente, voi tradurrete la Divina Commedia in napoletano”. Non siamo i primi a farlo. Ma è comunque la nostra prima volta. Più di tre secoli fa la Gerusalemme liberata di Tasso venne “votata a llengua nosta” da Grabiele Fasano e “dda lo stisso appresentata a la Llostrissima Nobeltà Nnapoletana”.

“Sta mille euro su ebay”, specificano i miei alunni quando gli racconto di questo particolare esperimento di un uomo coltissimo che animava la vita culturale napoletana ma che si confrontava, via via che la traduzione procedeva, soprattutto con gli intellettuali fiorentini. Ovviamente sono andati subito su Google a curiosare. “Allora pure noi ci facciamo i soldi con la traduzione della Divina Commedia in napoletano”. 29 “Ma no, certo che no”. Continuo invece a raccontagli di Eduardo De Filippo che un anno prima di morire aveva tradotto in napoletano del Seicento La tempesta di Shakespeare, e prima ancora aveva riscritto in dialetto e portato in scena

Il berretto a Sonagli di Pirandello. È lunghissimo l’elenco degli artisti che si sono sperimentati traducendo i sonetti del Bardo, l’Odissea, la Bibbia, Il Cantico dei cantici. Anche del Piccolo principe esiste una versione partenopea – O’ Princepe Piccerillo – e pure Alice ‘int’ ’o Paese d’ ’e Meraveglie.

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