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BARI - A breve l’infusione sarà possibile anche a domicilio, garantita dalla Asl. Per ora gli anticorpi monoclonali (circa 8mila flaconi disponibili per tutta la regione, ma poco più di 600 quelli consumati) sono somministrati nei centri autorizzati (Policlinico, Pediatrico, Di Venere, San Paolo, Perinei di Altamura, Santa Maria degli Angeli di Putignano, Fallacara di Triggiano, in futuro Miulli di Acquaviva). I medici di base e le Usca segnalano i pazienti, gli specialisti dei presidi verificano l’idoneità e procedono convocando il malato di Covid da non più di 10 giorni e con sintomi lievi e moderati. «Al Policlinico - afferma Annalisa Saracino, direttrice del reparto di Malattie infettive, che coordina l’équipe che si occupa sia dell’eleggibilità dei soggetti sia della terapia - abbiamo trattato oltre 60 pazienti. Il meccanismo è rodato dal punto di vista organizzativo e abbiamo anche ricevuto diversi riscontri positivi a riguardo. La collaborazione dei medici curanti e delle Usca è tuttavia fondamentale perché noi non accettiamo segnalazioni private, ma solo le proposte dei colleghi referenti, con i quali discutiamo preliminarmente ogni caso. Inoltre, attualmente è stato autorizzato anche il trattamento a domicilio operato direttamente dalle Usca e spero che questo contribuisca a ridurre la pressione esercitata sugli ospedali in questo anno di grande sforzo collettivo».

Professoressa, è dunque confermato che i monoclonali funzionano?
«In realtà è un po’ presto per dirlo, perché non abbiamo ancora iniziato la valutazione statistica dei dati raccolti in questo primo mese di somministrazioni, quindi non posso rispondere con accuratezza scientifica alla domanda. Tuttavia abbiamo richiamato a distanza di tempo i pazienti trattati e al momento posso dire che la risposta appare buona, non mi risultano progressioni della patologia o necessità di ospedalizzazioni successive alla infusione».

In altri Paesi c’è stata la sospensione dell’utilizzo di alcuni farmaci (vedi il bamlanivimab, bandito negli Usa). Ci sono differenze tra i diversi prodotti? Ce n’è qualcuno più efficace di altri?
«La Fda, l’ente regolatorio americano, ha bloccato l’utilizzo del solo bamlanivimab in mono somministrazione, non perché si siano rilevati gravi effetti collaterali bensì perché appare inefficace sulle varianti. Ma è sempre valido l’utilizzo delle terapie di combinazione. Per chiarire meglio il concetto, ciò significa che per superare la comparsa di mutazioni resistenti al trattamento è necessario utilizzare dei cocktail di più principi attivi, con cui il bersaglio virale è attaccato in diversi punti. È quanto facciamo anche per altre infezioni virali, come ad esempio HIV e HCV. Poiché però questa informazione, ben prima della decisione dell’Fda, era già nota dalle pubblicazioni scientifiche a nostra disposizione, noi abbiamo sin da subito utilizzato esclusivamente la terapia di combinazione bamlanivimab/etesevimab. In seguito, si è resa disponibile anche una seconda combinazione, casirivimab/imdevimab. Non abbiamo al momento dati sufficienti per poterne preferire una rispetto all’altra, per cui attualmente risultano entrambe valide».

Le indicazioni stabiliscono che a poter usufruire dei farmaci siano pazienti infetti che abbiano patologie specifiche e siano over 65 (over 55 in alcuni casi) entro dieci giorni dalla comparsa di sintomi lievi e moderati. Ma c’è chi sostiene che in realtà sia preferibile debba andare oltre i 5 giorni. Dov’è la verità?
«Sì, ricordo che i criteri per accedere al trattamento sono strettamente regolati da Aifa e comprendono obesità di grado severo, dialisi renale e peritoneale, immunodeficienze primitive o secondarie e diabete scompensato o complicato, oppure specifiche condizioni di rischio a livello cardiovascolare, cerebrale o polmonare in soggetti di età superiore a 55 o a 65 anni. Inoltre vi sono alcune precise indicazioni pediatriche nella fascia 12-17 anni. Come in tutti i fenomeni biologici vi è una variabilità di risposta che non permette di stabilire in modo assoluto, univoco per tutti, il numero di giorni entro cui si possa essere assicurata una risposta al trattamento. Sulla base degli studi disponibili è stato deciso quindi che è possibile trattare entro un massimo di dieci giorni dall’esordio dei sintomi. Si badi bene, non dalla positività del test molecolare, i cui tempi di esecuzione sono variabili, ma dall’inizio dei sintomi: infatti gli anticorpi monoclonali bloccano la moltiplicazione del virus e pertanto funzionano solo nella fase viremica che corrisponde grosso modo alla prima settimana. Una volta instaurato il danno polmonare non sembrano più avere alcuna utilità, per cui chi già necessita di ossigenoterapia purtroppo non è più candidabile. Da quanto detto appare chiaro, e ciò emerge anche da tutti gli studi fatti finora, che i monoclonali sono tanto più efficaci quanto più precocemente usati, quindi sono assolutamente d’accordo che sarebbe meglio infonderli nei primissimi giorni dopo l’infezione».

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