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BARI - Sono 47 i Comuni pugliesi in cui sono stati rilevati casi di pazienti positivi alla variante inglese del coronavirus. È quanto emerge dalla seconda survey che il Policlinico di Bari ha trasmesso all’Istituto superiore di sanità: un’indagine, necessariamente a campione, che conferma la tendenza di cui si parla da giorni. Ovvero che la mutazione si sta espandendo a macchia d’olio.

I dati non dicono nulla sulle caratteristiche della variante inglese né i numeri, presi singolarmente, hanno un particolare significato. Nessuno, insomma, è autorizzato a considerarli alla stregua di un campanello di allarme, anche perché non è stata calcolata la prevalenza (cioè il rapporto tra il numero di casi e la popolazione), ma solo la percentuale (il 38,6%) di varianti rilevate sul totale dei campioni (634) prelevati il 12 febbraio e risultati positivi in nove laboratori pubblici sparsi sul territorio pugliese.

Più della metà dei positivi esaminati (323) appartiene a residenti della provincia di Bari, ma è in provincia di Taranto (22 su 48) che si è rilevata la maggior presenza della mutazione inglese.

La situazione sul territorio è comunque a macchia di leopardo, tanto che secondo l’assessore alla Salute, l’epidemiologo Pier Luigi Lopalco, «la variante inglese può diventare prevalente in Puglia in breve tempo, anche se non è provato che chi si è infettato con questo ceppo abbia avuto una malattia più grave. Ma se una variante è più contagiosa, aumenteranno le infezioni e quindi i ricoveri. Siamo a lavoro per analizzare meglio i dati e trovare soluzioni che possano migliorare il contenimento. Non penso sia utile ragionare in termini di singoli Comuni: fino a quando la si individua, la variante è sicuramente già uscita dai confini virtuali del territorio. Meglio pensare a soluzioni trasversali su tutta la regione».

I dati, dunque. È a Fasano (61 campioni su 66) che è stata rilevata la maggior quantità di positivi per la variante inglese (92,4%), un dato probabilmente collegato alla presenza di persone rientrate dall’estero alla fine di gennaio. Un numero, quello registrato nel centro in provincia di Brindisi, che supera in valore assoluto anche Bari dove i casi di variante inglese nel giorno preso a campione sono stati 45 su un totale di 109 positivi. Per quanto riguarda i capoluoghi, non ci sono casi di variante inglese né a Lecce né a Taranto, mentre ne è stato rilevato solo uno a Brindisi (su 17 positivi), Andria e Trani (su 8), Foggia (su 6) e due a Barletta (su 16). Pur a fronte di numeri assoluti estremamente bassi, è rilevante la percentuale dei casi di variante rilevati ad Acquaviva delle Fonti (14 su 17, l’82%), Massafra (11 su 13, l’84%) e Santeramo (18 su 25, il 18%). In altri 10 Comuni è stato registrato in un giorno il 100% dei casi di variante inglese, ma a parte Stornara (8 su 8) in tutti gli altri stiamo parlando di un massimo di tre contagi. Nella maggioranza degli altri 47 Comuni, infine, la presenza della mutazione è limitata a un massimo di 4 casi: fanno eccezione Bitritto (8 su 11), Orta Nova (7 su 8), Monopoli (5 su 11) e Corato (5 su 7).

Più ancora della distribuzione territoriale è interessante il dato di quella per età: la maggior parte dei positivi alla variante inglese (68) appartiene alla fascia 36-55, seguita dalla fascia 56-75 (58), 18-35 (48), oltre 75 (41) e fino a 17 anni di età (30). Il virus inglese, così come la variante spagnola che è ancora la più diffusa, colpisce in prevalenza le donne (56,7%).
Gli addetti ai lavori, pur invitando a non farsi prendere dal panico, invitano a mantenere alta la guardia. «Non dobbiamo spaventare le persone - dice il professor Michele Quarto, già direttore del reparto di Igiene del Policlinico di Bari - ma far comprendere che è necessario continuare a mantenere comportamenti corretti per prevenire l’epidemia». Le varianti sono un fenomeno che la scienza studia e conosce: «Gli addetti ai lavori - spiega Quarto - ogni anno tengono traccia delle mutazioni del virus influenzale, e infatti ogni anno cambia la composizione del vaccino. Ma ora siamo di fronte a un virus totalmente nuovo che ci pone di fronte a un dubbio: cioè se i vaccini siano o meno in grado di prevenire il contagio del virus mutato».

La risposta dovrà arrivare dalle ricerche in corso. «La scienza - è l’opinione del professor Quarto - finora ha dimostrato capacità di produrre nuovi vaccini in tempi abbastanza contenuti. Se le varianti rappresenteranno un reale problema bisognerà approntarne di nuovi, ma la tecnologia esiste e funziona. È ipotizzabile che si possa arrivare, come avviene per l’influenza, a un vaccino combinato per più ceppi virali».

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