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BARI - Le Maschere Nude metaforiche di Luigi Pirandello si materializzano sotto forma di maschere vere (alias mascherine) mentre ordinati e termometrati ci si allinea per una singolare «conferenza-stampa», sul set de L’uomo dal fiore in bocca, il film diretto e interpretato da Gabriele Lavia, la cui lavorazione sta per terminare in questi giorni. Siamo in un capannone industriale di Modugno, a qualche chilometro da Bari, dove si è ricostruita la «sala d’attesa» della stazioncina siciliana del testo, laddove l’Uomo pirandelliano, col suo destino di morte inciso sotto le labbra, affronta uno sgomento e inconsapevole «pacifico avventore», dove anche si intravede una figura di donna tenace eppure rifiutata, dove si discetta «umoristicamente» sulla vita, sulla morte e sul destino beffardo.

Il film (produzione One More Pictures di Manuela Cacciamani e Rai Cinema, collaborazione Apulia Film Commission) nasce e sviluppa cinematograficamente lo spettacolo teatrale di qualche anno fa (2016) che lo stesso Lavia protagonista e regista portò in scena. Lavia conduce l’incontro, siamo al centro del vasto spazio, altamente simbolico, che è questa sala d’aspetto della stazione: grigi spenti, squallori da abbandono, un orologio senza lancette, panche polverose, manifesti un po’ futuristi slabbrati e stinti. Unica nota di colore dei pacchetti variopinti sparsi qua e là: sono quelli che nel testo pirandelliano l’Avventore si trascina appresso.

Accanto a Lavia ci sono gli altri due attori, Michele Demaria (l’avventore) e Rosa Palasciano (la donna), così anche la presidente dell’Apulia Film Commission, Simonetta Dellomonaco. Ringraziamenti d’uso e d’obbligo di Lavia, alla Puglia, a Bari città che ben conosce e ama, così le orecchiette (che apprezza e ha apprezzato!) così i teatri che da sempre ha frequentato, dal Petruzzelli all’Abeliano fino al Piccinni dove conta di essere in scena la prossima stagione. L’uomo dal fiore in bocca filmico (annota Lavia) a differenza del suo precedente spettacolo in teatro, a distanza dall’originale che Pirandello scrisse per Ruggero Ruggeri nel 1923, non ha, come del resto questa stazione (le scene sono a cura di Dario Curatolo) dei connotati siciliani. Forse questa de L’uomo dal fiore in bocca, spiega Lavia, è una stazione metaforica e senza tempo come i suoi orologi, forse è uno spazio «altro», al di là della vita, come i personaggi che la popolano, dall’Uomo con il suo fiore di morte in bocca, all’Avventore per caso, alla Donna/moglie di passaggio. Gran pregio attribuito da Lavia all’attività sviluppata, anche in questo caso, dall’Apulia Film Commission, motore di iniziative filmiche nella Puglia tutta.

La presidente Dellomonaco, reso omaggio a Gabriele Lavia, ha ricordato le attività in corso d’opera, come (a quanto pare) la lavorazione di film western «made in Puglia», girati sulle aspre pendici della sassosa Murgia. Hanno aggiunto altre informazioni sul film gli attori Demaria e Palasciano, così per la produzione e lavorazione Gennaro Coppola, Antonio Parente.
Intanto dagli ampi finestroni vetrati, offuscati da ombre e sbavature, si intravede un «esterno stazione» con binario, marciapiede, lampioni: la ricostruzione (come tutto l’apparato tecnico a cura del service Dinamo Film) prevede effetti cinematografici di notevole impatto, dai treni in movimento al maltempo con nuvoloni, tuoni, ecc. Al centro immobile e mobilissima la «tragedia minima» di Lavia e del suo Uomo dal fiore in bocca.

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