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Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

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Bif&st a Bari, da Bellocchio a D’Amore: ecco il cinema e l’impegno

Oggi altra serata di premi. Tra film, incontri e dialoghi

Bif&st a Bari, da Bellocchio a D’Amore: ecco il cinema e l’impegno

BARI - Il Bifest premia nella stessa serata l’autore de Il traditore e quello de L’immortale nell’Arena di Piazza Prefettura alle 2030. Marco uno, Marco l’altro. Marco Bellocchio, ha alle spalle una filmografia imponente, Marco D’Amore invece è al suo primo lungometraggio da regista. Nessuno dei due ha bisogno di presentazioni. Né i rispettivi film, che sembrerebbero distanti tra loro per modo di concepire la rappresentazione dell’universo criminale, ma in realtà condividono un’idea teatrale di fondo che crea la distanza lirica o tragica di un destino storico senza requie.

Il traditore infatti mescola destini incrociati, corsi e ricorsi storici, cinematografici, biografici ipotecando a monte il decorso della vicenda trasversale di don Masino Buscetta come materia da «teatro», per forza di cose, cause e concause, interne ed esterne. Bellocchio non ha neppure bisogno di inventare situazioni artificiose ad hoc. Sono già pronte, reali, agli atti, quelli giudiziari simili agli atti di un dramma. Ogni circostanza ufficiale o occasionale si presta allo scopo scenico. Non soltanto la consueta, ridicola, liturgica pantomima delle hostess al momento decollo dell’aereo, ma il maxiprocesso stesso di Palermo. Donde il brano musicale che accompagna i numeri della clamorosa sentenza di primo grado, in chiave liberatoria, di orgoglio autenticamente patrio: quella sorta di inno nazionale che è il Va’ pensiero nel Nabucco di Verdi. Come altro chiamare le cose se non con il loro nome? «Teatro patologico» commenta un giudice nell’Aula Bunker, allibito di fronte alla serie di esibizioni tragicomiche di detenuti e parenti. Il presidente della Corte d’Assise, rincara la dose: «Ma qui è un manicomio». E aggiunge: «Qui è necessario un presidio psichiatrico permanente». Teatro e psichiatria sono gli elementi che interagiscono ne Il traditore, come nello «spazio manicomiale» in cui vive confinato il protagonista di Enrico IV, o in quella «prigione nella prigione» in cui si trova l’Aldo Moro bellocchiano di Buongiorno, notte. La componente teatrale e quella psichiatrica si mescolano e contagiano a vicenda nella parabola siciliana, quindi italiana per estensione metaforica, de Il traditore come in tante circostanze pregresse di cui Bellocchio ha apposto il suo sigillo creativo.

Anche il protagonista de L’immortale, occhio al titolo, quel Ciro di Marzio che è a tutti gli effetti un Ciro di Marco, Marco D’amore, ha una radice teatrale che eccede il realismo apparente dell’universo criminale. Diversamente da Gomorra – La serie nel suo film Marco offre a Ciro il più crudele dei vantaggi: gli permette di sfuggire alle maglie seriali a condizione di possedere un passato. In quanto incarnazione tragica, in quanto un pre-destinato, governando quel destino che lo governa a sua volta, e in quanto sopravvissuto sin da neonato ad un terremoto storico, reale e allegorico, che travolge il Sud d’Italia, Ciro impone e si vede imporre un passato ulteriore ed esterno alla linea della vita e della serie.
L’immortale è un’ideale versione aggiornata di Edipo re. Da piccolo, Ciro, miracolosamente o tragicamente salvatosi dal terremoto, ha con la cantante neomelodica Stella, quindi a ciò che accade poi con il padre putativo Bruno. Bruno, da eroe idealizzato si trasforma due volte in traditore, incapace persino del gesto sacrificale del Villega di Giù la testa di Sergio Leone.
E viene messo spalle al mura da Ciro, bambino/adulto che cova dentro l’intima vocazione alla sconfitta e alla perdita irrimediabile dell’innocenza del Noodles di C’era una volta in America, e che troppo ha creduto nella lealtà protettiva di un novello Fagin incapace di benevolenza autentica verso Oliver Twist.

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