Giovedì 29 Gennaio 2026 | 15:08

Ventola al TeatroTeam di Bari: «Sul palco come in campo, sarà un grande show»

Ventola al TeatroTeam di Bari: «Sul palco come in campo, sarà un grande show»

 
Giovanni Longo

Reporter:

Giovanni Longo

Ventola al TeatroTeam di Bari: «Sul palco come in campo, sarà un grande show»

Il talk sul calcio con Cassano e Adani: «Il gol a cui sono più legato nella mia esperienza in biancorosso è stato quello contro il Castel di Sangro il 15 giugno 1997 nella gara che valeva la promozione in A»

Giovedì 29 Gennaio 2026, 12:26

12:30

Se Lele Adani presidia la difesa e Antonio Cassano illumina il gioco con i suoi lampi di genio, ci pensa Nicola Ventola, 47 anni, a puntare la rete e a fare gol. Ad averla oggi una linea così… Dal rettangolo di gioco al palco il passo è breve, lì dove «c’è interazione tra di noi e con il pubblico e dove si percepisce la nostra passione per il calcio e la nostra amicizia», racconta Ventola che dà qualche anticipazione sul talk di lunedì sera. «È molto divertente, quasi due ore parlando di calcio e non solo. A Bari ci sarà anche Renato Ciardo che prenderà di mira in particolare Antonio, ma soprattutto speriamo davvero di poterci collegare con l’immenso Igor Protti che sta lottando come un leone contro la sua malattia. Vorremmo tanto poterlo abbracciare in collegamento con il teatro Team». Otto le tappe in giro per l’Italia, la quarta a Bari, con una formula «fortemente voluta da Antonio ancora più naturale con il pubblico e imprevedibile soprattutto nell’uno-contro tutti in cui dà il meglio di sé insieme a Lele grande oratore e conoscitore di calcio, capace di comunicare valori e principi che dovrebbero ispirare il mondo del calcio a cui siamo legati».

A differenza di tanti altri ex, lei ha sempre dichiarato che il Bari è la sua squadra del cuore. Oggi qual è il suo legame?

«Ho sempre visto il Bari come un sogno che si avverava, era la squadra che vedevo da bambino con mio padre, il primo amore, la voglia di fare il calciatore. Passi dalla Grumese, la squadra del mio paese, al Bari lottando con tutto me stesso e la voglia di raggiungere l’obiettivo di diventare professionista. Una volta in prima squadra, poi, ancora ragazzino, contribuisci alla promozione in serie A con sette gol nelle ultime 10 partite. Cosa c’è di più bello?»

Lei è esploso giovanissimo e ha conquistato la serie A da protagonista, lasciando abbastanza presto il Bari. Avrebbe voluto godersi di più la maglia biancorossa?

«Ci ho provato sino all’ultimo, chiedendo a Matarrese, un grande uomo, di rimanere un po’. Il grave infortunio mi ha impedito di vivere quella stagione in A ma mi spaventava andare in una grande squadra come l’Inter di Baggio e Ronaldo dopo sei mesi di inattività, pur avendo recuperato bene. “Devi andare”, mi spronò il presidente, era la mia opportunità di spiccare il volo».

Gli infortuni hanno condizionato la sua carriera, capita di fermarsi a pensare a cosa sarebbe potuto accadere?

«Avrei potuto fare molto di più come dimostra cosa dicono di me calciatori con i quali ho fatto le giovanili della Nazionale sino all’Under 21. Ho giocato con Totti, Pirlo, Gattuso, Buffon, Zambrotta, Nesta, Perrotta. Ricordo a me stesso che loro hanno vinto il Mondiale nel 2006. Felicissimo da amico e tifoso, sia chiaro. Chissà, forse avrei potuto avere qualche chance in più per stare in campo con loro. In pochi avevano le mie caratteristiche fisiche, atletiche e tecniche. È andata diversamente, ma vedo il bicchiere mezzo pieno».

Lei conosce bene il presidente Luigi De Laurentiis, come sta vivendo a suo avviso questo momento così difficile per il Bari?

«Non bene. Dalla espressione del volto si percepisce la tristezza e la delusione, anche alla luce del mercato importante della scorsa estate soprattutto nella fase offensiva. Pensava di aver costruito una buona squadra che potesse giocarsela da protagonista, il campo ha detto il contrario. Secondo me sta riflettendo su tante cose. Persona perbene, è il primo ad essere orgoglioso se arrivano i risultati e il primo a soffrire perché la piazza in questo momento non ti vede bene. Non so cosa deciderà e quale sarà il futuro a parte i cambiamenti di direttore sportivo e allenatore».

Ha vissuto e lavorato in tanti posti, anche all’estero. Ha avuto modo di percepire se il Bari può essere una realtà appetibile per investitori stranieri?

«Lo deve essere, ma molti gruppi stranieri possono capire sino a un certo punto il potenziale di un club. Devi avere la fortuna che chi arriva, intuisca cosa significherebbe accendere quella luce che il Bari può scatenare. Me lo auguro e lo spero, in un momento in cui proprietà italiane di club sono sempre meno. Se c’è qualcuno lungimirante, spero arrivi a Bari».

Cosa manca al Bari?

«Ho visto tutte le partite, non c’è personalità. Le poche vittorie sono arrivate quando non meritava. La squadra non decolla, ma forse con Longo ha trovato una guida forte. Ho giocato con lui, lo conosco. La sensazione è positiva nel senso che quando attraversi queste difficoltà, è importante ci sia un allenatore che faccia anche da psicologo, che tiri fuori la personalità dei giocatori e che azzeri la paura. A Cesena non meritavamo di vincere, ma abbiamo portato a casa tre punti. Prima quelle partite le perdevi. Con Fascetti ho giocato in uno stadio vuoto e i fischi del pubblico, so che significa».

Quanto incide un allenatore nella carriera di un calciatore?

«Prendiamo la Juve di Spalletti. Prima del suo arrivo in tanti pensavano che i giocatori fossero dei brocchi. Con un bravo allenatore, diventi più squadra, sei più credibile, hai più personalità».

Quale allenatore ha contribuito di più alla sua crescita?

«Fascetti, Tardelli, Cuper sono stati bravi con me, ma non ho avuto un allenatore alla Gasperini quando allenava il Genoa che ha dato molto ad attaccanti come Di Vaio e Borriello da un punto di vista tattico e di crescita nella comprensione del gioco».

Ha mai pensato ad un ruolo nel Bari: possibile che non possa esserci spazio per baresi che, come nel suo caso, hanno maturato esperienze professionali in tanti campi?

«Non lo avevo mai pensato, in futuro invece è una cosa che non mi dispiacerebbe anche se è un’arma a doppio taglio. Per quanto ti vogliono bene e tu conosci l’ambiente, la città, i tifosi e la società, se le cose non vanno bene il primo a pagare le conseguenze è quello di casa, ma questo, sia chiaro, non mi fa paura. Mi piace il mondo della comunicazione, non farei mai l’allenatore, ma mi stuzzica ad esempio ritagliarmi la figura di riferimento del presidente come collegamento con la squadra».

Il gol segnato con la maglia del Bari a cui è più legato?

«Quello contro il Castel di Sangro il 15 giugno 1997 nella gara che valeva la promozione in A giocata in uno stadio San Nicola esaurito. Dal campo si vedevano solo le teste degli spettatori… Segnai il primo gol, attaccai la profondità, volevo piazzare il pallone con forza dove si è infilato».

Un gol… alla Ventola: ci sono giocatori con le sue caratteristiche oggi?

«Onestamente non ne vedo, l’ultimo per caparbietà, voglia di puntare la porta, è stato secondo me Belotti».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Marchio e contenuto di questo sito sono di interesse storico ai sensi del D. Lgs 42/2004 (decreto Soprintendenza archivistica e Bibliografica Puglia 18 settembre 2020)

Editrice del Mezzogiorno srl - Partita IVA n. 08600270725 (Privacy Policy - Cookie Policy - - Dichiarazione di accessibilità)