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L'intervista

Tennis, «il fattore P» Panatta, Pennetta e la serie di Procacci

Flavia Pennetta intervista Panatta: «Vi racconto la leggenda della Davis»

In occasione dell’uscita de «Una squadra» la campionessa brindisina Flavia Pennetta ha intervistato per la «Gazzetta» la leggenda del tennis Adriano Panatta

10 Maggio 2022

Flavia Pennetta - a cura di Antonello Raimondo

Troppo bella, davvero: ho visto un paio di puntate della serie TV «Una squadra» e mi sono divertita tantissimo.

ADRIANO PANATTA - «E non hai visto le altre, Flavia. Vedrai che riderai ancora tanto. Tutti noi, i moschettieri della Coppa Davis in Cile, abbiamo dato il meglio. Quando ho rivisto tutto per la prima volta ho provato una gradevole sensazione».

La squadra, già. Eravate fortissimi. In campo. Poi?

«Un mezzo disastro... Scherzi a parte, eravamo quattro personalità completamente diverse, quattro ragazzi completamente diversi con storie diversissime. Ci siamo trovati a vivere questa avventura e ci è andata benone, direi».

Non sarà stato facile, immagino.

«Più semplice del previsto. Perché l’importante è che non manchi mai il rispetto. Ognuno aveva dell’altro grande considerazione professionale».

Il percorso più tortuoso è stato quello con Corrado Barazzutti. Almeno così dicono...

«Non mi nascondo. Ma non è questione di andare d’accordo o meno. Siamo diversissimi ed è normale che vedessimo le cose in modo diverso. Certo non andavamo a cena insieme. Questo, però, ha portato a una coesione strana. Una sorta di chimica, direi. Quando ci si vedeva per la Coppa Davis tutto funzionava. Ci si aiutava, ci si allenava insieme, mai un battibecco. Diciamo che ci godevamo una settimana bianca.... Ma sia chiara una cosa, ho sempre considerato Corrado un grande tennista, sulla terra battuta batterlo era davvero complicato».

Un aggettivo per lui?
«A volte un po’ crudo. Nel modo di porsi e anche di stare in campo. Una persona per bene, detto con un’espressione sola. Questo penso di Corrado».

Qualche aneddoto curioso?
«Uno è carino, davvero. Quando Nicola Pietrangeli voleva farmi un dispetto mi diceva “Adriano, fai match con Corrado ma è vietato andare a rete”. A me cadevano le braccia. Ne venivano fuori scambi interminabili. Noi, poi, esageravamo tanto che Nik era costretto a intervenire. “Così no, ragazzi”, le sue parole. Che storia...».

Quando Domenico Procacci l’ha contattata come l’ha convinta a gettarsi in questa avventura?

«Pensavo volesse propormi la solita cosa. Col solito racconto della Davis vinta in Cile. Invece la sua era un’idea diversa. Mi creda, ha fatto una cosa bellissima. E non lo dico perché sono parte in causa».

Spiegami in cosa «Una squadra» ha una marcia in più.
«Siamo tutti attori protagonisti, alla pari. E non comune. Si poteva far valere le carriere mia e di Corrado. Invece no. Procacci ha sfruttato le potenzialità di tutti tirando fuori un racconto speciale».

Paolo Bertolucci.
«Un fratello, più che un compagno di squadra. Siamo cresciuti insieme e abbiamo condiviso tantissime esperienze, belle e brutte».

Bertolucci ha dichiarato di aver dormito più ore con te che con la moglie. Esagera?
«Credo di no. Ma credimi, Flavia, tra noi non c’è stato alcun rapporto intimo».

Ci mancherebbe, Adriano. Oggi sei un bell’uomo ma da ragazzo eri tanta roba. Bello, punto e basta. Il classico playboy all’italiana.
«Potrei essere tuo nonno, dai. Poi anche tu ne hai scelto uno bello, eh. Ai miei tempi c’erano meno celebrazioni rispetto a ora. Giornali e un po’ di tv. Oggi è un uragano. Quando ho vinto al Roland Garros mica mi hanno aspettato sotto casa. Meglio così, dai».

È vero che ci siete rimasti male per l’accoglienza un po’ freddina al ritorno dal Cile?
«È stata una storia particolare sin dall’inizio. E nella serie di Procacci è raccontato tutti nei minimi dettagli. Abbiamo voluto giocare a tutti i costi quella finale. L’abbiamo vinta ed è un regalo che ci portiamo dentro. Tutto il resto è volato via. Comprese quelle magliette rosse indossate da me e Bertolucci e poi regalate».

Atmosfere diverse, direi.
«Il tennis è cambiato tantissimo. Oggi si dovrebbe avere il coraggio di non chiamarla più Coppa Davis. Perché non è la stessa cosa. L’hanno svenduta. È una competizione a squadre. E basta».

Succede, poi, che qualcuno decida di disertare le convocazioni in nazionale. E a te non è piaciuto.
«Ti riferisci a Sinner. Ma è un ragazzo e credo abbia capito il senso delle mie parole. A quell’età non può esistere il no alla tua nazione. Succedeva anche ai miei tempi, di tanto in tanto. Ricordo qualche rinuncia di Connors e anche di Borg. Poi è possibile che Sinner sia stato mal consigliato, chissà».

È Jannik il più grande talento italiano del momento?
«Ci sono vari tipi di talento. Potremmo, per esempio, dire che Nadal non ne ha? Ci prenderebbero per matti. Sinner colpisce la palla in modo divino ma può e deve crescere. A me è sempre piaciuto un giocatore che tu conoscvi bene, Fognini. Fabio sa fare tutto, gioca con una naturalezza pazzesca e dà anche del tu alla pallina. L’unico neo: quando serve sembra che stia perdendo il treno.... Va un po’ troppo di corsa. Apprezzo anche Berrettini, Sonego, Musetti. Per il tennis italiano è un periodo decisamente virtuoso».

Sembrava che Sinner potesse fare un percorso parallelo con Alcaraz. E invece siamo su pianeti distinti.
«Francamente lo spagnolo fa paura. Sa fare tutto e non è il classico tennista aggressivo e prepotente. Nel suo repertorio c’è un po’ di tutto. Dal gioco di volo alle palle corte. Tornando al parallelo con Sinner va detto che anche fisicamente c’è un gap da colmare. Se facessero a botte Jannik andrebbe al tappeto dopo pochi secondi. È giovanissimo anche lui, però. E ha tutto il tempo per migliorarsi».

Federer fa storia a sè.
«Dico sempre che Roger fa cose vietate. Solo lui riesce a trovare il modo. Gioca un altro sport, su ragazzi».

Gente così non si costruisce.
«Direi che si vive di cicli. La Svizzera non è che producesse chissà cosa. Poi all’improvviso ti vengono fuori Federer e Wawrinka. Predestinati, o giù di lì».

Anche Martina Hingis.
«Esatto. Mi ricorda un po’ il caso della Svezia. Da un certo punto di vista in poi hano smesso di sfornare atleti di livello».

Forse manca il cosiddetto metodo comune. Credo che solo la Spagna sia in grado di attuarlo. Altrove ho l’impressione che ognuno faccia di testa sua.
«È un po’ quello che dicevo parlando della Svezia».

Non mi è piaciuta la presa di posizione del torneo di Wimbledon. L’esclusione dei russi è inaccettabile.
«Quel torneo si sente un mondo a parte. Ci può stare, per carità. Ma non condivido certe cose».

Bè, lì può accadere che il numero 1 del mondo sia testa di serie numero 6. Fanno un po’ come vogliono.
«E aggiungo che solo a Wimbledon ci sono due spogliatoi. Uno per i tennisti bravi e l’altro per quelli pià scarsi. Un pizzico di razzismo, forse. Anzi, diciamo classismo. Lì pensano di poter fare cosa vogliono».

E il tema russi?
«Appartiene allo stesso filone. Dicono che in caso di vittoria di un atleta russo poteva starci un po’ di imbarazzo da parte della Casa Reale. Io dico che ce ne faremo una ragione. Resta una decisione demenziale. I tennisti sono persone. E come tali hanno il diritto di svolgere la propria attività lavorativa. Non è nemmeno bello costringerli ad attaccare Putin. È una situazione delicata. Ci sono i parenti in Russia. La guerra è un orrore, nessun dubbio. Ma questa chiusura, ripeto, è un atto demenziale».

[a cura di Antonello Raimondo]

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