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L'intervista

Gli antifascisti e i comunisti nella provincia di Brindisi: processi, confino, democrazia

Nel centenario della nascita del Pci, l'ex deputato Michele Graduata rilegge i documenti d'archivio riguardanti la storia del territorio locale

Gli antifascisti e i comunisti nella provincia di Brindisi: processi, confino, democrazia

Cento anni addietro, il 21 gennaio 1921, a Livorno, al XVII congresso del partito socialista, nasce per scissione il partito comunista d’Italia, guidato da Antonio Gramsci, Amedeo Bordiga, Angelo Tasca. Numerose istituzioni culturali, benché nell’attuale temperie colgono l’occasione dal centenario per riflettere tra storia e politica. Vicino ad noi, la sezione di Lecce della Società di storia patria per la Puglia ha programmato una pubblicazione su «L’Italia, il Salento e il Pci»; vicino a noi anche l’on. Michele Graduata (deputato nella VIII e IX legislatura col Pci), su invito di suoi colleghi e compagni di partito sta conducendo una ricerca su «Antifascisti e comunisti della provincia di Brindisi». La ricerca è ancora in corso, l’ex parlamentare, tuttavia, ha voluto anticipare in questa intervista alcuni temi riguardanti la lotta contro il fascismo, la costruzione della democrazia, la costruzione della Repubblica.

Onorevole, innanzi tutto: perché questa ricerca oltre l’occasione centenaria?
«Da oltre quarant’anni la cultura del “nuovismo” ha offuscato la conoscenza del passato e rinunciato a immaginare un futuro diverso. Ecco perché, a cento anni dalla nascita del Pci, in tante parti d’Italia si sono intensificate le iniziative volte a ricordare la fermezza e la coerenza con le quali tanti uomini e donne si impegnarono per ridare onore al nostro paese e costruire la Repubblica. Per quanto mi riguarda, attraverso i documenti, ho inteso ricordare alcuni degli eroi dell’antifascismo e della costruzione della democrazia in provincia di Brindisi nella convinzione, da un lato, di dover ripensare in modo critico quelle pagine di storia e, dall’altro, di dover rifuggire dall’illusione, oggi largamente diffusa, che sia possibile un futuro senza un passato».

Partiamo dalle origini…
«Due anni dopo la nascita del Pci, l’organizzazione comunista in Puglia era ancora assai debole: 244 iscritti, 2 soli a Brindisi, con l’impegno politico che si esauriva nella diffusione di volantini, l’esposizione di drappi rossi sui campanili e la scrittura sui muri di slogan antifascisti. Il 15 gennaio 1926, poi, Brindisi diventa provincia per volontà di Mussolini, ma nello stesso anno, dopo l’attentato al duce, il fascismo intensificò l’azione repressiva tra severe sanzioni contro gli espatri clandestini e revoche a tempo indeterminato di tutte le pubblicazioni ostili al regime. Pensiamo poi allo scioglimento di tutti i partiti, associazioni e organizzazioni esplicanti azioni contrarie al regime e all’istituzione del confino di polizia. L’opposizione diventa dunque clandestina e nella provincia di Brindisi essa si sviluppò nel capoluogo, a Ceglie Messapica, Mesagne, Francavilla Fontana, Ostuni, Latiano e Oria, mentre alcuni antifascisti fuoriusciti, fra i quali Giuseppe Sardelli e Antonio Gigante di Brindisi, Santo Semeraro di Mesagne e Francesco Ricci di Ceglie Messapica, si impegnarono all’estero in un’azione di raccordo».

E già l’anno dopo, nel 1927…
«Nell’estate di quell’anno la polizia scoprì a Brindisi un’organizzazione di giovani comunisti ritenuti “pericolosi” e piovvero complessivamente pesanti condanne a 45 anni e 2 mesi di reclusione per il calzolaio Domenico Conchiglia di Monopoli (papà dell’on. Cristina), per il meccanico Teodoro Ostuni di Brindisi; per il muratore sanvitese Giuseppe Trastevere, per i brindisini Vincenzo Battista, barbiere; per Umberto Chionna; per Giuseppe Ribezzi, Pietro Vacca e Gaetano Liuzzi, muratori; per il bracciante Guglielmo Carella. Tutti, durante l’istruttoria, dichiararono di essere stati seviziati».

Nessuna reazione a tutto ciò?
«Certo: si intensificarono le proteste popolari. Il 1° Maggio 1927 a Ceglie, furono affissi alcuni manifesti scritti a mano e ci fu un autentico giro di vite tra interrogatori e perquisizioni: alcuni furono denunciati al Tribunale speciale che il 6 giugno 1928 comminò dure condanne: 5 anni al contadino Rocco Spina, 4 all’operaio Giuseppe Lodedo a 4 anni; 2 anni a testa ai calzolai Leonardo Chirulli e Giovanni Putignano».

Un episodio isolato?
«Non direi: il 22 maggio a Ostuni il calzolaio Vito Oronzo Marseglia, 65enne, dopo aver pronunciato invettive contro il regime durante un comizio, fu incarcerato per 10 giorni. Il 1° settembre a Mesagne, alcuni antifascisti commissionarono una corona di garofani rossi che deposero sulla bara del loro compagno Angelo Volpe, ucciso il 30 agosto in una rissa. Il fioraio che fornì la corona, non ottenendo il pagamento di quanto gli era dovuto sporse denuncia e furono fermati Carmine Pignatelli, Giuseppe Radaelli, Aristide Di Nittis e Nicola Gravina».

Ha riscontrato ulteriori episodi, dopo quelli raccontati?
«Sì. Un’altra ondata di arresti colpì il Brindisino l’8 luglio 1937. Ci fu una riunione a Ceglie: Francesco Ricci era rientrato dalla Francia; c’erano Rocco Spina, Francesco Barletta e Giuseppe De Tommaso. Nel corso della notte furono arrestati tutti gli esponenti del Pci di Ceglie, Brindisi, Oria e Ostuni e dopo il processo ci furono altre condanne per i cegliesi Rocco Spina, Rocco Chirico, Cosimo De Maria, Antonio Telesi e Oronzo Vitale contadini; Leonardo Chirulli e Domenico della Rosa calzolai; Francesco Barletta e Gennaro Conte impiegati; e ancora per il parrucchiere Francesco Magno, per il sarto Rocco Carrone, per il falegname Arcangelo Ricci, per il venditore ambulante Cosimo Urgesi, per il bracciante Luigi Chirico. Subirono condanne pure i meccanici Teodoro Ostuni e Giuseppe De Tommaso, Giuseppe Ribezzi, muratore e Cosimo Mauro, tutti brindisini. Un mese dopo, il 29 agosto, fu arrestato a Brindisi il dott. Armando Monasterio poi prosciolto in istruttoria per insufficienza di prove».

Insomma - come ha scritto Massara - davvero “un popolo al confino”…
«Per farsi un’idea, riferisco questi dati della ricerca: dei confinati politici pugliesi 283 erano definiti comunisti, 2 social-comunisti, 22 socialisti, 12 anarchici, 4 repubblicani, 3 sovversivi, 99 antifascisti, 51 apolitici, 9 disfattisti, 6 senza qualifica. Di questi saranno riconosciuti colpevoli di organizzazione del partito comunista 225: 14 nel Brindisino. E ricordo però che nel Luglio del 1943 migliaia di antifascisti uscirono dalle carceri e salparono dalle isole di deportazione. Dopo la democrazia negata si trasformarono in tessitori di una democrazia allargata per ridare onore e dignità al nostro Paese. Del resto, nel 1944-1945, nel Comitato di liberazione nazionale, tutti i partiti che avevano lottato contro il fascismo erano uniti».

Quando il Pci riprese la sua piena attività?
«Il quadro politico, economico e sociale in provincia di Brindisi fu tracciato in occasione del congresso provinciale del Pci che si tenne nei giorni 6-7-8 Ottobre 1945 in preparazione del V congresso nazionale. I lavori si svolsero nella sezione “Gramsci” del capoluogo. Sui, ai muri, grandi cartelloni con scritta la parola d’ordine: “Viva la costituzione”. Cito i documenti: “il congresso è aperto dal compagno Battista, segretario della sezione (...). Propone, quindi, alla presidenza onoraria del Congresso i compagni Antonio Gramsci, Giuseppe Prampolini, Eugenio Santacesaria di Mesagne caduto nei campi di battaglia in Spagna e i compagni Galiano di Oria, Pentassuglia di Francavilla e Mauro di Brindisi, martiri della lotta contro l’oppressione fascista. Alla presidenza effettiva vengono chiamati il compagno socialista Sardelli Arturo, la compagna Maugeri Maria, il compagno partigiano Pecchia, il compagno Bianco della Direzione del partito, il compagno Semeraro segretario della Federazione, il compagno Caldarulo e il giovane compagno Colucci”. La relazione della segreteria analizzò la provincia “prettamente agricola”, parlò di “rigurgiti di feudalesimo” e di “grettismo che pervade la stessa media borghesia agraria della nostra provincia”; soprattutto sottolinò che si era di fronte a “una situazione rivoluzionaria nel senso che oggi si sta sviluppando e compiendo una rivoluzione democratica”. Si sottolineò la necessità di rafforzare la presenza del Pci in tutte le amministrazioni comunali dove il partito era rappresentato da molti vice sindaci e da tre sindaci: il compagno Sollazzo a Torre S. Susanna; il compagno Galiano a Oria e il compagno Rocco Spina a Ceglie Messapica, indicati come: “tre autentici e rudi lavoratori della terra”. Si sottolineò altresì: “l’adeguata rappresentanza nella deputazione provinciale dei due compagni Sansone Nino di Ostuni e Scoditti Ezio di Mesagne che hanno saputo riscuotere la fiducia di quella assemblea”».

Come si concluse quel congresso?
«A conclusione dei lavori furono eletti componenti del Comitato federale di Brindisi i compagni Chirico Giovanni, De Sanctis Santo, Di Noi Vincenzo, De Tommaso Vincenzo, Palermo Vittorio, Ricci Francesco, Semeraro Sante, Silvestro Cosimo, Manzoni Maria, Brugnola Giovanni, Colucci Ezio, Chirico Rocco, De Leonardis Leonardo, Conchiglia Domenico, De Laurentis Pietro, Miceli Angelo e Salerno Francesco. I compagni Semeraro Santo, Ricci Francesco, Colucci Ezio e la compagna Manzoni Maria furono eletti delegati al congresso nazionale”. Le elezioni comunali del 1945 mutarono la geografia politica del paese e la gerarchia all’interno dei partiti. Fu inferto un colpo mortale al Comitato di liberazione nazionale ed a livello locale si crearono i blocchi tra le amministrazioni social-comuniste e dall’altro quelle democratiche cristiane. Del resto nel 1946 ci fu la pubblica condanna di Pio XII dell’ideologia comunista e nell’aprile la Dc lasciò liberi i suoi elettori di votare a favore o contro la Repubblica».

Quindi la Repubblica...
«In prossimità del voto del 2 Giugno per la Costituente e del referendum, il 17 aprile 1946, si tenne a Brindisi un Convegno provinciale per l’“Esame della situazione politica e organizzativa del Pci”. Il segretario della Federazione Santo Semeraro nella relazione introduttiva si soffermò “sulla posizione della Dc che nella nostra provincia ha assunto il ruolo di fulcro attorno al quale si sono mosse tutte le forze reazionarie, monarchico-qualunquistiche legate agli interessi degli agrari”; ribadì la necessità che le nostre sezioni diventassero “Case del popolo”, guardò alla situazione di Ceglie dove: “le cricche locali attraverso l’azione di elementi reazionari del cosiddetto Partito del Reduce, appoggiati dalla locale sezione della Dc, avevano occupato la sede del nostro partito subito dopo la vittoria della lista democristiana”. Intanto le elezioni per l’Assemblea costituente avevano registrato sia una affluenza alle urne dell’89,1%, a testimonianza dell’educazione civica svolta dai partiti politici nei confronti dei cittadini, sia la fiducia accordata ai partiti maggiori nella misura del 35,18 alla Dc; del 20,72 al Psi e del 18,06 al Pci. In sostanza le tre formazioni politiche a larga base operaia e popolare avevano raccolto il 74,86 % dei voti a fronte del 14,84 % strappato dalle destre liberali, dai qualunquisti e dai monarchici. Nel referendum istituzionale, per la facilità del meccanismo di voto, vi furono addirittura 468.857 voti in più rispetto a quelli espressi per l’elezione dell’Assemblea costituente e la Repubblica prevalse con il 54,26% dei voti».

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