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Nel brindisino

Latiano, mise guinzaglio del cane alla moglie: condannato

Sono cadute, tuttavia, le accuse di violenza sessuale: furono «solo» maltrattamenti

Brindisi, imputato di stalking  colto da infarto in tribunale

«Mi legava alla catena come un cane e pretendeva sesso».
Riconosciuti i maltrattamenti ma non la violenza sessuale. Per questa ragione, un incensurato latianese di 45 anni è stato condannato a due anni (con pesa sospesa). La stessa condanna era stata chiesta dal pubblico ministero Pierpaolo Montinaro.
L’uomo, nel 2015, era stato denunciato dalla moglie in quanto, tra le altre cose, l’avrebbe costretta a fare sesso controvoglia, schiaffeggiata, chiusa in casa e legata - come si diceva - con la catena del cane.
Secondo il giudice di primo grado, che ha in parte concordato con le tesi dell’avvocato Domenico Attanasi, difensore dell’imputato, il 45enne non violentò la congiunta anche se la maltrattò minacciuando addirittura di ucciderla. Inoltre, secondo l’accusa, la percosse con schiaffi e calci, “ricattandola nel caso in cui avesse denunciato, impedendole di vedere la madre se non avesse fatto quello che diceva lui”. L’istruttoria ha condotto tanto il pubblico ministero quanto poi il giudice monocratico a escludere la sussistenza dell’accusa di violenza sessuale “perché il fatto non sussiste”, mentre si tornerà a parlare di maltrattamenti in quanto il legale dell’uomo ha già annunciato l’intenzione di ricorrere in appello dopo aver letto la motivazione di questa prima sentenza: per lui e ovviamente per il suo assistito, non vi furono neppure i maltrattamenti.


Il processo penale - come si diceva - era scaturito dopo la denuncia sporta dalla donna, tuttora sposata con l’imputato, quattro anni fa. Il marito venne arrestato il 17 luglio 2015 e nel frattempo è stato rimesso in libertà. “Maltrattava la moglie convivente, minacciando di ucciderla”, era scritto nell’ordinanza di arresto.
“In un’occasione” avrebbe costretto la moglie a “fare sesso con la forza, l’avrebbe schiaffeggiata” e avrebbe anche “messo al collo della la catena del cane”. Tale condotta era stata contestata “fino al mese di aprile 2015”. La donna, sempre secondo l’accusa mossa dalla Procura, sarebbe stata anche chiusa a casa. In tal modo – si legge nel capo di imputazione – sarebbe stata costretta a “un regime di vita penoso e intollerabilmente vessatorio”. Accuse che sia pure in parte sono cadute.

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