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Non si dà pace R., 25 anni, nel suo letto di ospedale presso il Policlinico di Bari, dove nella tarda mattinata sarà sottoposto a un delicato intervento di riduzione della frattura allo zigomo destro: «Che avrei dovuto fare? - dice con voce fioca ma ferma -. Non avrei dovuto difendere i miei amici? Avrei dovuto girare la testa dall’altra parte? Sembravano delle belve. Si sono accaniti contro di me e il mio amico, anche quando eravamo ormai a terra. E con loro c’era almeno una ragazza, se non addirittura più d’una. Ed è proprio quella che mi ha sferrato un calcio alla testa».

Oltre alla frattura allo zigomo da ricomporre, la baby gang che lo ha aggredito nella notte tra sabato e domenica (erano circa le 2), nei pressi della scalinata della chiesa di Sant’Andrea, cuore del centro storico e della movida, a poche decine di metri dalla Prefettura e dal Comando provinciale della Guardia di Finanza, gli ha lasciato altri pessimi «ricordi»: varie microfratture alla testa, oltre a un occhio pesto e gonfio, che lascia sgomenti anche a un paio di giorni dal pestaggio.
Le modalità di azione? Sempre le solite, secondo un cliché, sempre più consolidato (si veda l’articolo qui di fianco) e pericoloso. Dapprima uno o due del «branco» sfottono chi si trova di passaggio dalle parti del loro stazionamento ciondolante. Poi, nel caso di replica «in sintonia» con le modalità espressive dei potenziali aggressori, il ragazzotto (o i ragazzotti), che pure un alitare di vento si porterebbe via, si moltiplicano come cavallette all’improvviso e si accaniscono contro il malcapitato o i malcapitati. Pugni e calci come grandine.

E quando spunta un coltello, la tragedia è in agguato: come accadde, ad esempio, il 20 settembre del 2014, quando Biagio Zanni fu colpito a morte nei pressi di piazza Quercia, nel centro storico di Trani, dopo essere intervenuto a difesa di un amico.
E che dire delle «eroiche» gesta dei quattordici (avete letto bene: quattordici) che il 2 giugno scorso, nella villa comunale di Bisceglie, «celebrarono» a modo loro la festa della Repubblica, avventandosi contro un 16enne di Trani? Per la gang composta da sette maggiorenni e sei minorenni (tutti arrestati, quello sotto i 14 anni non era imputabile) l’accusa contestata è di «lesioni gravi per futili motivi». Ha scritto il gip Maria Grazia Caserta nell’ordinanza di custodia cautelare: «L’immagine della vittima, esanime e circondata da rivoli di sangue, esprime tutta l’inaudita violenza con cui il ragazzo è stato colpito e ferito, tanto più se si osserva che costoro girano armati di noccoliere, strumenti particolarmente offensivi e da considerarsi delle vere e proprie armi».
«Inquietante», aggiunge il gip. Già. Inquietante e ricorrente. Ma forse è giunto il momento di dire basta.

«Li avevo osservati da un po’, mentre col mio gruppo attendevo altri due amici». R. ricorda quell’incubo, ma vorrebbe evitare di rievocarlo, anche se sa che dalla nitidezza delle immagini e del suo racconto dipende l’esito dell’indagine che sta conducendo la Polizia. Magari con l’ausilio di altre testimonianze e quello degli «occhi elettronici» sparsi in zona si riuscirà a dare un nome e un volto al branco di ragazzi e ragazze a cavallo della maggiore età che nella notte fra sabato e domenica lo ha massacrato di calci e pugni.
La «motivazione»? Essere intervenuto in soccorso di due amici. Ecco il racconto di quei minuti drammatici che hanno fatto di un «tranquillo» sabato sera la premessa di un ricovero d’urgenza prima all’ospedale «Monsignor Dimiccoli» di Barletta e poi al Policlinico di Bari, con l’«effetto collaterale» di un intervento chirurgico al quale sarà sottoposto stamattina.

«Mi trovavo lì da un po‘ di tempo - ricorda -. E quei ragazzi, all’inizio tre o quattro, non mancavano di offendere chi si trovava a passare da quelle parti, nei pressi della scalinata che porta all’ingresso della chiesa di Sant’Andrea. Erano circa le 2, ma come accade in ogni fine settimana c’era un notevole via vai di persone».
E poi cosa è successo?
«A un certo punto, sopraggiungono i miei due amici. Il copione si ripete anche nei loro confronti: apprezzamenti sgradevoli, parole in libertà, insomma quello che serve per suscitare la reazione di chi viene scelto come bersaglio».
E i suoi amici che fanno?
«Replicano a tono, non ci stanno a fare gli zimbelli di quei ragazzotti. Ma quelli non aspettavano altro. È un attimo: si moltiplicano all’improvviso e si avventano contro di loro. Vedo che stanno avendo la peggio e intervengo, ma quelli aumentano ancora più di numero. È come una tempesta, come se avessero studiato tutto a tavolino: lanciata l’esca, non resta che picchiare come furie».

Interviene qualcuno a difendervi?
«Macché, nessuno! Anche quando eravamo ormai quasi esanimi (per fortuna, un amico se l’è cavata con qualche ferita superficiale, mentre l’altro è rimasto illeso, ndr) hanno continuato a sferrarci pugni e calci. Ho riflettuto a lungo, ma sono convinto che la pubblicazione della foto con le ferite che mi hanno inferto potrà fare comprendere meglio di mille parole che aggressioni vili come quella che ho subìto non devono più ripetersi. Mi attendo giustizia, spero che si ponga uno stop a questo fenomeno triste e pericoloso».

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