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Lavoro nero nei campi, dopo il caso di Paola Clemente parte il processo a Trani

Le difese dei 6 imputati: «Non c’è la competenza territoriale»

Andria, caporalato e agenzie interinali: 6 arresti per morte di Paola

TRANI - Questioni preliminari, molte ed articolate, nel processo che prende solo spunto dalla morte di Paola Clemente, la 49enne bracciante di San Giorgio Jonico (Ta) deceduta in un vigneto di Andria l’assolato 13 giugno 2015. Per la sua morte non ne risponde nessuno alla luce dell’autopsia che stabilì una sofferenza da ipertensione ed una «familiarità alla cardiopatia ischemica».

Ma l’inchiesta sulla sua tragica fine prese anche un’altra direzione, quella sul reclutamento di numerosi braccianti per lavorare a giornata. Fatti diversi, dunque, dall’accusa di omicidio colposo originariamente contestata dalla Procura della Repubblica di Trani, che giungono ora al vaglio dibattimentale. Il processo è iniziato ieri davanti al giudice monocratico Paola Buccelli con una serie di eccezioni preliminari che il 30 marzo dovrebbero vedere anche formalizzare quella sull’incompetenza territoriale del tribunale tranese, perché, secondo la difesa dei 6 imputati, le contestazioni, da essi sempre respinte, si riferiscono a fatti non avvenuti ad Andria ma in altre città pugliesi non rientranti nella competenza territoriale del Tribunale di Trani. Ma di questo se ne parlerà diffusamente a fine marzo. Ieri i lunghi interventi delle difese sono stati dedicati alle eccezioni d’inammissibilità sia della parte civile ammessa dal giudice per l’udienza preliminare, l’agenzia interinale Info Group di Noicattaro, sia di quelle che hanno fatto istanza di ammissione in apertura di processo: la sezione agricoltura del sindacato Cgil ed i parenti della stessa Clemente che fu reclutata insieme ad altri numerosissimi braccianti proprio dall’Info Group (di cui si è chiesta la citazione come responsabile civile), nessuno dei quali però ha chiesto di costituirsi parte civile.
Stando alla conclusione delle indagini del pubblico ministero Alessandro Donato Pesce, nella provincia di Taranto sarebbero stati reclutati numerosi braccianti per lavorare a giornata in aziende agricole e campi della provincia Barletta-Andria-Trani, venendo sfruttati, minacciati ed intimiditi, prospettandogli di non esser più chiamati «in caso di ribellione e non accettazione delle condizioni di sfruttamento». Si sarebbe profittato del loro stato di bisogno, al cospetto di una «scarsa offerta di lavoro alternativo».

In prevalenza donne, che in quel lavoro di fatica e sudore vedevano l’unica fonte di reddito familiare. Paghe di pochi euro all’ora nonostante si spaccassero la schiena sotto il sole mentre i documenti avrebbero raccontato tutt’altro. La morte della Clemente, stroncata da un infarto, non fu, dunque, ritenuta diretta conseguenza degli illeciti che nell’estate 2015 avrebbero comunque commesso a vario titolo i 6 imputati nel reclutare e gestire numerosi braccianti occupati nei campi della Bat. Sono tutti accusati di concorso in truffa: Pietro Bello (54 anni di Conversano) direttore della divisione agricoltura dell’agenzia Infor Group di Noicattaro; Oronzo Catacchio (49enne di Bari) e Gianpietro Marinaro (31, di S. Giorgio Jonico), gestori dell’agenzia di lavoro; Ciro Grassi (45, di Monteiasi-TA), titolare della ditta che trasportava i braccianti nei campi; sua cognata Giovanna Marinaro (49, di Monteiasi) che, insieme a Grassi, «sarebbe stata capace di mobilitare centinaia di braccianti»; Maria Lucia Marinaro (39, di Monteiasi, moglie di Grassi). Tranne che a quest’ultima, agli altri è contestato anche il reato di concorso in intermediazione illecita e sfruttamento di lavoro. 

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