Lunedì 14 Ottobre 2019 | 03:09

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Pagine di tenacia e preparazione. A scrivere i primi esaltanti capitoli, e siamo ancora all’inizio, il barlettano gira mondo Luigi de Martino Norante. Classe 1994 è cortese e disponibile. La Gazzetta lo ha raggiunto in Olanda. Nei giorni scorsi è tornato in Italia al Gran Premio di Monza per la gioia di mamma di Nunzia Stella, papà Raffaele e i fratelli Stefano, Fabio e Nicola.

Che tipo di ruolo svolgi?
«Lavoro in Formula Uno come ingegnere aerodinamico per la McLaren Racing. Il mio compito è assicurarmi che l'auto da corsa percorra ogni circuito nel minor tempo possibile sfruttando l'interazione con l'aria che la circonda. Mi impegno su diversi livelli, analizzando dati in tempo reale, comunicando con gli ingegneri di pista, migliorando la vettura con i progettisti».

Come si svolge una giornata tipo?
«In settimana la mia giornata tipo è quella di un comune dipendente, minimo nove ore di lavoro con pausa pranzo e la serata dedicata all'organizzazione familiare. Tuttavia, a questo si aggiungono una ventina di weekend all'anno in cui lavoro ininterrottamente con tempi rigidamente scanditi in base al fuso del paese in cui si svolgono i Gran Premi e in base alle necessità del team in pista».

Come sei arrivato a questa occupazione? 
«Ho iniziato a seguire la Formula Uno nel 2008 - veramente tardi a dirla tutta - sulla scia dell'entusiasmo di mio zio che è sempre stato un appassionato. Negli anni seguenti i continui riferimenti in TV all'aerodinamica e alla sua influenza sulle prestazioni delle auto mi lasciavano affascinato e con tanti punti di domanda: che magia c'era nell'aria per far andare le auto più veloci? Per questo motivo ho deciso di dedicarmi allo studio di questa branca della fisica».

Quali studi hai compiuto? 
«Tutto il mio percorso di studi è stato finalizzato ad entrare in Formula Uno: Laurea Triennale in Ingegneria Aerospaziale al Politecnico di Torino e Laurea Magistrale con specializzazione in Aerodinamica all'Università di Delft. Agli studi vanno aggiunte le svariate esperienze in team studenteschi e il tirocinio con la Scuderia Toro Rosso. In ultimo ma non per ultimo la maturità al “Casardi” di Barletta».

Quanto è stato duro transitare dal mondo dello studio a quello del lavoro? 
«Sinceramente non me ne sono accorto, dato che i ritmi dell'università olandese erano simili a quelli lavorativi. Infatti, tante ore di lezione e studio sui libri che avevo in Italia sono state integrate e in parte soppiantate da vari progetti di gruppo. Un esempio lampante è stata la mia tesi: nove mesi di lavoro con un articolato piano settimanale rivisto ogni settimana col professore, precisi orari di ufficio, giorni di ferie da tenere in conto fin dall'inizio, attrezzatura e fondi da gestire».

Come ti trovi all'estero?
« É una domanda che mi viene rivolta spesso e a cui faccio fatica a trovar la risposta giusta. Sono felice delle esperienze estere che ho avuto tra Regno Unito e Paesi Bassi, delle persone incontrate e dell'integrazione che ho pian piano avuto con i loro modi di fare e pensare. Però mentirei se non dicessi che mi è pesata e mi pesa a volte la mancanza di casa e dell'Italia, anche in maniera forte».

Ti senti un cervello all'estero?
«No. Volevo lavorare in Formula Uno e per farlo dovevo andare nel Regno Unito, dove hanno sede quasi tutte le scuderie. É stata una mia libera scelta e non mi sono sentito cacciato o non supportato dal mio Paese. Una volta però mi è stata fatta pesare la scelta di lasciare l'Italia: verso la fine della mia laurea triennale chiesi al professore responsabile degli scambi tra università se potesse darmi dei consigli su come affrontare l'esperienza di studio all'estero. Mi rispose che da venditore di Fiat non mi avrebbe mai aiutato a comprare una Toyota. Non credo ci sia altro da aggiungere».

Dovendo offrire un consiglio a chi volesse intraprendere il tuo medesimo percorso cosa diresti? 
«Due cose in particolare. La prima è una generale a tutti gli studenti: la fortuna, il caso, le scorciatoie sono forse scuse che troviamo per stare bene con noi stessi, ma se i risultati non arrivano dovremmo chiederci come prima cosa se abbiamo davvero dato il massimo per ottenerli. La seconda è specifica per questo percorso: studiare non è sufficiente, bisogna cercare fin da subito di arricchire il proprio curriculum con esperienze in team studenteschi, progetti extracurriculari, certificazioni di competenza per specifici software».

Progetti per il futuro? 
«Nel futuro mi vedo ancora in Formula Uno, continuando a imparare, a divertirmi e ambendo a posizioni di maggior responsabilità». [twitter@peppedimiccoli]

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