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A Modugno

Ucciso durante una rapina
dopo 14 anni nessun colpevole

Giuseppe Lacalamita voleva difendere la fidanzata con cui si era appartato. Assolti albanesi accusati del delitto

Ucciso durante una rapinadopo 14 anni nessun colpevole

‹‹A 14 anni dall’omicidio di mio figlio ancora nessun colpevole, la giustizia si è dimenticata di noi››. Non si dà pace Gaspare Lacalamita, 82 anni, agricoltore in pensione. Sono passati quattordici anni da quel drammatico 30 settembre 2002, quando suo figlio Giuseppe, ragioniere, fu ucciso da una mano rimasta ignota. Era il giorno della festa di san Rocco, il santo patrono della città. Quella sera, Giuseppe Lacalamita si era appartato con la sua fidanzata tra le campagne appena fuori da Modugno, per assistere ad uno spettacolo di giochi pirotecnici. Una intimità violata da quattro balordi ed un tentativo di rapina finita nel sangue. Quattro ragazzi, tutti di nazionalità albanese i presunti aggressori. Agirono a volto coperto da passamontagna. Il giovane Lacalamita fu ucciso da un colpo di pistola al cuore, sparato a bruciapelo mentre tentava di proteggere la fidanzata dall’aggressione.
«Il ricordo di quel giorno ci logora›› confessa papà Gaspare mentre sfoglia su un divano articoli e ritagli di giornale che raccontano le cronache quel giorno maledetto. ‹‹Ci sono dei giorni in cui quel dolore mi sconvolge e divento intrattabile, non abbiamo più niente, solo dolore».
Per l’omicidio di Giuseppe furono fermati quattro cittadini albanesi, Tusha Idrit, Seferi Florenc, Tusha Arian e un minorenne subito prosciolto. Tusha Arian si rese latitante e riuscì a fuggire in Albania mentre gli altri furono condannati in primo grado con l’accusa di concorso anomalo in omicidio volontario e detenzione illegale di arma da fuoco. Seferi Florence, l’esecutore materiale fu condannato alla pena di 23 anni di reclusione, Tusha Idrit e Tusha Arian, alla pena di 12 anni.
Il processo di appello e la cassazione, però, capovolsero la sentenza e gli imputati furono assolti per non aver commesso il fatto. Quell’assoluzione e la mancanza di verità pesano come un macigno sul bisogno di giustizia della famiglia Lacalamita. ‹‹Siamo stati dimenticati›› insiste papà Gaspare, lo sguardo severo segnato dalle rughe e dalla rabbia. Con lui, silenziosa e curva nel dolore, la mamma di Giuseppe, Eugenia Carone, 75 anni.
Sulla parete di una stanza affacciata su via x Marzo, a Modugno, due cartelloni scritti di pugno riportano parole polemiche contro la giustizia italiana. Nel giudizio di appello, infatti, la sentenza fu capovolta perché secondo i giudici ‹‹l’intera fase delle indagini fu caratterizzata da una innegabile approssimazione››, lamentando il fatto che i sospettati, fermati ‹‹a distanza di meno di un’ora dal fatto››, non furono sottoposti all’esame dello stub, così come ‹‹sarebbe stato logico attendersi›› per appurare se qualcuno di loro avesse sparato poco prima.
‹‹Quando la Corte ha assolto gli imputati per non aver commesso il fatto abbiamo sollecitato la procura di Bari a riaprire le indagini per trovare i veri colpevoli - spiega Domenico Di Ciaula, l’avvocato della famiglia Lacalamita - ma in assenza di elementi nuovi il caso è stato archiviato e la sentenza non modificabile. Rimane lo sconcerto per una attività di indagine svolta male – conclude l’avvocato – il reato è rimasto impunito, un tormento difficilmente sopportabile››.In città, resta ora una rotonda intitolata alla memoria di Giuseppe. ‹‹Ogni volta che ci vado mi fermo, penso e piango – conclude papà Gaspare - mentre tutt’intorno la vita continua scorrere››.

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