«Hai anche le mozzarelle?». Da un mini-frigo tra pomodori e patate l’ambulante tira fuori una confezione sigillata. «Ecco, sono cinque euro in tutto». Il camioncino a ridosso della parrocchia della Divina Provvidenza al quartiere San Paolo non è un semplice frutta e verdura, più un emporio. Al suo fianco anche un furgoncino, all’interno cassette di «pesce fresco» in vendita. Nell’assenza di servizi commerciali adeguati in questa zona del quartiere ci si arrangia come si può.
«Qui siamo nella periferia della periferia e lo dico perché è una realtà strutturale di questa zona – sottolinea don Pino Diviesti parroco della chiesa della Divina Provvidenza -. Oltre abbiamo la zona industriale e la tangenziale, il nulla, ma è dalla periferia che arriva la luce».
La parrocchia è il centro nevralgico di un rione che conta almeno 10mila residenti. Un corollario di palazzoni di case popolari, più al centro grandi edifici, ex cooperative. «Di persone che per vari motivi hanno deciso di vivere qui – spiega don Pino -, anche se poi non hanno reciso mai le radici dai quartieri di provenienza. In tanti quando chiedi di dove sono rispondono ancora “del Libertà”, “del Redentore” dove tornano per fare la spesa o per le funzioni».
Una comunità con il cuore a metà lungo questi vialoni a ridosso della fermata Metro Tesoro, dove alle emergenze classiche di tutte le periferie (abitative, culturali, o per la mancanza di lavoro), si aggiungono l’assenza di servizi, di spazi di aggregazione. «Ci sono tante belle famiglie e giovani che si impegnano per il bene comune. Questa è una parrocchia viva, che va ben oltre gli stereotipi che le sono cuciti addosso. Ma mancano spazi attrezzati per gli anziani, i giovani devono andare altrove se vogliono fare qualcosa».
Luci ed ombre come sempre, tutto attorno ad una parrocchia che per prima ha qualche problema che tutti sanno, ma che nessuno risolve: la Divina Provvidenza è una chiesa realizzata grazie ad un accordo tra Arca e Curia, ma è un edificio ancora non accatastato. Di fatto da 40 anni c’è, ma non c’è, con tutte le questioni irrisolte che questo comporta.
Ombre che si allungano in una zona del quartiere San Paolo con tante potenzialità inespresse. «Si è investito molto sulla bellezza e i murales, ma bisognerebbe fare un altro passo in avanti – conferma il parroco -. Qui noi facciamo quello che possiamo, dai ragazzi ai quali cerchiamo di garantire un luogo dove esprimersi e giocare dal catechismo ai campi estivi, ai momenti di spiritualità. C’è un gruppo teatrale che mette in scena i musical, tanti giovani che suonano strumenti e percussioni che sarebbe bello poter avviare un laboratorio musicale, ma non abbiamo spazi sufficienti. Una volta al mese una avvocata viene per uno sportello di ascolto. La parrocchia non è solo un luogo di culto e spiritualità ma di integrazione vera. E’ stata benedetta in fase di realizzazione da Papa Giovanni Paolo II, nell’edificio adiacente c’era un centro poliambulatoriale, poi chiuso. Il primo parroco aveva strutturato alcuni spazi con macchine da cucire perché si dava lavoro alle donne...».
Donne che all’ombra di questi palazzoni spesso tacciono su quanto vivono nelle famiglie. «La violenza familiare è una presenza di cui nessuno parla – conferma il parroco -. Proprio qui di fronte hanno installato una panchina rossa, ma poi non c’è un centro antiviolenza dove chiedere aiuto».
Con una adeguata rete anche dalle ferite potrebbe rinascere la speranza. «Potenzialità tante, giovani con voglia di fare, famiglie pronte a sostenere la comunità, ma senza servizi non si va molto avanti, non si riesce a tirar fuori il meglio – conclude don Pino -. E’ il limite che non permette che il Cep sia un centro elementi preziosi».














