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In Puglia e Basilicata

Il reportage

Dio benedica viale Europa: tour esistenziale nella periferia di Bari

Dio benedica viale Europa tour esistenziale nella periferia di Bari

Foto Teresa Imbriani

Un serpentone d’asfalto lungo quasi nove chilometri tra natura selvaggia, fabbriche fantasma, umanità

19 Marzo 2022

Alberto Selvaggi

Dopo via Argiro, via Melo e via Re David, prosegue con questa quarta puntata il viaggio per le strade di Bari.

Viale Europa è un serpente senza occhi, senza anima, che si lascia schiacciare il dorso dalle macchine, dai camion, dai Tir per nove chilometri o quasi. È frutto dell’immensità urbana che snatura i cittadini in elementi numerari. Viale Europa, lungo quanto una vita, uno dei simboli del quartiere San Paolo di Bari, che significa C.E.P. Centro di edilizia popolare, non dà nulla e non prende niente. Come le persone dal cuore stretto, sta lì nel suo non significato. Percorrerla può cambiarti la vita, se a questo punto della vita ancora non l’hai fatto. Procedi tranquillamente, tanto Dio dall’alto non ti guarda.

Tu probabilmente vivi a Bari, cioè in quell’agglomerato esteso alle periferie contigue dove non si immagina l’esistenza di un mondo distante anche fisicamente da quello abitualmente frequentato. E se parti da lì imboccherai viale Europa da strada Bruno Buozzi, scendendo il sottopasso attraverso il quale sfuggiamo ai richiami dei seppelliti nel cimitero monumentale.

Il rettilineo d’accesso è costellato da buche, voragini, lombrichi d’asfalto che si agglomerano in dossi sulle vecchie lesioni del manto, veri attentati ai danni del cittadino che il Comune perpetra in ogni parte della città. Ti rendi conto che c’è un B&B da queste parti, c’è giusto l’Autoparco Anas. Ci sono le rovine di una fabbrica che fagocita eserciti di operai ectoplasmatici e sopravvive per gli esteti avvezzi a succhiare delizia dal marcio, celando su un fianco nascosto alla strada balconi presi a cazzotti dai giganti metropolitani.

Omini arancio di fronte alla Sita svolgono lavori stradali, e di là già alla svolta si apre quel mondo diverso a cui accennavamo. Viale Europa inizia, inizia il viaggio. È una sofferenza che si fa esperienza e si anima di una campagna incolta d’erba fluttuante, ingiallita dai laterizi, fanoni di amianto, e quasi ti parla mentre il polistirolo capitombola al vento più avanti e il velo della solitudine insaziabile dell’uomo si stende raffreddandoti l’anima.

Sei solo in questa notte, anche se è giorno e brilla il sole. Questa è la bellezza di posti del genere. A destra una cisterna e una casupola abbandonate dal contado di contrada Sopramarzo. Sul ciglio della strada il cuore di una macchina industriale divorato dal cancro. Tralicci per l’energia elettrica, antenne, resti animali, due pecore al pascolo. Mentre a sinistra, eretti su altri appezzamenti di terra sterile, scorrono cartelloni senza volto, svuotati di fasto e di caccia al denaro, che mostrano la loro pelle grigia di vecchi.

Le dimensioni ti fanno partire qualcosa nel cervello. Tutto in quest’altro mondo è per i giganti. E tu sei piccolo, fuori e dentro di te con quel poco che ti è rimasto. Scopri che la Q8 è luogo di socialità. Scopri l’enoteca Vinarius. Un marmista che non c’è, e quando c’è si muove nell’immensa fabbrica mangiata dal vento sotto un traliccio giallo parallelo al selciato, lungo e alto tanto da poter sorreggere una nave.

Su viale Europa puoi divertirti. Qui è tutto un inseguirsi di macchine e moto lanciate ad alta velocità, verso il San Paolo, o verso altre colonne d’Ercole; ti sfiorano lungo il canale Lamasinata per farti capire quanto è facile al mondo passare da una all’altra parte. La Statale 16 è già sopra il tuo cranio. Osservi un trullo dalla testa molle, affianca depositi sulla terra bruciata, in lontananza le ciminiere stinte della Stanic. La Esso sta sveglia 24 ore, vende metano e come tutte le pompe di benzina cerca di sfuggire ai fucili dei rapinatori. Ti rendi conto che in questi dieci chilometri quadrati può accadere qualunque cosa, sono di proprietà di chi se li piglia. Negli anni Novanta i ragazzini tra gli alberi sparavano ai cani per esercitarsi, le moto, le auto e i cavalli gareggiavano nelle corse illegali, i baby-killer correvano con il piombo nelle gambe, mostravano i segni agli assistenti sociali.

A sinistra più avanti si staglia un gigantesco casale divorato da edere secche e radenti come zampe di geco, sul retro si addossano case sorte per caso come i funghi ai piedi dei castagni. Giù puoi scorgere catapecchie di fattoria con animali, mentre l’asfalto incomincia a salire, mentre l’asfalto continua a guidarti, portandoti su un altro ponte, sospeso nell’aria, lungo un canale invellutato di prato, percorso da bretelle smilze, parallele alla strada, sguarnite di protezioni, lingue di camaleonte proiettate verso spazi inviolati. Finché arrivi a una fabbrica che si è fermata a una vecchia fermata degli autobus, e lì è rimasta. Senza più nome, insegna o traccia, svuotata d’uomini e aspirazioni s’è consegnata alla ruggine dell’eternità.

Superato il Gran Garage Europa al semaforo c’è una palma accasciata sul marciapiede, esangue, c’è l’Europa Park delle barche, ci sono aziende malmesse, fabbriche dismesse, capannoni che contengono aria, box auto, esposizioni, aziende operanti, sigle, Somed, Dammacco, rimessaggi, meccanici. Ma soprattutto una valle arcaica ti si apre davanti, nella quale potrebbero agevolmente inseguirsi i dinosauri, oppure sdraiarsi a dormire lungo i binari senza destinazione che intersecano a perpendicolo il viale. Oltre questa distesa compare l’Impianto depurativo Bari Occidentale che contiene tutta la nostra verità. Lo inquadri bene dalla IP che offre anche lavaggio, angolo scommesse sportive inneggiante al biancorosso più amato. E nella quale abbiamo fatto una grande scoperta: dentro una fioriera all’ingresso del Più Bar sta una tartaruga di plastica dalla zampa destra amputata e dall’espressione veramente strana.

Arrivare al Quartiere, in Paese, come gli ex 30000 ceppisti lo chiamano (Wikipedia ha censurato il termine discriminatorio) è facile: basta seguire la via retta per l’illuminazione, senza badare alle Strade vicinali del Tesoro che ti portano fino a San Girolamo al mare, o a bretelle dismesse pericolanti. Viale Europa si ficca dritto dentro i primi palazzi di dieci piani che non sanno parlare. Sei qui, ci sei già: il tabacchi, il panificio, il market 100 Vetrine che inneggia «No War», la Macelleria Gastronomia Gallo con i polli sfrigolanti che piangono grasso, un piccione vagante, le tende oscuranti del Paradise luxury gaming hall più giù all’angolo, un posteggiatore autarchico che sulla Traversa 71 regola il traffico: «Fermati all’angolo, viene sempre gente fuori dal Paese, fino alle 13.30 sta casino assai», perché c’è coda dopo il semaforo davanti al palazzo plumbeo dell’Ufficio del giudice di pace e dell’Inps, dall’Amico dentista, centro che offre anche Tac e telecranio. Gente che scende, gente che sale dalla torretta d’accesso degli uffici pubblici, comoda anche per urinare in nottata, ne porta le tracce. Come tutto quanto qui sembra avere la consistenza dell’eroina e della coca, s’è già sfarinata tra le maglie a brandelli di plastica. Nel ’71 e nell’81 ci furono le maggiori abbuffate di appalti: il Cep è un boccone di chi se lo mangia.

L’androne sotto le aule giudiziarie, al cui ingresso stanno citofoni sradicati con qualche cognome che ancora si presenta alla stampa, è agghiacciante. Vi circola un cane, vi inneggia l’amore a spray, odore d’hashish, a sinistra una parete enorme in truciolato chiude l’anello di ingressi al primo piano, che si estende libero invece dall’altra parte. E vedi grate, e vedi reti su pianerottoli sconfinati stese per arginare l’assalto dei colombi bastardi, e vedi panni stesi, e vedi una vecchia, una bella ragazza, una bambina obesa che grida e divora focaccia, e vedi avvocati, e vedi persone, dipendenti pubblici e occhi che ti scrutano se registri qualcosa anche soltanto con lo sguardo, chi cerchi?, dove vai?, e vedi il mondo diverso da come pensavi ed è questo il mondo, non il tuo: è questo qua.

Dio, che esperienza. Dio benedica viale Europa. Lui prosegue, lui ci ama, lui ci porta dall’altra parte, è la grande vena che divarica i complessi edilizi, che prosegue oltre il palazzetto sigillato che non trasalirà mai per le grida di tifoserie scalmanate, oltre campetti sportivi insabbiati prima di nascere, oltre il fruttivendolo allestito sotto tende sghimbesce di plastica, il fornitissimo giornalaio, oltre la Farmacia Lozupone e la metro sopraelevata dai semicerchi gialli, oltre la colonna di una villa scomparsa che regge un pino, oltre l’ennesimo parco di nessuno con segnale pericolo cinghiali e sul quale trottano runner solitari e uomini soli che non hanno la macchina, oltre la colossale caserma sabbia della Guardia di Finanza davanti al deserto dei Tartari, oltre le quattro stelle dell’Hotel Parco dei Principi e il cubo del multisala Ciaki, al termine della notte di cui non si scorge un significato.

Il foto reportage di Teresa Imbriani

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