Giovedì 25 Febbraio 2021 | 09:43

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Franco Chieco, il giornalismo visto a 94 anni

Il critico della «Gazzetta» parla della sua lunga carriera e del quotidiano che porta nel cuore

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BARI - Highlander del mondo dell’informazione. È difficile, se non impossibile, definire in altro modo un giovanotto di 94 anni con sulle spalle 75 anni di giornalismo. Parliamo di Franco Chieco, mostro sacro del mondo della stampa pugliese: circa 5.000 articoli pubblicati con la sua firma sono una delle tante testimonianze del suo contributo al quarto potere. Lucido come pochi alla sua veneranda età, affronta l’intervista con la sua abituale precisione, quasi come se l’intervistatore fosse lui: consulta i suoi appunti con cura certosina, per essere sicuro che nelle sue risposte i sentimenti non lascino spazio alla veridicità delle notizie.

«Ho cominciato a fare il giornalista – esordisce – quasi per caso: era il 1945, la guerra era finita da poco, e conobbi Nicola De Bellis, di Castellana, che mi chiese di collaborare al giornale che stava fondando. Scrissi un articolo, non ricordo più su quale argomento, e di lì a poco mi chiamò Pietro De Giosa per chiedermi di dargli una mano alla Gazzetta del Mezzogiorno. Fu così che misi piede per la prima volta nella storica sede di Piazza Roma».

In quale settore ha mosso i primi passi?
«Ho cominciato occupandomi di cronache sportive- a quell’epoca non c’era la tv, che arrivò 9 anni dopo, e dovevamo fare tutto da soli, con il telefono unico mezzo tecnologico, peraltro ancora privo di teleselezione, per cui le chiamate verso altre località avvenivano attraverso il centralino. Seguire lo sport mi ha permesso di vedere in azione miti come Meazza, Piola, Faele Costantino (il reuccio, per i baresi dell’epoca) il Bologna “lo squadrone che tremare il mondo fa” e il Grande Torino. Ho visto gareggiare anche Bartali e Coppi, al mondiale del 1950 nelle Tre Valli Varesine e Tazio Nuvolari al primo Gran Premio di Bari».

Poi la svolta professionale…
«Ho sempre ritenuto che la vita sia una somma di esperienze. Dallo sport passai ad un campo a più ampio raggio: politica, attualità, costume. Ho avuto la fortuna di avere come direttore Luigi De Secly, che capì le mie capacità e mi affidò molti servizi di politica: facevo inchieste preelettorali e allora non esistevano i sondaggi e bisognava fiutare l’aria, per intuire come si sarebbe espresso l’elettorato. “Francoise – mi disse una volta De Secly – vai a Potenza, ma mi raccomando, c’è Colombo, cerca di capire…”».

Ma De Secly non puntò su di lei solo per la politica…
«Sì, lui intuì la mia passione, il mio interesse per la musica e dopo la morte di Leonardo Mastrandrea, storico critico della Gazzetta, mi affidò in eredità l’incarico. Da allora ho frequentato i più importanti teatri in mezzo mondo: nel ’66 ho assistito a Roma alla prima in Italia del Mosè e Aronne di Schoenberg, svolta per la musica dodecafonica. Quando fu costituita l’Associazione critici musicali fui tra i fondatori e per un trentennio il segretario nazionale. Per lavoro ho viaggiato nei cinque continenti, non solo per la musica. Per tre volte sono stato al Muro di Berlino, dal ’65 all’81: terrificante la visione, vergognoso il progetto. Mi ha consolato la visita di un altro muro, il Muro del Pianto a Gerusalemme, al quale hanno fatto riferimento cristiani, ebrei e musulmani».

Lei ha avuto tanti direttori: a chi è stato più legato?
«Due nomi: Luigi De Secly e Oronzo Valentini».

Cosa direbbe a un giovane che aspira a diventare giornalista?
«Per fare questo mestiere occorre una grande passione, senza la quale non sei un vero giornalista. La passione ti fa dimenticare le difficoltà, le amarezze. Passione significa lavorare senza guardare l’orologio. Anche a me, che sono stato fino a redattore capo, è capitato di lavorare 25 ore al… giorno, perché dovevo dare la migliore informazione possibile».

Cosa pensa dei social?
«Rivolto la domanda: i giornalisti di oggi saprebbero lavorare senza tv, agenzie e social? Noi lo abbiamo fatto e una volta l’on. Di Vagno disse pubblicamente che era impossibile chiedermi di essere meno obiettivo».

Come ha vissuto le traversie della «Gazzetta»?
«Con molta tristezza, perché la Gazzetta è stata larghissima parte della mia vita , anche se talvolta ho avuto l’impressione di non essere stato ripagato nella stessa misura. Sull’argomento però preferisco stendere un velo pietoso, perché in fondo tutti possono sbagliare».

Quale opera lirica sceglierebbe per raccontare la sua avventura professionale?
«Sarei tentato di dire il Falstaff, che si conclude con “tutto nel mondo è burla”, esclamazione passata alla storia».

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