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Bari, «Licenziato con un pretesto dopo 31 anni di servizio»

La vicenda amara di un impiegato della Nuova Pignone che all’improvviso ha perso le certezze costruite in una vita

Bari, «Licenziato con un pretesto dopo 31 anni di servizio»

Trentuno anni di servizio senza ombra e senza macchia. Poi, all’improvviso, il mondo che ti crolla addosso: licenziato in tronco dalla Nuovo Pignone, l’azienda cui ha dedicato buona parte della sua esistenza.

Antonio De Rinaldis, 51 anni, ha perso in due mesi le certezze costruite in una vita. L’azienda con sede nella zona industriale di Bari, di proprietà del colosso americano Baker Hughes, il 28 luglio scorso gli ha dato il benservito. «Motivi disciplinari», la formale giustificazione alla base del provvedimento. Gli è stato contestato di essere rientrato al lavoro in ritardo dopo la pausa pranzo. Lui, però, respinge ogni addebito e fa notare una strana coincidenza: le lettere di richiamo e il licenziamento sono arrivati dopo che aveva rifiutato la proposta di dimettersi, incentivata da una buonuscita.

«Non posso spiegarmi diversamente quello che mi è capitato, hanno voluto trovare un pretesto per allontanarmi, protesta.
Il suo sospetto è di essere stato immolato sull’altare del ricambio generazionale e del risparmio sul costo del lavoro. Al suo posto potrebbero essere assunti giovani, magari già presenti in azienda con un contratto a tempo determinato: costerebbero di meno in termini di retribuzione e usufruirebbero degli sgravi fiscali previsti per favorire l’occupazione giovanile.

Largo ai giovani, come sarebbe più che giusto se chi sostituiscono non finisse in mezzo a una strada a cinquant’anni suonati. Un’età in cui il più delle volte ci si ritrova col peso della famiglia sulle spalle. Proprio come Antonio: «Sono separato, devo mantenere le mie due figlie, entrambe studentesse universitarie, e pagare affitto e bollette. Come farò a vivere di Naspi?».

LA VICENDA - Gianni De Rinaldis ha varcato la soglia della Nuovo Pignone ad appena vent’anni. È un impiegato addetto al commerciale nell’ufficio del service; si occupa di preventivi che raggiungono le sedi del gruppo sparse in mezzo mondo.

L’incubo ha inizio nell’ultima settimana di giugno. «Il capo del personale - racconta il lavoratore barese - mi contatta e mi chiede se sono interessato a presentare le dimissioni in cambio di una buonuscita. Ci rifletto e penso che sarebbe stata un’opportunità se non mi mancassero ancora tanti anni per arrivare alla pensione. Così rispondo “no grazie” e il discorso finisce lì».

Ma da quel momento cominciano i guai. Nella stessa settimana gli vengono recapitate le lettere di richiamo: la prima, la seconda, la terza e la quarta, nel giro di pochissimi giorni l’una dall’altra. «Resto stupito e alla terza missiva, intuendo che stava succedendo qualcosa di strano, mi rivolgo a un legale».

Ma cosa gli addebitano nel provvedimento disciplinare? «Contestavano a posteriori, e non quando si sono verificati, episodi avvenuti agli inizi di giugno - risponde - legati a un ritardo nel rientro dalla pausa pranzo, di 18 minuti in un caso e di 21 minuti nell’altro. In uno dei due casi sono scappato di corsa a casa di mio padre sfruttando la sosta per il pasto. Aveva urgente bisogno di un’iniezione di insulina e non si trovava un infermiere disponibile. Ci ho pensato io, anche se nella fretta ammetto di aver sbagliato a non avvertire il mio responsabile». E continua: «In un altro caso, ho accompagnato un collega a recuperare la propria auto, rimasta in panne nelle vicinanze dell’azienda. Per tutto il tragitto, però, ho continuato a lavorare restando in contatto telefonico con un cliente».

La quarta lettera, secondo l’impiegato, ha un intento «chiaramente persecutorio». «Il richiamo - spiega - è basato sul fatto che io, quel giorno in turno di smart working, mi fossi presentato in azienda senza marcare il cartellino. Ma io c’ero andato su loro convocazione, perché dovevano notificarmi la prima lettera. Come potevo timbrare? È chiaramente una contestazione infondata, aggiunta alle altre al solo scopo di trovare un pretesto per licenziarmi».

Di lettera in lettera, si arriva alla terza settimana di luglio, quando ad Antonio viene comunicata la volontà dell’azienda di procedere con il licenziamento. «In quell’occasione - dice - mi viene suggerito di accettare la proposta di dimissioni».
Intanto il lavoratore, con i suoi avvocati, Ettore Sbarra e Leonardo Netti, dopo aver respinto le motivazioni alla base dei richiami, ha impugnato i provvedimenti disciplinari dinanzi al collegio arbitrale presso l’Ispettorato del lavoro. «Mi sentivo ancora abbastanza tranquillo, attendevo l’appuntamento all’Ispettorato che avrebbe dovuto tenersi a breve, anche perché i miei legali mi avevano informato che, con l’impugnazione, le sanzioni dovevano considerarsi sospese».

LO CHOC - Invece no, il 28 luglio la doccia fredda: «Lavoravo da casa in smart working, poiché per le misure anti-Covid la presenza in ufficio è a rotazione, quando ho ricevuto la lettera di licenziamento».

Per Antonio De Rinaldis è un vero shock. «Sono stati tre-quattro giorni di panico totale. Anche il mio avvocato è rimasto sorpreso da una procedura unilaterale che ha ignorato pure l’Ispettorato del lavoro».

Sentite anche la Rsu e la Fiom provinciale, che gli hanno espresso solidarietà e sostegno, il licenziamento è stato ovviamente impugnato dai suoi avvocati, dell’ufficio legale del sindacato. «Ma io non dormo più - commenta angosciato - le cause di lavoro possono durare molto a lungo. Quanto posso resistere con tutte le spese a cui devo fare fronte per me e per le mie figlie?».
Ha la voce rotta dalla commozione quando descrive l’ultimo atto in quella che per 31 anni è stata la sua seconda casa: «Ieri sono andato in azienda a lasciare il computer e badge...».

LA SPERANZA - Antonio spera che l’epilogo della storia possa ancora essere corretto. «Perdere il lavoro in questo modo, sentirmi raggirato così, non è umano, è inaccettabile. In tanti mi hanno detto che quanto è accaduto non è degno di una grande azienda come la mia».

Sì, la considera ancora la «sua» azienda, nonostante tutto.

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