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«Torre Quetta a rischio mafia: la gestione torni al Comune»

Il Tar dà ragione all’amministrazione sulla revoca della concessione

«Torre Quetta, rischio mafia la gestione torni al Comune»

Bari - Più che il dispositivo con il quale il Tar per la Puglia dà pienamente ragione al Comune su Torre Quetta, confermando sostanzialmente la revoca della concessione demaniale inizialmente affidata alla società «Il Veliero», colpisce la parte narrativa dell’ordinanza. Quella in cui, riportando alcuni passaggi dell’interdittiva antimafia disposta dalla Prefettura ai danni del concessionario (atto alla base della revoca da parte del Comune), viene ricostruito uno spaccato della storia criminale cittadina e si pone l’accento sul presunto rischio condizionamento mafioso che legittima, in sintesi, la revoca da parte di Palazzo di Città. «L’interesse pubblico, nel caso di specie - per dirla con le parole dei giudici amministrativi - si concretizza nella necessità di evitare che la criminalità̀ organizzata, tramite le concessioni demaniali marittime (...) revocate dal Comune, raggiunga proprio il risultato che l’ordinamento intende impedire ovvero quello di condizionare direttamente o indirettamente la gestione del bene demaniale».

Di conseguenza, sarà il Comune di Bari a gestire questa estate la spiaggia di Torre Quetta e non più la società ex concessionaria. E questo a causa del pericolo di presunte infiltrazioni mafiose nella gestione dell’attività. A stabilirlo, la seconda sezione del Tar per la Puglia (estensore Donatella Testini, presidente Giuseppina Adamo) che ha rigettato l’istanza cautelare presentata dalla società contro l’interdittiva antimafia della Prefettura di fine maggio e contro la revoca delle concessioni decisa conseguentemente dal Comune. La società adesso dovrà sgomberare sia Torre Quetta che il bar della spiaggia Pane e pomodoro.

Ricorrente, il Veliero, società assistita dagli avvocati Felice Eugenio Lorusso, Saverio Sticchi Damiani e Francesco Biga. Resistenti, il Comune, con gli avvocati Alessandra Baldi e Rosa Cioffi, il ministero dell’Interno e la Prefettura con l’Avvocatura dello Stato.

Nell’ordinanza cautelare i giudici spiegano che «l’interesse pubblico primario» è «rappresentato dalla necessità di impedire alle organizzazioni malavitose d’inserirsi nel tessuto economico e sociale». Sulla gestione dello stabilimento balneare, poi, il Tar evidenzia che «il Comune sta sollecitamente ponendo rimedio alle ricadute temporali in termini di immediata e piena fruibilità del bene pubblico da parte della collettività, anche per quanto riguarda l’adozione delle misure anti Covid 19, mediante la gestione diretta della spiaggia di Torre Quetta, come è sempre avvenuto per quella attigua di Pane e Pomodoro». E’ «conseguentemente esclusa anche la configurabilità di un danno grave e irreparabile alla fruizione collettiva del bene demaniale».

Tutto ruota intorno alla figura di Orlando Malanga, 57 anni, amministratore di fatto del Veliero, formalmente intestata alla cognata, Rosa Di Modugno. Nonostante Malanga abbia solo vecchi precedenti per reati di poco conto; nonostante sia stato prosciolto da accuse più gravi e assolto da una ipotesi di estorsione; nonostante alcune accuse non siano neanche approdate in aula o formalizzate dalla stessa Procura che non ha ritenuto di procedere nei suoi confronti probabilmente non ritenendo sufficienti le dichiarazioni di alcuni pentiti, secondo i giudici amministrativi, «alla luce delle molteplici circostanze rappresentate nell’interdittiva gravata e nei sottesi atti istruttori, sembrano emergere attuali e concreti indizi gravi, precisi e concordanti del pericolo che la criminalità organizzata possa ingerirsi nell’impresa ricorrente per il tramite di Orlando Malanga».

I giudici individuano «indici sintomatici», a detta del Tar, desumibili «dalla cogestione di fatto dell’impresa interdetta da parte del Malanga e della continuità della sua presenza fin dal rilascio della prima concessione demaniale del 2010 per il bar sulla spiaggia “Pane e Pomodoro” in capo alla Adriatica s.r.l., a lui riconducibile»; «dalla contiguità, soggiacente prima e compiacente poi, di lunga data del Malanga alla criminalità organizzata»; «dall’appartenenza del Malanga e della Di Modugno al nucleo familiare dei Campanale, acquisito per coniugio, storicamente operante nel mondo dell’illegalità̀ e a capo di una cosca mafiosa attualmente operante sul territorio e affiliata agli Strisciuglio»; «dall’interesse della criminalità̀ organizzata locale per il settore di attività del Malanga, della sua famiglia d’origine e dell’impresa interdetta». Pertanto, «sulla base degli elementi all’attualità emersi e tenuti presenti dall’Autorità prefettizia non appare incongrua, illogica o irragionevole la prognosi di pericolo di infiltrazione configurata nell’interdittiva gravata, alla stregua della natura intrinsecamente preventiva propria dell’atto di che trattasi».

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