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Parla l’esule Franco Guzzo: anche in Puglia l’accoglienza dei profughi fu un dramma

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Foto Ansa

BARI - Non aveva sgomento della morte, ma la visione di quelle salme, disposte per terra una accanto all’altra, ruppe qualcosa nel suo animo di bambino. Per Franco Guzzo, classe 1938, esule fiumano di origine barese, l’incontro con l’orrore avvenne lì, in una piazzetta di Abbazia, piccola città a una manciata di chilometri da Fiume. Era il 1945 e Franco aveva sette anni. Scoprì così la tragedia delle Foibe, le cavità carsiche in cui le milizie jugoslave del Maresciallo Tito gettavano gli italiani dopo averli trucidati. Come ogni anno, il Giorno del Ricordo, celebrato ieri, pone il dramma al centro del dibattito. Tra le solite, immancabili polemiche.

Guzzo, se la sente di rievocare l’episodio delle salme in piazza?
«Avevo perso mio padre a soli 4 anni nel 1942 e facevo il chierichetto. Mi capitava spesso di vedere le salme nelle bare semi aperte. Con la morte avevo un rapporto diverso dai miei coetanei. Ma quel giorno fu diverso».

Cosa successe?
«Si sparse la voce che in città era accaduto qualcosa. Nella piazzetta di fronte al mercato coperto c’erano delle salme allineate per terra. Erano state recuperate, in avanzato stato di decomposizione, da un Foiba. Ero sconvolto. Per me, lì è cambiato tutto».

Riavvolgiamo il nastro. Come si trovava nella provincia fiumana?
«Entrambi i miei genitori erano di origine barese. Mio padre viaggiava spesso per lavoro: sono nato a Catanzaro e mi sono ritrovato quasi subito ad Abbazia, perché gli era stata affidata la segreteria generale di quella che allora si chiamava Federazione degli albergatori e commercianti del Quarnaro, una specie di Camera di Commercio».

Cosa ricorda di quegli anni?
«La persecuzione delle truppe di Tito ai danni degli italiani iniziò subito dopo l’armistizio. Dal 1943 al 1946 siamo rimasti lì: ero piccolo, ma non stupido. Ricordo bene i discorsi dei grandi e le voci nel Paese. Sapevamo che accadevano cose strane».

Cosa sentiva in giro?
«Che la gente veniva uccisa a sangue freddo. E che alcuni venivano gettati in acqua con un pietra legata al collo. E noi bambini andavamo al molo per vedere se ci fossero cadaveri in mare. Non si moriva solo nelle Foibe».

La colpa di quella gente?
«Essere italiani, nient’altro. Si trattò di una vera e propria pulizia etnica».

Conosce l’obiezione: erano fascisti.
«La solita sciocchezza che si tira fuori quando non si sa cosa dire. Ma comunque ammettiamo che sia vero: questo giustificherebbe il massacro?».

La sua famiglia se la cavò?
«Sì, grazie alla reputazione di mio padre, morto giovane ma molto amato in città. A mia madre fu concesso il lasciapassare per andar via. Anzi provarono addirittura a trattenerci. Alle autorità jugoslave conveniva che una famiglia come la nostra, così stimata, rimanesse. Addirittura dissero a mia madre: penseremo noi all’educazione dei suoi figli» .

E lei?
«Rispose coraggiosamente: il problema è proprio questo. E andammo via».

Dove?
«A Trieste, nel 1946. C’era un clima da giungla. Ci si ammazzava per un pacchetto di sigarette».

Quanto ci siete rimasti?
«Molto poco. Mia madre capì che era pericoloso restare lì e mi spedì a Pesaro nel collegio “Riccardo Zandonai”, una struttura deputata ad accogliere orfani e profughi di guerra».

E sua madre?
«Trieste non poteva assorbire l’enorme flusso di profughi. Le autorità la convocarono per dirle di andar via: vada dove vuole, ma non può restare qui. E lei scelse la sua Bari».

Una buona scelta?
«Col senno di poi, un errore. A Bari fu ingannata, derubata, spogliata di tutto. In generale, tornare fu un dramma per chiunque».

Ecco, l’Italia come accolse i suoi profughi?
«Fu esplicativo quanto accadde alla stazione di Bologna dove fu versato del latte sui binari, piuttosto che darlo ai bambini giuliani e dalmati».

Chi vi odiava?
«L’ostilità era diffusa, ma l’odio veniva da sinistra, dai comunisti. Ci accusavano di aver abbandonato il paradiso socialista».

Torniamo a lei. Ricordi del collegio a Pesaro?
«Mi viene in mente un giorno di grande freddo. Arrivò una barca di 5 metri con dentro 15 persone che avevano vagato in mare aperto per chissà quanto. Erano di Abbazia. C’erano due mie amici di infanzia. Mi raccontarono che un altro ragazzo del gruppo era stato fucilato».

Quando è arrivato a Bari?
«Dopo la scuola, nel 1956. Un anno dopo ci hanno dato la casa al Villaggio Trieste. Era sprovvista di tutto, ma almeno era un tetto».

Vi diedero anche la possibilità di ottenere una casa popolare?
«Sì c’era una legge che riservava una aliquota in favore dei profughi».

Una bella cosa...
«Più che altro un patetico tentativo di risarcire i profughi stessi in rapporto a ciò che avevano lasciato. Lo Stato italiano ha infatti pagato la Jugoslavia per danni di guerra con i beni dei profughi. Il cui valore era ben lontano da quanto ricevuto»

Ma la casa poi la ottenne?
«Sì, fu un terno al lotto ma nel 1981 mi fu assegnata. Immediatamente mi guardarono tutti come un ladro».

Ancora l’odio...
«Sì, un odio profondo che, come detto, aveva acuti a sinistra. Ma veniva da tutto l’establishment politico e istituzionale. Ricordo quando Gianni Minoli disse che di quell’argomento era vietato parlare».

Ma perché secondo lei?
«Era ovvio l’atteggiamento del Pci di Palmiro Togliatti che si batté per consegnare Trieste agli jugoslavi. Ma davvero non comprendevo l’atteggiamento del pentapartito, Dc in testa».

Che spiegazione si è dato?
«Dopo la rottura tra Tito e Stalin, speravano di arruolare il primo nel fronte antisovietico. In nome di questo, qualche politico “lungimirante” ha taciuto sulla nostra condizione».

La verità è venuta fuori.
«Sì ma molto faticosamente. Il primo a parlarne fu lo storico Arrigo Petacco. E una giornalista lo chiamò per chiedergli se la parola Foibe si pronunciasse Fuab, alla francese. Non ne sapevano nulla».

E a chi nega ancora oggi, cosa dice?
«A negare o sminuire sono sempre gli stessi. Quelli come Giorgio Bocca che diede a Giampaolo Pansa del traditore per aver raccontato quella e altre verità. Non del bugiardo, si badi, ma del traditore. L’odio è ideologico».

Qualche episodio che l’ha ferita più di altri?
«Ricordo quando Sandro Pertini andò in Jugoslavia. Passò dalla Foiba di Basovizza, la più nota, e non si fermò. Tirò dritto. Poi rese omaggio al Milite ignoto jugoslavo e abbracciò il maresciallo Tito. Lo ricordano ancora oggi come il presidente di tutti gli italiani»

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