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Il Tribunale apre il concordato: i Matarrese «impegnano» anche i futuri risarcimenti

abattimento dei palazzi di Punta Perotti

I suoli su cui un tempo sorgeva l’ecomostro di Punta Perotti dovranno essere venduti per pagare i creditori. Ma per convincere i giudici baresi a non far fallire la società Sud Fondi, la famiglia Matarrese ha dovuto «impegnare» anche il risarcimento (al momento solo teorico) che spera di ottenere da ministero dei Beni culturali, Regione e Comune per l’errore nel rilascio del permesso di costruire. È su queste basi, infatti, che la Quarta sezione civile (presidente Simone, estensore Angarano) ha ammesso Sud Fondi alla procedura di concordato preventivo.


Parliamo di quello che è stato uno dei gioielli della corona di Casa Matarrese, per anni alla guida della più importante impresa di costruzioni del Mezzogiorno (anche quella finita nel frattempo in concordato). Dentro Sud Fondi ci sono infatti le due più grosse lottizzazioni previste sulla linea di costa del capoluogo, Punta Perotti (i cui suoli restano, teoricamente, edificabili) e Marbella, sul lungomare Vittorio Veneto accanto al comando provinciale della Finanza, altri 150mila metri cubi, di cui la metà sono appartamenti. I costruttori baresi avevano tentato di salvarla, chiedendo ai giudici di sciogliere il contratto preliminare che dal lontano 1982 obbliga Sud Fondi a vendere quelle aree alla società Marbella (in cui ci sono Matarrese, Bonerba e Telegrafo). Ma il Tribunale ha detto no.


Il fallimento di Sud Fondi era stato chiesto da alcuni creditori, che oltre 15 anni fa avevano comprato appartamenti a Punta Perotti rimanendo con un pugno di mosche. Il Tribunale, ordinando ai Matarrese di depositare 350mila euro per le spese di procedura, ha aperto il procedimento sulla base della seconda versione del piano di concordato (avvocati Vincenzo Chionna e Michele Lobuono con Ezio Pellecchia nel ruolo di advisor finanziario e Riccardo Strada attestatore), che prevede il pagamento dei debiti privilegiati (3,4 milioni) e del 66% dei debiti chirografari (36,6 milioni). Ma, appunto, nel salvataggio dovranno confluire anche gli eventuali risarcimenti futuri.


A maggio 2012 la Corte europea dei diritti dell’uomo aveva concesso ai Matarrese e alle altre due imprese proprietarie (Mabar e Iema) un risarcimento da 49 milioni per l’illegittima confisca dei suoli disposta in assenza di condanna penale. Poi, dopo il «no» del giudice di primo grado, a fine marzo la Corte d’appello ha nominato tre periti che dovranno stabilire quanto è stato effettivamente speso dai Matarrese (le altre imprese stanno facendo altrettanto) per realizzare i fabbricati abbattuti ad aprile 2006: questo perché, appunto, i costruttori ritengono che quanto fin qui incassato non copra il danno effettivo.
La somma in gioco stavolta è 10 volte più grande (siamo nell’ordine dei 500 milioni di euro, secondo la richiesta), ma il nuovo risarcimento è per il momento solo teorico (la Corte si pronuncerà in un secondo momento). Per il momento l’unica certezza è che i curatori del concordato Sud Fondi (avvocato Manuel Virgintino e il commercialista Francesco Campobasso) dovranno procedere alla vendita di Punta Perotti: se (se) arriveranno altri soldi, ne beneficeranno i creditori non privilegiati.
Va detto che questo concordato è strettamente collegato a quello della capogruppo Salvatore Matarrese, creditrice di 24 milioni da Sud Fondi, soldi di cui i commissari avevano sottolineato l’«assoluta problematicità del rispetto dei tempi di realizzo». In effetti, a quasi 4 anni dall’avvio del concordato Matarrese, i creditori dell’impresa non hanno ancora visto un centesimo.

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