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BARI - La chiusura dell'ambulatorio di riabilitazione di Carbonara, decisa dall'Asl per effetto di una riorganizzazione del servizio in città, con la concentrazione del personale in tre sedi (a Japigia, dove dovranno fare riferimento anche gli utenti di Ceglie, Loseto, Murat, Picone, Poggiofranco e San Nicola, a Santo Spirito e all’ex Cto), continua a mettere in agitazione pazienti e organizzazioni sindacali. L'azienda sanitaria ritiene appropriata la decisione («in modo da assicurare il massimo orario di apertura in ciascun presidio»), ma chi considera il centro, ubicato all'interno dell'ospedale Di Venere, un punto di riferimento irrinunciabile non ha intenzione di subire i disagi conseguenti. Un comitato spontaneo ha già raccolto quasi un migliaio di firme per cercare di fermare anche il trasferimento del medico fisiatra, di una infermiera e di tre terapiste, a cui si rivolgono circa 300 utenti al mese in accesso diretto e i disabili gravi e cronici, provenienti anche dai Comuni limitrofi (Adelfia, Capurso, Casamassima, Triggiano, Valenzano).

Inoltre, accanto al dissenso del Cimo (Coordinamento italiano medici ospedalieri, uno dei sindacati della categoria), arriva anche la contrarietà della Fimmg (Federazione italiana medici di medicina generale). «La chiusura dell'ambulatorio di riabilitazione al Di Venere - afferma Nicola Calabrese - discende da un modello di riorganizzazione dei centri di assistenza sanitaria sul territorio che punta ad accentrare i servizi in strutture di medie-grandi dimensioni, in modo da tagliare i costi del personale. Se ciò ha una logica nel caso degli ospedali e delle specializzazioni chirurgiche, perché punta a costruire centri di eccellenza, crea invece notevoli disagi nel campo dei servizi territoriali e in particolar modo in quelli, come la riabilitazione, che implicano una periodicità di accesso e hanno un'utenza formata in gran parte da malati cronici e anziani, spesso non pienamente autosufficienti».

Insomma, secondo la Fimmg, il modello dei pochi, grandi ospedali di eccellenza funziona se accompagnato da una rete di servizi territoriali diffusa e capillare, capace di portare l'assistenza vicino ai cittadini. «Per questo come Fimmg - continua Calabrese - crediamo che il progetto Care Puglia 3.0 possa rappresentare una grande opportunità per rispondere ai bisogni di salute dei pazienti: prevede infatti l'erogazione di una serie di servizi di diagnostica, oltre che di assistenza domiciliare, tramite gli studi dei medici di famiglia che sono presenti su tutto il territorio e che possono instaurare con il paziente quel rapporto continuativo che è imprescindibile per la gestione della cronicità. È bene ricordare che i malati cronici rappresentano il 40% della popolazione pugliese ma pesano per l'80% dei costi. Implementare un nuovo e più efficiente sistema di gestione della cronicità significa non solo migliorare la salute dei pazienti ma anche abbattere i costi».

Intanto, si profila la possibilità di uno strascico giudiziario in merito alla posizione del medico fisiatra, il dottor Giovanni De Nicolò, peraltro impegnato come consulente nei vari reparti del Di Venere. Sebbene la Azienda sanitaria locale abbia aperto alla possibilità che il dirigente medico possa continuare a svolgere il lavoro anche in ospedale nonostante il trasferimento a Japigia, il paventato spostamento ha indotto il Cimo a inviare, attraverso un legale, una diffida alla Asl specificando che l'opposizione deriva dalle funzioni sindacali svolte da De Nicolò come unico rappresentante presso il nosocomio di Carbonara. In definitiva, potrebbe verificarsi il seguente scenario: oltre alla chiusura del centro di riabilitazione, l'utenza, nel caso di permanenza del medico al Di Venere, potrebbe perdere (o avere a mezzo servizio) anche il fisiatra di riferimento.

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