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In Puglia e Basilicata

Le tre anomalie di questa campagna elettorale

Elezioni

26 Febbraio 2018

Francesco Giorgino

I grammatici della scuola greca di Pergamo opponevano alla “analogia” sostenuta con convinzione dai propri colleghi alessandrini quella che definivano “anomalia”. Oggetto della contesa era la legittimità o meno del paradigma dell’irregolarità nella gestione di quei rapporti capaci di stabilizzare i diversi elementi linguistici. La dottrina dell’analogia sosteneva che la lingua fosse un prodotto razionale e non naturale, un prodotto in grado di garantirne la purezza. Al contrario, la dottrina dell’anomalia sosteneva che la lingua fosse soprattutto frutto di spontaneità, esito di un processo evolutivo continuo. Il punto è proprio questo: quanto l’evoluzione fenomenologica può tradire la consistenza ontologica di un sistema complesso come la politica?
A voler applicare la metafora del dualismo “anomalisti-analogisti” all’esame della campagna elettorale in corso, appare evidente, nell’interpretazione di quella che Thompson chiamava “sfera pubblica mediata”, la difformità dalla regola generale. Difformità che non è di grammatica politica, ma di prassi comportamentale. La primazia degli anomalisti rispetto agli analogisti è riscontrabile, in questa manciata di giorni che ci separa dal voto del 4 marzo, in almeno tre ambiti e per altrettanti motivi.

La prima anomalia è data da questa legge elettorale che mescola, sia pur in dosi differenti, sistema proporzionale e sistema maggioritario. Una situazione che costringe ad un mix continuo di intonazioni utili a rappresentare coalizioni coese, adesioni programmatiche più o meno convinte in nome del principio della “unità nella diversità” e intonazioni piegate invece alle esigenze del marketing politico individuale e della targetizzazione dei simpatizzanti dei singoli partiti. Strategie finalizzate cioè a inseguire, coccolare elettori identitari, con il contestuale auspicio di allargare la platea di riferimento. Il paradosso è considerare nei collegi plurinominali con sistema proporzionale come concorrenti i rappresentanti di quei partiti dei quali si è alleati nei collegi uninominali, quei collegi cioè da attribuire secondo il sistema maggioritario. Una condizione quest’ultima destinata ad attenuarsi, almeno nella sua capacità di generare distanza dal modus operandi degli anni passati e quindi dalla logica culturale che ne è conseguita, solo se dalle urne dovesse arrivare un risultato netto e schiacciante a favore di una coalizione in grado di governare in modo autonomo. La vittoria e la necessità di conquistare il potere esecutivo annullerebbero le differenze registrate finora.

La seconda anomalia consiste nelle modalità di funzionamento di quello che nella sociologia della comunicazione chiameremmo “approccio dell’agenda setting”. Si tratta di una teoria che stabilisce il potere di reciproco condizionamento, specie durante le campagne elettorali, fra l’agenda della politica, l’agenda dei media e quella del pubblico. Ad esaminare i temi finora portati al centro della discussione pubblica (riforma del fisco, sicurezza, immigrazione, xenofobia, fascismo e antifascismo, violenza politica e altri ancora) si ha la sensazione che gli argomenti individuati come piattaforme intorno alle quali costruire forme di interlocuzione con il pubblico (e non sempre con l’opinione pubblica) siano stati indicati dal sistema mediatico più che dalla politica. I partiti, cioè, sembrano mettersi sulla scia di quelle issues che i media mainstream e i new media, anche attraverso forme di comunicazione interpersonale tipiche del web 2.0, rappresentano, costruiscono e ricostruiscono a beneficio della propria audience. Un vantaggio per il giornalismo, si potrà obiettare? Non proprio, se si considerano i pericoli alla lunga di una politica troppo debole nella segnalazione delle proprie evidenze tematiche, di una politica che spesso divorzia dal potere decisionale e programmatico e che rischia di comunicare quasi solo sulla base dei titoli di quotidiani cartacei e on line, delle scelte gerarchiche operate dai telegiornali e giornali radio e dei contenuti e registri comunicativi dei post che popolano la complessità del mondo dei social network. Il compromesso sta nella capacità di rendere agenda dei media e agenda della politica intrecciabili fino al punto di arrivare a creare i presupposti per un potenziamento definitivo dell’agenda del pubblico, con l’intento di ridare alla politica il senso più autentico della sua funzione. Ma è un obiettivo non proprio a portata di mano, specie in presenza di un ecosistema post-ideologico.

La terza e ultima anomalia, collegata alla seconda e alla prima, è che questa campagna elettorale si regge, prevalentemente e fatte le dovute eccezioni, sulla conquista di un consenso che si chiede venga attribuito dagli elettori sulla base della credibilità, della simpatia, dell’appeal, della forza comunicativa delle facce (nuove e meno nuove) di chi si fa carico della leadership di partiti e movimenti e, quindi, di chi è disposto ad intestarsi la vittoria o la sconfitta. In definitiva, una cerchia ristretta di persone che, a livello nazionale, non supera le dieci unità e dalla quale dipende l’esito elettorale. Anche questa situazione è il risultato di attività di personal branding e di personal storytelling politico che, tuttavia, finiscono per mettere in secondo piano, quasi al limite dell’oblio mediatico, i singoli candidati. Che poi saranno i senatori e i deputati della XVIII legislatura e quindi i depositari della sovranità popolare, i testimoni della democrazia parlamentare, ovvero i sacerdoti dei principi ispiratori di quel rigurgito di attenzione verso il sistema proporzionale, manifestato con forza negli ultimi due anni. Un altro paradosso, o se si vuole un paradosso nel paradosso, poiché così facendo non si sfrutta né l’omnicanalità tipica dell’era postmoderna, né il modello della comunicazione integrata, che in questa situazione potrebbe essere costruito intorno alla centralità di web e televisione. Al contrario, si rafforza una percezione già molto diffusa e cioè che il prossimo sarà il Parlamento dei nominati più che degli eletti, con possibili ricadute nella quantità di astensionisti e indecisi.

Tre anomalie non ricollegabili a responsabilità di singoli partiti o di singoli leader, ma spiegabili con la necessità di perseguire nella comunicazione politico soprattutto interessi di parte più che di gruppi. Tre anomalie argomentabili da un lato con l’eccesso di tecniche di laissez-faire e dall’altro con l’urgenza di uscire di colpo dalla situazione di transizione perenne e di sottovalutazione continua di questa matassa, certamente molto difficile da sbrogliare. A meno che non si sia disposti a provare nostalgia per gli analogisti. Il che, in definitiva, significherebbe rendere inoffensivi gli anomalisti. Ma ormai è troppo tardi.
Francesco Giorgino

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