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Quelle campagne elettorali con il sole dell'avvenire

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di MICHELE MIRABELLA

La campagna elettorale è ammutolita. Parlo di quella cui siamo stati abituati nella storia del dopoguerra: focosa diatriba tra idee, ideologie, culture, che, in una dialettica a volte scarmigliata, rissosa, animosa ed emozionante, si instaurava in tutte, o quasi, le componenti della popolazione. Quasi, perché v’erano anche i comunque renitenti al pensiero, gli ottusi refrattari agli sforzi mentali, i cittadini «qualunque» che smaniavano solo quando il torchio delle gabelle e l’esoso fisco li spremevano.

Furono, nel decennio seguito al dopoguerra, arruolati in un partito, quello, appunto dell’«Uomo qualunque» in cui le frustrazioni sociali ruggivano in un ambito privato e le disuguaglianze mugugnavano in una generica rabbia sguaiata e inutile.

La politica proposta era quella, agguerrita di pigrizia mentale e aliena alle idee guida, di rivendicare la «lontananza dalla politica» degli altri, del popolo lavoratore e pensoso che voleva mandare i figli a scuola, far pagare a tutti le tasse per smantellare il torchio del «governo dei padroni», lavorare meno per far lavorare tutti. Cose semplici, chiare, eredità della pensosa cultura della libertà e dell’uguaglianza che, dagli albori della civiltà moderna. Uno non vale uno, uno può valere tutti o due. Secondo suggerisce la cultura politica. Ma ci sono sempre stati gli egoisti dell’«uno conta uno» e dei centomila o dei nessuno «chi se ne frega», come avevano imparato ad affermare. La campagna elettorale è ammutolita ma la preparazione delle liste elettorali rimbomba nell’immane gara alle poltrone che è in pieno svolgimento, anche e soprattutto in quel movimento che annunciò di essere diverso dai partiti da rottamare. Governare è sempre meglio che lavorare. E questo spiega la campagna elettorale noiosa e priva di seri contenuti che ha preso il via in confusionari tumulti di addetti ai lavori e ai favori. Niente di nuovo sotto il sole dell’avvenire.

Mi viene in mente, a proposito, il pittore Pellizza da Volpedo che, in un primo momento, pensò di intitolare il celebre quadro che simboleggia l’avanzata, il cammino dei lavoratori, «La fiumana». Poi, prevalse «Il quarto stato». Era quella sterminata massa di persone, uomini e donne, non contemplati nell’ordinamento dell’antico regime che si spingeva fino a tollerare il terzo stato di borghesi produttivi e terziari. Il quarto non risultava. Nel bel dipinto «Il quarto stato» bisogna fare caso alle ombre.

Non alle caligini metaforiche che si annuvolano sul riscatto delle plebi, nuvole minacciose arruolate dal padronato che mal sopporta l’emancipazione del proletariato, ma a quelle corte ombre che il pittore divisionista traccia sulla strada e indicano che è mattino, che la gente marcia col sole in faccia. Che questo sia il sole dell’avvenire lo sognavano in tanti, al tempo di Pellizza da Volpedo che così scrive: «Siamo in un paese di campagna, sono circa le dieci e mezzo del mattino d'una giornata d'estate, due contadini s'avanzano verso lo spettatore, sono i due designati dall'ordinata massa di contadini che van dietro per perorare presso il Signore la causa comune...». Quel «perorare presso il Signore» timido e speranzoso riassume un basto ingente di utopie. Ma quella donna che reca il bambino e allarga la mano sinistra con la palma in su, come a ostendere, con la creatura, la buona ragione della giustizia sociale che non può non essere accolta, è un capolavoro politico. Altre campagne e altre campagne elettorali.

Anche al mio paese, a Bitonto, un tempo si faceva caso alla luce e la si incaricava di collaborare alla lotta dei diseredati per ottenere il riscatto sociale, l’uguaglianza dei diritti e delle opportunità, la libertà di idee e credo politico: in una canzonetta popolare ingenua e ferroviaria si cantava «Mo’ vene un tren tutt’illuminat, mo vene Gaetano Salvemini, u’ deputat!». Seguiva l’annuncio di un treno «Tutt all’oscur» che trasportava il deputato della reazione e del padronato «u Pighiangul». Più tardi cantammo «Fischia il vento, urla la bufera, scarpe rotte, eppur bisogna andar a conquistare la nostra primavera, dove sorge il sol dell’Avvenir». Non tutti cantavano, certo, ma noi sì. Così è stato, è la nostra storia. Questo auspicio canoro del sole dell’avvenire dava per scontato che avremmo avuto un avvenire solo se irradiato dal sole della libertà che campeggiava, senza approdo simbolico, in un mare ondulato dalla grafica, coi raggi disuguali. E migrava, a mezz’aria, un po’ erratico, in parecchi simboli di partiti del ricco panorama della sinistra, con e senza libro o falce e martello, a segnalare una luce di speranza ch’era comune e condivisa, un’alba palingenetica per gli sfruttati, i lavoratori, gli operai e i contadini, gli intellettuali disorientati, i giovani e le donne. Nei comizi questi due termini figuravano sempre appaiati: i giovani e le donne. Raramente si auspicava la libertà di pensiero e di stampa che, dopo la guerra, si dava, almeno in teoria, per acquisita, anche in penuria di speranze soleggiate. Allora non avremmo mai pensato che molti anni dopo avremmo dovuto difendere la libertà dell’informazione azzannata dalle notizie false del web e dal putiferio di sciocchezze assoldato dai «social», come per ricominciare da capo «A conquistare la nostra primavera».

Pellizza segnala che i suoi designati capi del corteo vanno a perorare la buona causa «presso il Signore». Non è il buon Dio che, nei cortei, sfila sempre con coloro che tirano la carretta amara della fatica e della penuria, ma il padrone. Quello che cambia faccia, aspetto, funzioni, procedure, partito e conflitti di interesse, per restare esosamente lo stesso di sempre. E si presenta candidato dovunque. A prescindere, direbbe Totò che sfila nella fiumana che avanza alla luce del sole, di buona lena, portando i bambini e il buon diritto, la giustizia. Coloro che stanno conducendo le campagne elettorali e gli elettori si mettano in cammino con le ombre corte e come si faceva una volta. Senza prescindere dalle idee.

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