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Gigio Donnarumma che dice a Paolo Maldini «parlane con Mino Raiola», Jannik Sinner che rinuncia alle Olimpiadi con un «no» che gela il sangue alla sola idea

Il «no» di Sinner alle Olimpiadi

Gigio Donnarumma che dice a Paolo Maldini «parlane con Mino Raiola», Jannik Sinner che rinuncia alle Olimpiadi con un «no» che gela il sangue alla sola idea. Siamo al picco più basso del concetto di sport inteso come condensato di valori, su questo ci sono ormai pochissimi dubbi. Vero, sono cambiati i tempi. I ragazzi di oggi sono diversi.

L’atmosfera s’è trasformata, per non dire stravolta. In tutte le cose, però, ci sono dei punti fermi. Quelli insindacabili. Quelle ragioni che mettono tutti d’accordo, sotto un’unica bandiera. Bè, vedere un ventenne «calpestare» la maglia della nazionale italiana è stato uno choc emotivo abbastanza violento. Una di quelle cose che ti costringono a rimettere in discussione tutto, anche le poche certezze che restano.

Partiamo da alcuni dati di fatto. Sinner non ha mai giocato in Coppa Davis. Già due rifiuti, un bel primato. Con una velocità di pensiero simile a quella che l’ha portato a trasferire la propria residenza nel Principato di Monaco (non è l’unico, certo) all’indomani del compimento del diciottesimo anno di età. Un algida ferocia che lascia perplessi e fa riflettere. E che apre un dibattito abbastanza scivoloso. Con una premessa. La maglia azzurra non potrà mai essere un dovere. Certe cose devi sentirle. Sennò stai a casa. Per sempre, perché no?

I bambini crescono sognando di diventare campioni. Sognano il successo e il denaro. Però i bambini sanno anche che la maglia azzurra non è qualcosa da poter barattare. Non è una possibilità, piuttosto un privilegio. Tu in campo e sessanta milioni di italiani che ti spingono idealmente verso record e vittorie. Il senso della patria, il valore della condivisione. Ecco, andare in nazionale presuppone la presenza di valori. In nazionale ci si deve andare anche zoppi. Con l’azzurro addosso devi correre come non ci fosse un domani. Non giochi solo per te. In palio non ci sono solo soldi. Ma l’essenza del tuo essere italiano. Senza se e senza ma.

Sinner vincerà ancora tantissime partite. Probabilmente porterà a casa qualche Slam, magari diventerà il nuovo numero 1. Perderà anche, come capita anche ai più grandi. Ma questa, Jannik, resterà la tua più brutta sconfitta. A vent’anni hai il mondo ai piedi. Ti guardano tutti, soprattutto i ragazzi che sognano di diventare come te. Tokyo avrebbe dovuto rappresentare per te una sintesi di emozioni e orgoglio. Un’esperienza che ti avrebbe reso più ricco. E forte. Al diavolo gli allenamenti e il riposo. Alle Olimpiadi si va per gridare, un giorno, «io c’ero». Italiano con la maglia dell’Italia.

Senza giri di parole, il timore è che anche nel tennis possano comparire quelle figure manageriali che «impoveriscono» il sistema e consumano quel che resta della magia. Se spuntassero i Raiola, sarebbe un disastro. Il procuratore, il maestro, il coach. Figure sacre, su le mani. Ma ci sono alcune cose che non puoi delegare. La nazionale è come l’amore per mamma e papà. Questione di sangue. La necessità di migliorare e diventare migliore (vale per tutti) è un alibi triste come quel «no» che resterà alla storia, anche più di una vittoria prestigiosa. Non può esserci una figura in grado di condizionare la tua «famiglia». E sì, perché la maglia azzurra è un dono che ci portiamo dentro dalla nascita. Uno status. Un grandissimo regalo. E i regali, si sa, non si rispediscono mai al mittente.

Il confine tra ambizione e arroganza è sottilissimo. Sinner ha tutto il diritto di pretendere di diventare il migliore, ci mancherebbe. Ma in questo percorso ha il dovere di mantenere un profilo alto. A trecentosessanta gradi. Qualcuno gli faccia vedere le immagini di Nadal che gioca le finali di Davis dopo aver conquistato il mondo. Con gli occhi e l’adrenalina di un bambino che vince il primo torneo giovanile. Mentre le Olimpiadi scorreranno su tutte le tv del mondo approfitti per farsi raccontare, da chi le ha vissute, cosa rappresentano. E cosa lasciano in eredità.

Qualcuno spieghi a Sinner perché durante l’inno c’è un passaggio in cui c’è scritto «L’Italia chiamò». A vent’anni non può essere un torneo lungo una settimana a mettere in crisi il tuo percorso professionale. A vent’anni è facile fare figuracce, vero. Ma a vent’anni dovrebbe essere più semplice pentirsi e rimediare. Il «colpo» più spettacolare della sua già brillante carriera. Da applausi a scena aperta.

Sarebbe bello, nel frattempo, sapere cosa ne pensano il Coni e la Federazione tennis. Ci dicano qualcosa, Malagò e Binaghi. Perché qualcosa, diamine, dovremo pur raccontarla a chi oggi non capisce perché Sinner non giocherà le Olimpiadi. Salviamo il giocattolo sport prima che sia definitivamente rotto. Proprio nei giorni in cui gli azzurri del calcio hanno risvegliato un fortissimo sentimento nazional popolare. Meravigliosamente.

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