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La prima volta che affrontai la burocrazia fu allo scadere scapigliato dell’età del Liceo che coincise con l’emozionante rassegnazione ad affrontare l’Università. La faccenda fu complessa perché la prima scelta di facoltà crollò per un colpo del destino che mi indusse a sbadigliare già alla terza lezione di Giurisprudenza e ad approdare, felice, lo ammetto, alla Facoltà di Lettere. Il trasloco non fu senza insegnamenti: il primo scaturì da un convegno su Machiavelli presieduto dal Professor Sansone, indimenticabile maestro e acqua battesimale della mia formazione culturale e il secondo fu lo scontro con la burocrazia (quando si dice le coincidenze) che affliggeva l’Università alla stregua di tutte le istituzioni italiane, pubbliche e private. 

A quel tempo non avevo ancora letto Flaiano che motteggiava «vivere è diventato un esercizio burocratico», ma avevo scrutinato in un almanacco che «La burocrazia è l’arte di rendere impossibile il possibile». Nel tramestio delle pratiche burocratiche attinenti alla didattica complessa dell’Ateneo, v’era (e forse esiste ancora) l’obbligo di informare il Magnifico Rettore dell’Università di Bari di ogni passo, anche il più timido e prudente, della vita studiorum che noi studenti si volesse compiere. La corrispondenza con l’autorità doveva essere frequente, puntuale e, soprattutto scritta su fogli di carta da bollo che occorreva comprare dal tabaccaio. Nel corso dei molti anni (sono stato un convinto e tenace fuoricorso) il prezzo della carta bollata ebbe aumenti preoccupanti per le finanze famigliari.

V’erano studenti anziani che, al prezzo di un caffè e sigaretta, si prestavano a dettare le formule speciose della burocrazia universitaria e che, implacabilmente, protendevano l’indirizzo cerimoniale «Al Magnifico Rettore», anche se il pretendente attenzione estensore della supplica avesse solo avuto bisogno di spostare una data di esame o avesse perso lo statino per sottoporvisi. Spesso mi domandai se, davvero, il Magnifico Rettore leggesse quelle carte a lui, spasmodicamente indirizzate. La risposta la ebbi più tardi e ve la dirò alla fine di questo prologo. Mi è venuto in mente quel tempo perduto per una riflessione che sto facendo sulla burocrazia, oggi. Nell’oggi dell’informatica, della cittadinanza digitale, della cosmologia del web dei «nettadiniÏ. La burocrazia è al varco, in agguato, ma già spesso trionfante in un ambito che avrebbe potuto avere, invece, il ruolo di affievolirne al massimo il potere nefasto e tossico, grazie alla semplificazione alta e funzionale che è insita nella tecnologia evoluta in cui consiste. Ecco che si avvera il pensiero iniziale: “La burocrazia è l’arte di rendere impossibile il possibile”. Parto da un esempio corrivo: lo SPID.

Trascrivo con il sistema «copia e incolla» fornito dal mio «computer»: «SPID. Con il Sistema Pubblico d’Identità Digitale puoi accedere ai servizi online della pubblica amministrazione e dei privati aderenti, con una coppia di credenziali (username e password personali). Semplice e sicuro, puoi usare SPID da qualsiasi dispositivo: computer, tablet e smartphone, ogni volta che, su un sito o un’”app” di servizi, trovi il pulsante “Entra con SPID”. Scegli come attivarlo, gratuitamente o a pagamento, sul sito di uno dei gestori di identità abilitati. Una volta ottenuto, l’utilizzo di SPID è gratuito per il cittadino».

La faccenda, posta così, è frutto di illusioni vendute per autentica valutazione delle condizioni medie del popolo italiano fatta da burocrati che ignorano i dati elementari di una constatazione sociologica: un’aliquota molto alta di italiani non sa usare il computer e tutto l’armamentario al computer similare o che con l’informatica funziona. Tra questi, moltissimi gli anziani. Di questi i burocrati s’infischiano e, cinicamente obiettano suggerendo «che si facciano aiutare dai nipoti». Io stesso che non sono proprio a digiuno delle manovre necessarie a vivere e convivere con il prossimo mio cibernetico in grazia dell’informatica, io stesso che sto scrivendo questo articolo usando un computer e un programma di scrittura, io stesso che leggo il giornale direttamente sul “tablet”, mi sono arreso! Volendo “ottenere” lo SPID, non sono riuscito a collegarmi con un accidente di nessuno e, quando mi sono fatto aiutare da esperti dei mandanti compresi nell’elenco della pubblicità dello strabenedetto Sistema Pubblico d’Identità Digitale, ho constatato dal loro sudore febbrile, dai borbottii innervositi, dalle imprecazioni, che quella operazione venduta come facile e alla portata di grandi e piccini era difficile, complicata, oscura, cervellotica e, forse, inespugnabile. Non rivelerò i loro nomi neanche sotto tortura.
Ho pensato alla grande folla di italiani che possiamo definire analfabeti informatici che devono aggiungere all’imbarazzo per la propria incompetenza, la complicazione burocratica compresa nell’ineluttabilità che amareggia e scoraggia. E mi sono domandato, allora, se fosse proprio il caso di elucubrare un ennesimo documento di riconoscimento, lo SPID, da aggiungere alla pletora dei documenti personali resi obbligatori dalla burocrazia più stupidamente complicata del pianeta: Carta d’identità, Tessera sanitaria, Passaporto, Tessere varie professionali, Patente di guida, Codice fiscale, Pin d’ogni tipo a cominciare da quello dell’INPS. Furenti, gli sconfitti dalla complicatissima assurdità dell’accesso a Spid, si chiuderanno sempre più nell’universo alfabetico. Umiliati. E non potranno accedere online alle delizie della pubblica amministrazione con i loro «computer, tablet e smartphone» in cui entrare con comodi Username e Password che nessuno ha insegnato loro ad usare. Perché la burocrazia deve prima di tutto mantenere i burocrati. Mi torna in mente la carta bollata dell’Università. Un collega fuori corso mi rivelò che ogni volta che aveva dovuto indirizzare la carta bollata con la fatidica intestazione, invece che al Magnifico Rettore… eccetera, aveva scritto, sempre, per burla goliardica: Al Magnifico Reattore. Non se n’era mai accorto nessun burocrate.

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