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Se don Milani ora insegna all’Europa come aver cura

Era parroco di un paese con 124 abitanti

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Diciamo la verità: fa un po’ specie ascoltare da Bruxelles un riferimento alla scuola di Barbiana fondata da don Milani, un prete-maestro, un rivoluzionario di gran fede, che subito dopo la Guerra ideò un nuovo modello di istruzione. In un’epoca di didattica a distanza e di scuola a fisarmonica, nella quale i genitori comandano e gli insegnanti si dimenano come possono, la citazione di don Milani dal più alto pulpito dell’Unione Europea è per l’Italia un riconoscimento e insieme una sberla. Il primo perché dà atto della portata culturale di cui il Paese è capace; la seconda perché dimostra che nel tempo quello spessore si è assottigliato.

Don Lorenzo Milani all’epoca fu compreso più dalla sinistra sessantottina che dalla Chiesa; fu esaltato più da Pasolini che dal suo vescovo. A Barbiana, sperduto agglomerato di case nel Mugello, alle porte di Firenze, fu spedito sostanzialmente in esilio. Era parroco di un paese con 124 abitanti, tutti contadini poverissimi o operai. Il prete capì che tra quella gente il Vangelo andava praticato più che predicato, e lo fece a cominciare dall’insegnamento dell’italiano e delle lingue straniere, della storia, dell’educazione civica. All’inizio non aveva libri di testo, ma faceva scuola attraverso i giornali: fu il primo a capire che i giornali raccontano la cronaca e che la cronaca altro non è che la conseguenza della storia. Ne scaturì un modello di didattica e di istruzione, a sua volta studiato come fenomeno di antropologia culturale.

Don Milani, insieme con i suoi allievi, pubblicò un libro che ha fatto scuola, dal titolo «Lettera a una professoressa», e come motto della istruzione di Barbiana scelse una espressione addirittura in inglese: «I care», scritta sul muro della sua aula. Quel verbo può essere tradotto in molteplici modi, tutti però legati al concetto della cura: «I care» può tradursi come io mi preoccupo, oppure mi occupo, o anche io mi interesso, io sono solidale, io ho a cuore, io ci tengo, io ho attenzione, io mi prendo cura, mi riguarda, mi sta a cuore.

Ecco. Da ieri quel motto di Barbiana è diventato il motto dell’Unione europea. Ieri Ursula von der Leyen, che è presidente della Commissione Ue, cioè del governo europeo, nel suo «Discorso sullo stato dell’Unione» ha ricordato il modello di Barbiana e ha rilanciato il messaggio di don Milani. Ha riconosciuto all’Italia il merito di aver sollecitato per prima, sin dall’inizio della pandemia, l’esigenza di concordare a livello continentale le contromisure secondo criteri di solidarietà. La presidente ha parlato esplicitamente di Rinascimento: ha precisato che la storia dell’Europa è una storia di rinascimento e che ora si prospetta il Rinascimento della salute con il vertice in calendario il 21 maggio, guarda caso a Roma.

La von der Leyen è nata in Belgio ma è cresciuta in Germania; ha perfezionato i suoi studi in medicina in California, ma si è dedicata alla politica militando con i cristiano democratici tedeschi. Citando Barbiana e don Milani, ha voluto tradurre quel «I care» con un più politico «mi assumo la responsabilità» con l’auspicio che questo accada da parte di ciascun cittadino europeo e di ciascuno Stato dell’Unione. Questo suo discorso di ieri, parafrasando il titolo del libro di don Milani, suona come la «Lettera di una professoressa», considerato che la presidente è stata - ancorché ministro in Germania - anche insegnante della Scuola di Medicina ad Hannover. Questa lettera-discorso segna una svolta nella gestione della pandemia e nella concezione stessa dell’Europa unita. Questo «assumersi la responsabilità» è esattamente l’opposto del nazionalismo e dell’individualismo che - come ha ripetuto il Papa ancora una volta proprio ieri - «sgretolano il mondo». Assumersi la responsabilità significa finalmente spalancare le porte alla solidarietà, non edificare muri ma ponti, non chiudersi ma aprirsi al mondo.

Questa «filosofia della cura» che da ieri troneggia in Europa fa il paio con la linea indicata da Washington di rimuovere la protezione dei brevetti ai vaccini anti-Covid. Il presidente Biden ha sfondato la porta, e dietro di lui all’assalto di Big Pharma abbiamo già visto la stessa presidente della Commissione Ue, il francese Macron e anche Draghi, il segretario generale dell’Onu Guterres e persino il russo Putin. Assumersi la responsabilità significa tutti responsabili di tutto, e tutti responsabili di tutti. Parole grosse, quasi un sogno. Ma - scriveva Victor Hugo - «chi sogna, anticipa chi pensa». E chi pensa, come don Milani, agisce e precede chi può fare.

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