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«Ci sono giorni in cui ti senti in esilio, in cui nulla o nessuno riesce a farti tornare in patria... Ci sono giorni di sole asciutto e di terrazzi nitidi, in cui l’orizzonte tra mare e cielo è netto come in un disegno... Ci sono i giorni più duri, bui anche a mezzogiorno, degli strappi improvvisi, quelli dei congedi definitivi, delle cose che non puoi cambiare». Ci sono giorni in cui nel cielo di Bari c’è giusto quel sole, promessa di primavera nonostante il lungo gelo della pandemia, eppure bisogna scrivere della morte di Franco Cassano, malato da tempo, 77 anni, autore dell’almanacco dei giorni antologizzato in Modernizzare stancaPerdere tempo, guadagnare tempo (il Mulino 2001). È uno dei tanti libri del sociologo e filosofo barese (era nato ad Ancona il 3 dicembre 1943), apparsi prima e dopo Il pensiero meridiano, il classico contemporaneo di cui abbiamo ricordato i venticinque anni dall’uscita il 2 febbraio scorso su queste colonne (Laterza 1996).

Ci sono giorni in cui poco dopo l’alba i messaggi si moltiplicano nelle chat: «Franco non c’è più» o «Il professore ci ha lasciato». Allievi dell’università, amici, compagni dai tempi della militanza nel Pci nella sezione «7 Novembre» di Madonnella, ma anche cineasti, scrittori, musicisti, cittadini hanno voluto rendere un tributo a Cassano (tra i primi su Facebook il regista di La nave dolce, Daniele Vicari). Il pensiero meridiano è stato e resta un testo cruciale che ha rinverdito in maniera originalissima il discorso sul nostro Sud, inquadrandolo nel contesto mediterraneo, ripreso poi con coerenza in un volume curato da Cassano con il giurista Danilo Zolo e concepito guarda caso durante una comune vacanza a Itaca, L’alternativa mediterranea (Feltrinelli 2007).

Esponente fra i più giovani della école barisienne dei comunisti critici Beppe Vacca, Biagio De Giovanni, Franco De Felice, Vito Amoruso e molti altri, Cassano esordisce nel 1971 con Autocritica della sociologia contemporanea per i tipi di De Donato, casa editrice assai rilevante in quelle stagioni, cui poi affiderà l’essenziale Il teorema democristiano (1979). Dopo altri saggi e «dopo l’autunno» della sinistra, con Approssimazione e Partita doppia (il Mulino 1989 e 1993) relativizza il marxismo negli «esercizi dell’esperienza dell’altro», scandagliando le modalità con cui i sessi, le culture, gli animali guardano il mondo. Nel dialogo a distanza con pensatori radicali quali Popper e Feyerabend, Lévinas e Bauman, Derrida e Foucault, via via la riflessione di Cassano mette al centro la dimensione del tragico e la necessità di oltrepassarne i dilemmi. La sua ossessione è la «partita doppia», appunto, colta da Montaigne quando negli Essais alla fine del 1500 scrive che «il vantaggio dell’uno è il danno dell’altro», o da Fellini nel capolavoro : «Come si fa a essere felici senza far piangere nessuno?». E Franco amava molto il cinema, al pari del calcio di cui sapeva a memoria formazioni lontane nel tempo.

È stato un pensatore-passeur o un pensatore-nuotatore, di terra e di mare per dirla con il filosofo Carl Schmitt. Cassano intravede nel Mediterraneo l’energia per diluire una modernità inconsapevole, perché troppo presa dalla corsa allo sviluppo, e per mitigare le tensioni della globalizzazione a cominciare dall’emigrazione (il trauma si manifesta a Bari l’8 agosto 1991 con i diciottomila della Vlora, «la nave dolce»).

Il pensiero meridiano postula la necessità di «pensare la frontiera» rivisitando le metafore letterarie di Camus e Savinio, di Pasolini e Angelopoulos, mentre rifiuta l’idea di un Sud «paradiso abitato da diavoli», vetusta eppure ancora oggi dominante. Quel saggio nonché una collana della Libreria Laterza inaugurata nel 1997 da Mal di Levante dello stesso Cassano innescano una feconda dialettica tra il filosofare e le esperienze di volontari, medici, artisti, teatranti, scrittori, economisti, giornalisti (ricordiamo il compianto Alessandro Leogrande), e anche sacerdoti per il rilievo accordato dall’autore al silenzio, alla preghiera, agli echi biblici del deserto. Per un anno, il 2000, Cassano tenne una rubrica in prima pagina sul quotidiano cattolico «Avvenire»: sono alcuni degli articoli di Modernizzare stanca (altri uscirono per L'Unità), fra i quali colpisce oggi il monito a non medicalizzare i momenti della nascita e della morte.

La politica gli è debitrice. La «primavera pugliese» di Michele Emiliano, Nichi Vendola, Guglielmo Minervini viene propiziata dall’associazione «Città Plurale» di cui Cassano è tra i fondatori e primo presidente. Una militanza di sinistra non ortodossa, la sua, libera e generosa come poche, che avrebbe caratterizzato anche l’esperienza parlamentare come deputato del Pd dal 2013 al 2018. Intanto Cassano dà alle stampe un altro testo prezioso, L’umiltà del male (Laterza 2011), di cui letteralmente s’innamora Giuliano Ferrara e ne fa una bandiera sul «Foglio» all’epoca ultraberlusconiano, recensendolo col titolo «Un gran libro, di sinistra». Per Cassano la divisione netta, di solito ritenuta insanabile, tra le élite e il popolo è una declinazione della rinuncia all’egemonia culturale da parte della sinistra italiana, un segno del suo tracollo. In altre parole, sostiene l’autore, lasciare al male l’esclusiva della familiarità con le umane debolezze equivale a obbligarsi alla sconfitta del bene comune. Lungo questo crinale etico, Cassano prende le mosse dalla «Leggenda del Grande Inquisitore» contenuta in I fratelli Karamazov di Dostoevskij: «Ama la vita più della sua logica, solo allora ne capirai il senso».

Una riflessione in parte ripresa in Senza il vento della storia (Laterza 2014), libro sbrigativamente liquidato come «renziano» o colpevolmente equivocato. Scriveva: «È necessario che la sinistra smetta di sentirsi ospite innocente in un universo cattivo e abbandoni ogni nostalgia». Ma non è cosa... Cassano soffrì degli attacchi a quel saggio, taluni neppure a viso aperto. Già, la nostalgia. Non scompare un cantore dell’arcadia meridionale, bensì un autore raffinatissimo e sempre rigoroso lungo le ferite più aperte che mai della modernità, uno studioso impegnato a elaborare prospettive e a disegnare un orizzonte oltre il rimpianto «tribale» di Pier Paolo Pasolini e il riscatto contadino di Carlo Levi, entrambi molto amati dal Nostro. Il suo impegno teorico e politico, in favore dei più deboli, è l’esatto contrario del provincialismo cui qualcuno ha cercato di ridurlo approfittando della vulgata dell’«elogio della lentezza».

Conobbi Cassano da matricola universitaria più di quarant’anni fa nelle stanzette all’ultimo piano di piazza Cesare Battisti (la Sociologia in soffitta) insieme a un gruppetto di giovani studiosi in cui c’erano Eligio Resta, Peppino Cotturri, Franco Chiarello, Isidoro Mortellaro, Daniele Petrosino... Da allora ogni idea e attività culturale si è avvalsa del confronto con lui, amico e maestro delle domande radicali di cui rimpiango certe belle mattinate a passeggio sulle possibili risposte. Addio Franco, quanto ci mancherai.

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