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Il 6 gennaio scorso, mentre senatori e deputati americani erano riuniti per ratificare l’elezione di Joe Biden a presidente degli Stati Uniti, una folla di sostenitori dell’uscente Donald Trump ha assaltato il Parlamento. Fatto sconcertante, mai accaduto prima.
Il 13 gennaio a Roma, il leader di Italia Viva Matteo Renzi ritirava l’appoggio al governo Conte, facendo venir meno la maggioranza assoluta al Senato. Di qui l’affannarsi del premier alla ricerca di «volenterosi», alias «costruttori», alias «responsabili», alias «trasformisti», alias «voltagabbana», insomma transfughi da altri partiti disposti a diventare la stampella del governo.
C’è un nesso che lega i due fatti? Apparentemente no, riguardano due contesti politici differenti, in Paesi distanti, con ordinamenti giuridici diversi. Ma tutti e due mostrano una realtà scabrosa: la crisi della democrazia matura. Intesa non tanto come crisi dell’apparato normativo che concorre a realizzare un sistema democratico, quanto come declino di percezione, credo e cultura individuali.
Negli Stati Uniti Trump ha seminato parole di odio, ha delegittimato l’avversario e ha negato la validità del risultato elettorale, finendo così per istigare i suoi sostenitori alla protesta, culminata con l’oltraggio al Parlamento.

Sedersi sullo scranno della presidente della Camera e allungare le gambe sul banco è la rappresentazione plastica della democrazia messa sotto i piedi. E non a caso è stata fra le immagini più viste in rete e sulle televisioni. Eppure, quei tifosi di Trump non erano pazzi scatenati, come sarebbe comodo e risolutivo definirli, ma erano in larga parte esponenti di quella classe media che quattro anni prima aveva portato «The Donald» alla Casa Bianca.
Lo stesso Trump non è un pericoloso terrorista, bensì un presidente democraticamente eletto, passato attraverso la rigida selezione del suo partito prima di ottenere la candidatura alla presidenza. Dunque un percorso secondo le regole, senza strappi né sovversioni. L’assalto a Capitol Hill, che le indagini stanno mostrando come un’azione organizzata e facilitata da infiltrati nelle forze di sicurezza, è frutto di una visione negatrice della realtà e sostenitrice di un potere al di là di ogni regola e di ogni buonsenso. Non si possono dimenticare le scelte suicide di Trump per esempio sul Covid, materia su cui c’è poco da opinare, come invece potrebbe essere sui migranti o sull’economia. Le sue costanti parole d’odio hanno messo in condizione i principali social network di doverlo silenziare, fatto di una gravità unica se si considera che in America il diritto di parola è intoccabile, blindato dal Primo emendamento della Costituzione.

L’altro pezzo della questione arriva da Roma. Ci siamo trovati di fronte a una crisi-non crisi. Una definizione nuova nel variegato panorama italiano, pure avvezzo alle formule del Palazzo: dalla crisi balneare alla crisi al buio. I protagonisti assoluti sono stati gli individui: Renzi con le ministre «da asporto» (copyright di Pillinini), Conte che va a caccia di «volenterosi». I partiti della maggioranza a guardare, incapaci di vedere la fine sostanziale del loro ruolo politico. Secondo l’articolo 49 della Costituzione «tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Ma la politica nazionale oggi è determinata dai singoli e la sua evoluzione prevede la nascita di tante formazioni i cui componenti non sono legati da un ideale o da un’ideologia, bensì dal patto di fedeltà con il leader al fine di raggiungere il miglior risultato personale. L’ex grillino pugliese Ciampolillo è diventato l’icona di questo nuovo modo di concepire la politica surclassando in un lampo i pur quotati Razzi e Scilipoti, protagonisti in altre stagioni. Duole dirlo, ma lo schema della fedeltà al leader è la stesso che tiene in piedi da sempre clan e consorterie.

I leader dell’opposizione l’altro ieri sono saliti a protestare con Mattarella. «Con questo Parlamento non si può lavorare», hanno sostenuto, chiedendo quindi elezioni anticipate. Forse non si sono accorti dell’autogol. Perché loro hanno contribuito a formare quel Parlamento alla pari con gli altri attori. Ed era stato quello stesso Parlamento a dire sì a un’insolita maggioranza giallo-verde (la mania dei colori è antecedente al Covid) per poi gettarla a mare e far nascere un’altrettanto insolita maggioranza giallo-rossa-viola. Solo ora ci si accorge che a decidere le sorti del Paese negli ultimi tre anni è un premier fuori dai partiti, mai eletto da nessuno e senza un qualsivoglia passato politico. È questa la cifra della «nuova» democrazia, se così si può ancora chiamare, visto che il popolo – la radice demos della parola – sembra assente nella tutela dei suoi interessi ed è considerato come una sorta di bancomat del consenso: basta mettere la tesserina giusta e i voti arrivano.
Serve a poco affannarsi a chiedere nuove elezioni e nuove regole: non sono queste che possono formare gli uomini, ma sono questi che determinano i giochi e, soprattutto, costruiscono il nuovo orizzonte di senso. Un orizzonte dove il concetto di democrazia, almeno come lo abbiamo inteso, vissuto e costruito negli ultimi due secoli, è assai nebuloso, anzi irriconoscibile.

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