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Una finalissima in 48 ore: l’arbitro è Mattarella

Nei momenti più difficili, è stato lui a tenere unito il Paese e a dare la forza e le indicazioni giuste per andare avanti

Sergio Mattarella, presidente della Repubblica italiana

Sergio Mattarella, presidente della Repubblica italiana

Oggi partono le 48 ore più incomprensibili, difficili e pericolose per l’Italia. Ore incomprensibili perché la gente comune, quella piegata dal Covid, quella che non può assistere i suoi ammalati in ospedale, che non può dare nemmeno l’addio ai suoi morti, non riesce a trovare una motivazione allo strappo di Renzi e alla conseguente crisi di governo. Ore difficili perché non c’è ancora la ricetta per salvare capra e cavoli e l’ipotesi di elezioni anticipate potrebbe essere un rimedio peggiore del male, visto che sì il centrodestra vincerebbe, ma forse non tanto da poter governare da solo e dunque si riproporrebbe la necessità di trovare un alleato. Ore pericolose perché i mercati sono agitazione e lo spread torna ad alzare la testa appesantendo un debito pubblico sopportabile solo da titani, senza contare che non abbiamo ancora prodotto un pezzo di carta utile a ottenere qualcuno di quei miliardi che l’Europa ci mette a disposizione.

Individuare in Renzi l’artefice di questa situazione è segnare un gol a porta vuota. Ma davvero in una Repubblica parlamentare una crisi può essere caricata sulle spalle di un uomo solo? Magari quell’uomo si è soltanto preso la responsabilità di accendere il fiammifero e lanciarlo sul palazzo dove però c’era già benzina. Gesto esecrabile, stupido e, soprattutto, fatto nel momento più sbagliato.

Però occorre anche riconoscere che da mesi si rincorrevano le critiche al premier, accusato di galleggiare più che di governare. E anche fatta la tara dell’eccezionalità dei tempi determinata dalla pandemia, l’azione di governo è apparsa poco incisiva e priva di idee per gestire una crisi economica e sociale senza precedenti. Aver immaginato una governance del Recovery fund formata da sei commissari e trecento esperti sembra la fotocopia di quella processione di task force create per gestire la prima fase della pandemia. Renzi ha sollevato la questione e ha indotto Conte a cambiare e di questo va dato atto a entrambi. Ciò significa che erano possibili un confronto e una mediazione all’interno delle forze di governo. Renzi ha fatto bene a insistere su una diversa stesura del Piano di rilancio come anche sulla necessità di ricorrere al Mes, ma ha sbagliato clamorosamente il metodo, cedendo fin troppo al suo carattere.

Ora si tratta di decidere che fare. L’appoggio dei cosiddetti «costruttori» a un governo Conte ter, che sembrava l’ipotesi più probabile, è diventata impraticabile per il fermo no dei gruppi di centro che avrebbero potuto fornire quel drappello di senatori utili a superare la famosa soglia 161 a Palazzo Madama. Ma in politica, e in quella italiana soprattutto, c’è un’ultima parola ma anche un’ultimissima.

La scelta più difficile è nelle mani dei 5Stelle, sulla carta il partito di maggioranza relativa, ma che nella realtà ha perso buona parte del suo appeal sull’elettorato. Ora sembrano arroccati sulla conferma di Conte senza nessuna possibilità di riannodare il dialogo con Renzi. Una posizione che, se non ci saranno colpi di scena, porta dritto dritto il premier pugliese a risalire al Quirinale e a dichiarare chiusa la partita. Dopodiché, però, si aprirebbe tutta una questione interna ai 5Stelle, dove il fuoco cova sotto la cenere, vista l’irrisolta questione della presenza di due anime ben distinte nel movimento: una di sinistra e una di destra, cui si aggiunge il ruolo svolto nell’ombra da Casaleggio &co. Una indeterminatezza che fino a oggi ha impedito l’elezione di un capo politico, affidandosi alla «reggenza» di Crimi e alle pseudo consultazioni su Rousseau.

In caso di eutanasia del governo Conte e quindi di un ritorno alle urne si porrebbe un problema serio per il Movimento. Dal disposto combinato del taglio dei parlamentari – per altro loro cavallo di battaglia – e della perdita di consensi, è facile prevedere che i 5Stelle ne uscirebbero fortemente ridimensionati nei numeri e quindi nel peso politico. Senza contare che i primi a opporsi a un ritorno alle urne sarebbero proprio quei parlamentari che oggi possono contare su uno stipendiuccio di 12mila euro al mese più annessi e connessi e che tra qualche mese si ritroverebbero più o meno nullafacenti. Al contrario, ingoiare la pillola amara di riaprire il tavolo con Renzi – al momento non sembrano percorribili altre strade per trovare una maggioranza sia pure risicata – porterebbe a entrare nel semestre bianco, giocare un ruolo importante anche nella elezione del nuovo presidente della Repubblica e sostanzialmente a concludere la legislatura, magari con la possibilità di attenuare quelle perdite di consensi assegnate dai sondaggi.

L’altra gamba del governo è rappresentata dal Pd, che però – al di là di consolidate antipatie personali – ha con Renzi un rapporto più fluido e sedersi di nuovo al tavolo con lui non costituirebbe poi un boccone troppo amaro da mandar giù. Non solo, ma in caso di elezioni anticipate, per i Dem non si prevedono scossoni, anzi con un’accorta campagna elettorale, e grazie anche alla quasi certa polarizzazione del voto che la caratterizzerebbe, potrebbero addirittura vedere un lieve ritocco verso l’alto della loro percentuale. Fermo restando che anche per loro vale il discorso dei parlamentari da lasciare a casa per via della dieta dimagrante imposta alle Camere.

Per decidere che fare non c’è più tempo. In queste 48 ore si gioca una partita importantissima, anzi una finalissima, dagli esiti per nulla scontati, perché in campo ci sono anche la saggezza e la visione lungimirante di un veterano della politica come Sergio Mattarella. Nei momenti più difficili, come la fine dell’esperienza gialloverde o dei morti portati via sui camion militari, è stato lui a tenere unito il Paese e a dare la forza e le indicazioni giuste per andare avanti. Queste 48 ore avranno ancora bisogno di lui.

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