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Oggi e domani alla ricerca della fede perduta

Ogni volta che la scienza arriva a una certezza, è passata attraverso mille incertezze. L’arte, invece, non ha mai incertezze

Oggi e domani alla ricerca della fede perduta

Già negli anni Settanta del secolo scorso il futurologo Roberto Vacca aveva paventato Il Medioevo prossimo venturo (Mondadori 1971) - un neo Medioevo destinato a caratterizzare quelli che sono gli attuali anni di Terzo millennio.

Oggi come nel Medioevo storico l’essere umano ha cancellato i valori essenziali dell’esistenza e vive in uno stato di perenne paura, di grande confusione etica, di assenza di qualsivoglia fede – una confusione accresciuta dal persistente senso di frustrazione e di annullamento provocato anche dallo smodato uso della tecnologia e in particolare degli apparati dell’informatica digitale.

Nel Medioevo – diversamente da adesso – la Chiesa di Roma svolse un importante ruolo di salvaguardia delle coscienze coltivando il mistero di una fede religiosa di cui l’essere umano avverte un inconscio bisogno per ricostituire valori essenziali della vita terrena vissuta in aspettativa di una esistenza futura. Vittorio Sgarbi osserva in proposito: «[…] il non morire determina nella persona più semplice la fede, che è la reazione per cui ‘tanto c’è un’altra vita’, anche se oggi la chiesa sembra badare più a questa. Cosa conta morire se poi ci aspetta Dio».

Nell’antico Medioevo la religione cristiana sopperì anche all’assenza di uno Stato di diritto facendo accettare al popolo la guida dei «potenti» dell’epoca ma nel contempo stimolando un senso individuale di libertà che si manifesterà attraverso l’economia del «mercato» - di quel luogo fisico intorno al quale avverrà la nascita dei comuni e la cui evoluzione troverà una sua compiuta espressione nel primo Rinascimento, in particolare con Francesco Datini (1335-1410), il «Mercante di Prato» che decise di assumere come suo motto-emblema «Nel nome d’Iddio e del guadagno», compendio dunque di fede religiosa e di libertà economica.

Nell’attuale dramma provocato dalla maledizione «biblica» che è la Pandemia Covid 19 diffusa in tutto il mondo, la Chiesa ha perso una grande occasione per nuovamente confermare la fede cristiana e il mistero che la circonda così ben evidenziato nella liturgia della Santa Messa quando il vino e l’ostia simbolo del pane, emblemi del sangue e del corpo di Cristo, vengono consacrati «Mistero della Fede». E più che mai oggi di quel mistero si avverte una pressante necessità – la Chiesa ha invece scelto di fare proprio un buonismo sociologico e politico, già professato da molti, che ha portato e porta la gente ad abbandonare le funzioni religiose e la stessa fede in qualcosa di eterno consegnandosi invece alla pericolosa provvisorietà del quotidiano. Ancora Sgarbi sottolinea: «[…] il dato fondamentale della chiesa e l’altra vita. Cioè: ‘Io vengo a confortarti perché c’è una vita migliore di questa.’ No: per la chiesa di oggi […] l’unica vita buona è questa».

Ecco allora che del Padre Nostro è rimasto solo il «dacci oggi il nostro pane quotidiano», dimenticando nella pratica ogni riferimento a «venga il Tuo regno, sia fatta la Tua volontà, come in cielo così in terra».

Il Medioevo antico ci ha lasciato la grande lezione di come l’atto di fede possa fondersi con la concreta realtà quotidiana – lo spiega bene sempre Sgarbi, da molti contestato e pur tuttavia grande maestro di intelligenza e di sapienza artistica. Lo fa insieme a Giulio Giorello, raffinatissimo filosofo della scienza purtroppo di recente scomparso, in un importante saggio, Il bene e il male. Dio, Arte, Scienza (La nave di Teseo, Milano 2020) – un delizioso volumetto a cui la sorella di Sgarbi, Elisabetta, ha dato una splendida veste editoriale rendendolo oggetto prezioso – davvero una raffinata strenna natalizia - nelle cui pagine patinate vengono proposte venticinque straordinarie immagini di eccelse opere d’arte che lo rendono simile a una sorta di moderno «libro delle ore», com’erano definiti quei «breviari» elegantemente miniati in uso ancor prima di Gutenberg per onorare quotidianamente la fede con la devozione.

Ed è con devozione che l’intelligenza ecclesiastica medioevale volle realizzare imponenti cattedrali e chiese e stupende opere d’arte che ancora oggi affascinano il mondo intero proponendosi come vere e proprie pinacoteche oltre che come luoghi di meditazione religiosa, spazi che affiancano i musei, cattedrali della spiritualità di Terzo millennio per una nuova interpretazione del messaggio divino.

Il ruolo degli artisti fu fondamentale allora come adesso e Sgarbi lo spiega così: «L’artista è l’unico che usa uno strumento che, sul piano del metodo, riproduce quello di Dio: ecco perché l’arte va sia oltre la scienza sia oltre la fede. Qual è il “metodo” di Dio? La creazione dell’anima immortale. Che cosa fa l’artista? Crea con l’anima immortale. L’ateo Leopardi non è morto: la sua anima è dentro L’Infinito, l’ha traslata dal corpo a quelle parole […]

Solo l’arte ci fa presumere che Dio ci sia: nella potenza dell’uomo di allungare, aumentare la creazione». E ancora «[…] vedo le chiese, i monumenti, e ringrazio il Dio cristiano per aver espresso tanta bellezza, bellezza del pensiero. Quale altra religione ha fatto tanto? […] Io sono felice di essere Cristiano». Affermazione che mutatis mutandis ricorda il Perché non possiamo non dirci «cristiani» di Benedetto Croce.

E poi Sgarbi prosegue analizzando dipinti di grandi interpreti della cristianità in un una ideale galleria dove si ammirano celebri raffigurazioni di Caravaggio, Cimabue, Giotto, Piero della Francesca, Niccolò dell’Arca e di tanti altri ancora, fra i quali anche Eduard Munch con il suo celebre L’urlo, ottima interpretazione dell’attualità.

Sgarbi conclude il suo intervento proponendo «un’immagine travolgente: il Cristo velato della Cappella di Sansevero a Napoli. Un capolavoro assoluto di Giuseppe Sanmartino, che ha la capacità formidabile di far vedere e non vedere, e di far sentire che là sotto c’è non solo il corpo, ma l’anima di Cristo».

In questo piccolo gioiello editoriale Sgarbi sembra quasi volersi sostituire al Capo della Chiesa quando sviluppa un coinvolgente ragionamento sul ruolo della fede nella sua trasposizione in opere d’arte espressioni di universale conoscenza. Una conoscenza che diventa scienza nel contributo di Giulio Giorello che ricorda Galileo: «Chi vorrà asserire già essersi saputo tutto quello che al mondo [c’è] di scibile?»

Ragionamento ripreso nell’ultima parte del libro quando i due autori si confrontano in un Dialogo sul nostro tempo e dove Vittorio Sgarbi precisa: «Scienza e arte non sono dunque in concorrenza: sono la testimonianza che l’uomo ha in sé una divinità in cui andrebbe cercato il senso di Dio.

Tutto questo gli animali non lo fanno». E Giorello a sua volta afferma: «[…] io credo che la grande scienza e la grande arte incrinino le aspettative consuete, indichino nuovi modi di vedere il mondo, ricchi e significativi. E non solo cambiano il modo di vedere il mondo, ma cambiano anche il nostro modo di stare nel mondo».

Le conclusioni riguardo al nostro tempo non sono liete e infatti il filosofo constata l’attuale presunzione che domina le coscienze: «Oggi ‘tutti sanno tutto’; e sanno anche troppo: ci dobbiamo liberare delle loro presunte grandi intuizioni». E tuttavia è proprio Sgarbi a lanciare un raggio di luce e di speranza per il futuro ribadendo il positivo ruolo dell’arte: «Io credo ci sia più ortodossia nell’arte che nella scienza. Nel senso che la scienza deve procedere per forza di dubbi, attraverso sperimentazioni e ricerche… Quindi ogni volta che la scienza arriva a una certezza, è passata attraverso mille incertezze. L’arte, invece, non ha mai incertezze. […] Da questo punto di vista ribalterei il rapporto, perché nell’arte c’è l’assoluto e nella scienza il relativo».

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