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Il nuovo inizio della «Gazzetta», la nuova sfida di un'impresa

Ma cosa distingue un imprenditore straordinario da un imprenditore ordinario se non il super-coraggio di osare l’inosabile, di affrontare l’incerto, di accettare sfide sempre più nuove ed eccitanti?

Cari Lettori della «Gazzetta», per il 29 prenotate una copia in più

Grazie tante. Grazie tante al gruppo Ladisa, a iniziare dai fratelli Sebastiano e Vito. Grazie tante per aver creduto, e investito risorse, ne La Gazzetta del Mezzogiorno, consentendo al giornale che si identifica nella Puglia e nella Basilicata di proseguire una storia straordinaria iniziata giusto 133 anni addietro. Sappiamo tutti che, specie in questi tempi, non è facile incontrare imprenditori propensi ad investire nell’editoria. Ci vuole un carico supplementare, un surplus di coraggio. Ma cosa distingue un imprenditore straordinario da un imprenditore ordinario se non il super-coraggio di osare l’inosabile, di affrontare l’incerto, di accettare sfide sempre più nuove ed eccitanti?
Il mestiere dell’editore è forse, il mestiere più affascinante che ci sia. Senza l’invenzione di Johannes Gutenberg (1400-1468), il mondo non avrebbe mai conosciuto la favolosa crescita, che nel giro di un paio di secoli, lo ha portato a trasfigurarsi rispetto alle migliaia di anni precedenti, segnati da una staticità ritenuta irreversibile.
La stampa rimane, tuttora, l’invenzione più importante dell’umanità. Ha consentito il sapere di massa. Ha messo in contatto persone estranee tra loro. Ha spianato la strada alla moderna democrazia. Senza la stampa, la stessa idea di libertà garantita da un ordine politico-giuridico condiviso sarebbe rimasta nel limbo dell’utopia.
Quando un giornale va in crisi, a soffrire è tutta la realtà circostante. Ma soprattutto comincia a traballare l’intero impianto democratico di un popolo, di un territorio. Infatti. È la stampa libera a caratterizzare le società aperte, più della classica divisione dei canonici poteri codificati dal barone di Montesquieu (1689-1755).

È soprattutto la stampa ad alimentare lo sviluppo di una nazione, di una regione. Non lo diciamo noi. Lo dicono le statistiche, le classifiche. Dove si legge di più c’è maggiore prosperità. Dove si legge di meno c’è maggiore arretratezza. Le graduatorie degli indici di ricchezza e degli indici di lettura sono identiche, sovrapponibili. Si somigliano, corrispondono come due gocce d’acqua.
Lo abbiamo ripetuto con forza in questi due anni di tensione quotidiana, anni contraddistinti ora da momenti di disperazione (più numerosi) ora da attimi di speranza. Se, ad un certo punto, la Gazzetta non fosse più riuscita a rispettare il suo quotidiano appuntamento in edicola, con un lettorato la cui fedeltà, il cui commovente attaccamento alla testata temono pochi confronti (non solo) in Italia, beh l’intera comunità di Puglia e di Basilicata, anche quella più distante dall’informazione e dal nostro giornale, si sarebbe ritrovata giocoforza più povera, più indifesa. Non è retorica, ma ogni voce che si spegne provoca sempre una lesione alla democrazia, specie nel Sud che ha bisogno di megafoni, di tribune incalzanti nelle partite nazionali ed europee che contano (L’Ue ha dato la sveglia: il Mezzogiorno è un problema continentale più che italiano, il Mezzogiorno dev’essere in cima agli interventi anti-pandemia e a tutti i programmi di coesione e inclusione sociale).

Tutta la Gazzetta, in tutti i suoi gangli vitali, ha dato grandi, continue prove di senso di responsabilità in questi due anni di passione. Non si è mai arresa a un destino (amaro) che sembrava ineludibile. Ha lottato sotto le saette di una tempesta perfetta. Ha combattuto per salvare la storia di una comunità culturale, per salvaguardare un brand, cui, non a caso, è stato riconosciuto il rango di bene culturale da un’autorità dello stato (la soprintendenza archivistica). Tutta la Gazzetta si è messa in discussione. Ha preparato basi giuridiche, ha costruito un salvagente suscettibile di essere attivato nei casi estremi. Ha dimostrato - nella terra di un indomito doverista come Aldo Moro (1916-1978) - quel senso del dovere che dà la cifra di una collettività operosa. Lo ha fatto continuando a produrre informazione con la stessa tenacia di prima, pur essendo venute meno alcune certezze, a partire da quelle retributive. Ma rinunce e sacrifìci non hanno mai scalfito la volontà unanime dei redattori, dei poligrafici e degli amministrativi: la Gazzetta deve sopravvivere, anzi deve vivere. Anzi deve vivere con più determinazione e con nuovo spirito di corpo, al suo interno e nel rapporto con i lettori, gli acquirenti, gli inserzionisti.

La prima speranza, nei mesi scorsi, nel periodo di esercizio provvisorio affidato ai curatori fallimentari che hanno gestito questa fase assai delicata, veniva sussurrata a bassa voce: «Servirebbe un Cavaliere Bianco per rilevare e risollevare la Gazzetta». Pareva il tipico sogno destinato a spegnersi all’alba, anche perché prevaleva il pessimismo, era diffuso il timore che l’imprenditoria pugliese non fosse particolarmente sensibile alla sorte del quotidiano. Invece, proprio dall’imprenditoria pugliese più dinamica sono piovute manifestazioni di interesse che hanno confermato la credibilità e il prestigio accumulati sin da quando (novembre 1887) l’intraprendente Martino Cassano (1861-1927) radunò un manipolo di «capitani coraggiosi» per imbarcarli nell’impresa editoriale più avvincente e duratura di Puglia.
Il Cavaliere Bianco si chiama Ladisa. Il colosso barese della ristorazione ha sposato la causa, la missione della Gazzetta. Ha accettato la sfida, meritandosi la profonda gratitudine di tutto il giornale e, soprattutto, dei 500mila lettori che ogni giorno sfogliano le nostre pagine.

Non sarà facile. Non sarà facile affrontare le incognite di un settore in vertiginosa trasformazione (in un mondo già documediale) e di una congiuntura vieppiù appesantita dalla tremenda emergenza-shock del Coronavirus. Ma quando ci si trova di fronte a un bivio, i visi pallidi e paciosi scelgono la via più comoda, i visi sanguigni e intraprendenti optano per la via più difficile.
La migliore definizione che sia stata data di un imprenditore, porta la firma dell’autore de Il Cigno Nero, Nassim Nicholas Taleb (Libano, 1960) e recita così: l’imprenditore è colui che dà l’anima. Ma questa definizione, calza, deve calzare a pennello anche per coloro che lavorano, che si guadagnano da vivere, servendo informazione, attività di per sé non assimilabile alle tipiche occupazioni più sottoposte alla scansione del tempo. Bisogna dare l’anima. La Gazzetta, col suo nuovo inizio, darà l’anima, per il suo territorio, per la sua gente. Siatene certi, cari Lettori.

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