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IL PUNTO

Più s’acuisce la crisi più serve l’Europa

Tre proposte gelide verso l'Europa

La pandemia sta producendo un sommovimento economico e politico enorme

10 Ottobre 2020

Ennio Triggiani

La pandemia sta indubbiamente producendo un sommovimento economico e politico enorme evidenziato dalle conseguenze determinatesi, tra le altre, sulla percezione di questioni come la sovranità nazionale e il degradarsi dell’ambiente su scala planetaria. Si sa che su entrambe le questioni esistono i negazionisti, e cioè da un lato i «sovranisti» e, dall’altro, i «riduttivisti» che potremmo semplificare come i “terrapiattisti” della politica e dell’ambiente.

Ebbene, riguardo ai primi il Covid 19 ha dimostrato la vacuità delle loro posizioni sia sotto il profilo strettamente sanitario, il virus infatti non si ferma alle frontiere, sia rispetto alle conseguenti risposte economiche e sociali. La ripresa rispetto all’aggravarsi della pandemia è con tutta evidenza possibile solo attraverso una grande collaborazione internazionale sul piano sia della ricerca scientifica che di consistenti investimenti da parte degli Stati.

Per quanto riguarda le nefaste conseguenze prodotte sulla situazione economica, è emerso con chiarezza il ruolo imprescindibile, per noi italiani, della partecipazione al processo d’integrazione europea. Come potremmo, con le nostre sole risorse, uscire dalla crisi? In quali sabbie mobili ci dovremmo inutilmente dimenare se non avessimo il potente supporto degli strumenti messi a disposizione dall’Unione europea? Ricordiamo, in proposito, i massicci acquisti di titoli di Stato da parte della Banca Centrale Europea, la sospensione del Patto di stabilità (definitiva?) e del divieto degli aiuti di Stato, il SURE quale cassa integrazione europea, l’incomprensibilmente da alcuni vituperato MES, il rivoluzionario Recovery Fund prima forma di assunzione comune di debito europeo. Per l’Italia si tratta, nel complesso, di circa 250 miliardi di euro fra sovvenzioni da non restituire (80 miliardi) e di prestiti a tassi di interessi pari a zero o negativi. E c’è chi continua a dire, fra i fumi del mondo sovranista, che sarebbe preferibile utilizzare i BTP nazionali per evitare condizionamenti esterni! Saremmo nel mondo delle favole senza il lieto fine.
Ricordiamo, però, che tali risorse saranno sottoposte ad un rigoroso controllo da parte delle autorità europee sia nel merito che nei tempi della spesa; e meno male, considerata la nostra nota abilità (si fa per dire), che il controllo ci sia. Il bello è che le forze politiche contrarie all’uso del MES, condizionato semplicemente alla destinazione sanitaria, non si preoccupano dei ben più stringenti accertamenti e vincoli che saranno legati al Recovery Fund. Resto in trepida ma non fiduciosa attesa che qualcuno venga a spiegarlo.

Nelle priorità indicate dalla Commissione europea riguardo all’utilizzazione delle risorse, correttamente riprese nelle “Linee guida” del nostro Governo, si segnalano l’innovazione digitale e, riprendendo quanto detto inizialmente, l’ambiente. La centralità di quest’ultimo è del tutto comprensibile in quanto, per rimanere ancorati alla crisi pandemica, anzitutto è palese che l’inquinamento produce gravi danni alla salute sia dell’intero pianeta che di ciascuno di noi. I rapporti scientifici dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) delle Nazioni Unite avvertono che il pianeta si sta avvicinando ai “punti critici” del riscaldamento globale, quali lo scioglimento dei ghiacci in Groenlandia e Antartide. Ed è sotto gli occhi di tutti il prezzo altissimo che paghiamo quotidianamente ai cambiamenti climatici fra frane, alluvioni, trombe d’aria un tempo mai viste dalle nostre parti (con responsabilità, peraltro, anche ascrivibili alle nostre colpevoli incurie).

Anche rispetto a tale tematica - alla quale il Trattato di Lisbona dedica i Titoli XX (artt. 191-193) e XXI all’Energia (art. 194) - l’Unione da tempo è all’avanguardia sul piano internazionale, avendo partecipato da protagonista agli accordi internazionali da Rio (1992) al Protocollo di Kyoto (1997) fino allo storico accordo di Parigi (2015) volto a regolare il periodo post-2020. Esso definisce quale obiettivo di lungo termine il perseguimento degli sforzi di limitare l'aumento della temperatura a 1.5°C rispetto ai livelli pre-industriali. In coerenza con tali obiettivi, la Commissione europea ha lanciato nel dicembre 2019, per raggiungere entro il 2050 la “neutralità climatica”, lo European Green Deal definito, per la sua importanza, come equivalente al “momento dell’uomo sulla luna dell’Unione europea”. Il Green Deal non è solo un piano per coltivare la sensibilità ma rappresenta un'ossatura da sfruttare per la ripartenza dopo l'epidemia, sperando che questa costituisca l’occasione per cambiare i paradigmi mentali, sociali ed economici.

Fondamentale sarà rendere più pulita la produzione di energia elettrica, che al momento è responsabile del 75 per cento dell’emissione dei gas serra all’intero dell’Unione. E si tratta inoltre di introdurre nuove regole per costruire o ristrutturare case e industrie, incentivare bioraffinerie e decarbonizzazione (pensiamo all’Ilva di Taranto), potenziare l’uso dell’idrogeno verde e dell’energia eolica e solare, favorire i trasporti pubblici e su rotaia, promuovere la biodiversità e l’agricoltura biologica, rafforzare l’economia circolare riutilizzando i materiali in successivi cicli produttivi. Si tratta dell’economia del futuro, sostenibile e verde.

Il correlato “Patto climatico”, approvato dalla Commissione europea, passa comunque attraverso un coinvolgimento ampio di noi cittadini responsabilizzandoci nel renderci in prima persona autori quotidiani di comportamenti eco-sensibili. Serve ormai agire con tempestività e urgenza: opportunamente lo scorso 4 marzo Greta Thunberg di fronte al Parlamento europeo ha ricordato che “Quando la tua casa brucia, non aspetti dei giorni prima di spegnere le fiamme”. E in occasione delle nuova bellissima Enciclica di Papa Francesco sulla fraternità che abbatte ogni muro ne ricordiamo la precedente Laudato sì in cui si raccomanda un’ecologia integrale quale nuovo paradigma di giustizia.

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