Martedì 29 Settembre 2020 | 10:29

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Se serve a tutelare la salute, tutti per un anno possono fare a meno dei propri luoghi del cuore. Ma vedere che le stesse cautele, le stesse regole, vengono imposte anche in casa propria, certamente aiuta. E non solo psicologicamente. 


Ma gli stessi obblighi devono valere anche in Italia

Tanto vale dirlo subito, a scanso di equivoci: sono in conflitto d’interessi, perché anche a prescindere da alcune radici familiari che fanno battere il mio cuore a Levante, sono un filelleno e questa storia della quarantena l’ho capita solo fino a un certo punto, accogliendo con moderato sollievo la circolare esplicativa della Regione Puglia che ieri sera ha chiarito le pratiche da seguire per quanti rientrano dalle ferie in Grecia e in Spagna. Un chiarimento presumibilmente reso necessario anche dopo il tam tam di proteste sui social e nelle messaggerie.  

 Chi già si trovava in terra ellenica (e i pugliesi non erano pochi) era stato colto alla sprovvista dall’idea di doversene stare per due settimane chiuso in casa al proprio rientro. Chi invece si accingeva a partire, aveva accolto la notizia con animo molto meno rassegnato, arrivando in più di un caso addirittura a cancellare la partenza, rimettendoci anticipi, biglietti e quant’altro.

Del resto, chi mai avrebbe rischiato, insieme con la salute, di incorrere anche in problemi sul posto di lavoro, partendo nella consapevolezza di doversi assentare per ulteriori quattordici giorni dopo le ferie? Poi, appunto, la famigerata circolare sui tamponi obbligatori – strada sulla quale adesso è orientato anche il governo nazionale – che farebbero venire meno le due settimane di quarantena, a condizione, ovviamente, che le Asl, alle quali i vacanzieri dovrebbero autodenunciarsi appena rientrati in patria, siano in grado di garantirli in due o tre giorni. Perché se così non fosse e l’attesa – da svolgersi rigorosamente consegnati in casa - si dovesse protrarre più a lungo, di fatto si tratterebbe di una quarantena ribattezzata con un nome meno minaccioso…

Ma le emergenze non si discutono e infatti nessuno qui intende farlo. E tuttavia la ripresa verso l’alto della curva dei contagi dovrebbe suggerire anche altre accortezze. E ad esempio indurci a pensare che le tante teorie ascoltate dal termine del lockdown a oggi («finirà tutto col caldo», «il peggio è passato, basterà stare più attenti») avevano basi più scaramantiche che scientifiche.

Ma veniamo alla Grecia. La ripresa dei contagi è vissuta con grande apprensione in un Paese che da sempre vede nel turismo la sua industria principale e che quest’anno era già entrato nell’ordine di idee di doversi leccare numerose ferite. E in molte isole, anche in quelle più grandi, basta un solo caso di positività per allarmare un’intera comunità. E tuttavia, in quasi tutti i ristoranti vige il distanziamento più rigoroso; lo stesso accade sulle spiagge, dove il numero di ombrelloni è stato ridotto ben più della metà, mentre alla mezzanotte scatta il coprifuoco e tutti i locali pubblici hanno l’obbligo di chiudere per non favorire assembramenti notturni. Per non dire delle mascherine che, anche per strada, vengono indossate più diligentemente che da noi. Certo, tutto il mondo è paese e anche in Grecia ci sarà chi non rispetta le regole, ma difficilmente chi è tenuto a farle rispettare si gira a guardare dall’altra parte. E malgrado tutto, stiamo assistendo a una ripresa dei contagi tale da sfatare quella immagine di nazione povera, ma virtuosa che aveva accompagnato la patria di Pericle durante i giorni più bui della pandemia.

Quarantena, odiosa quarantena, allora, esattamente come tale ci era apparsa quella impostaci dal governo Mitsokakis quando l’osservato speciale era l’Italia, suscitando le indignate proteste del ministro Di Maio. Eppure, misure di prevenzione a parte, c’è qualcosa che non quadra, se nella Puglia del tutto esaurito da dopo pandemia, si assiste a scene da far drizzare i capelli, ormai abbondantemente documentate sulla rete. Si va dal «carnaio» che costella i nostri ottocento chilometri di spiagge e che, in quelle libere, raggiunge una densità che polverizza ogni distanziamento, alle bolge che, dal Barese al Salento passando per il Tarantino, si registrano nelle discoteche. E l’elenco potrebbe proseguire a lungo, passando dai pub nei quali i giovani si intrattengono in maniera che più promiscua non si può, alle strade della movida, a quei ristoranti nei quali il menù si legge col quadratone sul cellulare, ma i tavoli si avvicinano di un centimetro al giorno, «addolcendo» il distanziamento. Tamponi obbligatori anche per quanti frequentano quei luoghi pur non avendo varcato i confini regionali o nazionali? O invece tutto va bene perché si rischia il contagio, ma si aiuta l’economia locale? Quella economia che, a detta di alcuni, avrebbe i suoi principali nemici proprio in quanti scelgono di trascorrere le estati all’estero anziché nella propria regione. A proposito, avete provato a fare una ricerca per una camera doppia in zona trulli o sul Gargano nella settimana successiva a Ferragosto? Chi ieri avesse cercato un’alternativa dell’ultim’ora sui principali motori turistici, si sarebbe imbattuto in una richiesta media di circa 3mila euro, con «eccezioni» – non poche in verità – che arrivano a sfiorare anche i 10mila.

Allora mettiamola così, se serve a tutelare la salute, tutti per un anno possono fare a meno dei propri luoghi del cuore. Ma vedere che le stesse cautele, le stesse regole, vengono imposte anche in casa propria, certamente aiuta. E non solo psicologicamente. 

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