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Vernola, la politica per il bene comune

Allievo di Moro, modello di mitezza e rigore. Domani a Bari (chiesa di San Ferdinando) una messa per ricordarlo

Vernola, la politica per il bene comune

BARI - Avevo circa vent’anni quando conobbi Nicola Vernola. Ero un cronista alle prime armi e mi rivolsi a lui come avvocato penalista: volevo denunciare un politico molto in vista, leader della destra movimentista barese, perché aveva usato ritagli di un mio articolo sul giornale per montarli insieme come fossero il mio pensiero integrale e ne aveva fatto un volantino elettorale. L’avvocato Vernola mi ascoltò e comprese la mia rabbia, ma poi scosse la testa e mi dissuase, benché io puntassi il dito contro un suo avversario parlamentare. Avevo dato per scontato che l’ardore politico avrebbe preso il sopravvento sul rigore professionale, ma l’avvocato Vernola non era un Azzeccagarbugli e non volle speculare: nel mio interesse non se ne fece nulla.

Questo episodio mi diede la misura dell’uomo. La sua mitezza mi convinse a sopire il mio energico disappunto e a imparare la lezione. Vernola era stato allievo di Aldo Moro: dal suo mentore aveva assimilato il rigore politico e morale, ma soprattutto aveva imparato a studiare le ragioni degli altri, benché lontani per cultura e ispirazione politica. Questo mi convinse.
Vernola l’ho incrociato nuovamente qualche anno più tardi e non più per motivi legali né per ragioni politiche.

Era il 1986 e il Presidente della Repubblica lo nominò alla guida della giunta esecutiva del Comitato nazionale per la celebrazione del nono centenario della traslazione di San Nicola da Myra a Bari, insomma un evento civile, storico e religioso che il Ministero dei Beni Culturali aveva giustamente ritenuto di osannare. Vernola mi volle nell’ufficio stampa: cominciò un’avventura che ha segnato la storia della città di Bari, perché da quel centenario è cominciato il riscatto intorno alla fede, in sinergia con la comunità domenicana della Basilica. Da allora si sono intensificati i rapporti con l’Oriente ortodosso, l’ecumenismo è diventato pratica quotidiana, dalle manifestazioni civili, sportive, culturali e di spettacolo organizzate all’epoca è scaturita l’architettura del ponte tra Oriente e Occidente che è stato negli ultimi due anni “consacrato” da Papa Francesco con il suo doppio pellegrinaggio a Bari in quanto “capitale del Mediterraneo”.

Frattanto Nicola Vernola, da ministro per i Beni Culturali, in poche settimane era riuscito a portare a Bari una mostra di rilievo internazionale, l’ultima di quel livello allestita nel Castello Svevo: presentava opere di Georges Braque realizzate dal 1900 al 1963 e fu inaugurata dal presidente della Repubblica, Sandro Pertini, intervenuto in forma privata la mattina di giovedì 13 gennaio dell’83.

Ecco: la vocazione forense, l’impegno politico e la passione culturale (che lo ha portato a presiedere anche la Camerata Musicale Barese) sono le tre coordinate su cui si fonda la vita pubblica di Vernola, di cui ricorre oggi il ventesimo anniversario della scomparsa. La sua vita privata era la famiglia, la moglie Gianna e i figli Marcello e Massimo, che lo hanno sempre seguito e sostenuto. Le sue campagne elettorali furono sempre una festa politica, fatta di impegno corale: ciascuno, tra famigliari e amici, aveva un ruolo preciso, e il candidato era sempre lì a smussare facili entusiasmi o sbavature possibili.

Nicola Vernola è stato un borghese illuminato, incapace di alzare la voce ma convincente per la forza delle sue ragioni, un galantuomo con la passione per la politica e per la democrazia, un signore con il senso forte delle istituzioni, un servitore del bene comune e del suo territorio. Irreprensibile e inflessibile sotto il profilo morale: preferì uscire di scena, vittima del “fuoco amico” del suo partito, piuttosto che rivendicare il primato che meritava. Rimase soggiogato dalle correnti partitiche e fu sacrificato sull’altare degli equilibrismi interni alla Dc senza mai recriminare. Alla sua morte, il presidente della Repubblica, Ciampi, scrisse alla famiglia un messaggio che è una testimonianza: “La sua elevata cultura giuridica, il suo grande rispetto per i valori fondamentali della persona umana ne ispirarono il lungo e appassionato impegno politico”.

Uomo schivo e tenace, restò fedele alla linea del suo Maestro e due anni prima di morire fondò l’associazione “Bari morotea” per promuoverne la cultura. Nato nel marzo del ’32, Vernola si laureò a soli vent’anni discutendo una tesi in Diritto Penale proprio con il prof. Aldo Moro. Abbracciò subito la professione forense fino a diventare avvocato cassazionista, esperto in diritto penale e amministrativo. Ma la politica era la sua passione, tanto da portarlo giovanissimo alla guida della Segreteria provinciale di Bari della Democrazia Cristiana. Aveva ventotto anni quando fu eletto consigliere comunale a Bari; fu assessore ai Contratti e Appalti dal 1962 al ’70 e per un anno anche vicesindaco. Il 4 ottobre del ’71 fu eletto sindaco, rimanendo in carica per cinque anni. Alle politiche del ’76 fu eletto deputato e rimase alla Camera per tre legislature, fino al 1987, ricoprendo per cinque anni la carica di vice presidente vicario del gruppo Dc. Con Fanfani a Palazzo Chigi, fu ministro per i Beni Culturali e Ambientali dal dicembre dell’82 all’agosto dell’83: una manciata di mesi, molto proficui (si ricorda ancora la sua battaglia a tutela dei Fori imperiali). Fu ai vertici dell’Anci, del Cispel e della Corte dei Conti. Morì a soli 68 anni, per una malattia che aveva sopportato in silenzio.

Domani, 13 luglio, alle ore 19, per iniziativa della famiglia sarà commemorato nella chiesa di San Ferdinando in via Sparano a Bari, con una messa celebrata da padre Damiano Bova (già rettore della Basilica) con il quale condivise il lavoro del centenario nicolaiano.

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