Martedì 22 Settembre 2020 | 04:02

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Il punto

Fattore post-populismo e resistenza tripolare

Uno dei pericoli più grandi che la democrazia può correre quando si abusa con la iper-semplificazione è quello di perdere di vista il radicamento della politica alla categoria “tempo”

Le illusioni pericolose nel segno del «popolo»

Uno dei pericoli più grandi che la democrazia può correre quando si abusa con la iper-semplificazione è quello di perdere di vista il radicamento della politica alla categoria “tempo”. Per effetto di questa deriva capita che si attenui la percezione della necessità di soluzioni di continuità rispetto al passato e che si trascurino le istanze di cambiamento maturate o in via di maturazione all’interno del tessuto sociale. In quanto sistema complesso, la politica italiana sta provando a traghettare il (recente) passato nel presente e il presente nel futuro. Operazione possibile solo se si cancellano i rischi di una riproposizione delle forme più evidenti di distorsione legate alla crisi della Prima e della Seconda Repubblica.

Per convenzione giornalistica usiamo queste etichette, pur consapevoli che sono una forzatura poiché le molte trasformazioni avvenute non sono state accompagnate da modifiche alla forma di governo. Tra le distorsioni più evidenti vi è stato il calo della partecipazione popolare alla vita politica soprattutto per reazione alla crisi della rappresentanza dell’elettorato attivo. Calo, che si è manifestato anche con uno spiccato sentimento anti-establishment, dai più definito con la parola “populismo”. Non credo, a differenza del politologo inglese Albert Weale che la volontà popolare debba essere rappresentata solo come un “mito moderno”, ma come lui riconosco i molti pericoli connessi al primato dell’ideologia anti-elitaria, non foss’altro per la difficoltà di ragionare solo in termini di contrapposizione “popolo” versus “élite”. Ha ragione la filosofa della politica Valentina Gentile quando sostiene che più che per la deroga al pluralismo liberale, con il populismo contemporaneo si verificano criticità ergendo a paradigma la non inclusività. Che, in definitiva, significa mancanza di coesione sociale. La labilità dei confini esistenti tra destra e sinistra in nome della sintonia di molte scelte politiche con la volontà popolare complica ulteriormente il quadro, in relazione al quale non può certo essere relegato in spazi marginali il tema della sovranità popolare. Lo complica, in verità, anche rispetto alla definizione dell’agenda del governo, il quale deve muoversi con equilibrio tra la necessità di elaborare un progetto politico che vada al di là del solo anti-salvinismo e la convenienza a non cedere alla tentazione del mantenimento dello status quo. Scelta quest’ultima che porterebbe alla presa di distanza dal frame del cambiamento. Specie le forze post-progressiste corrono il rischio di apparire (anche quando non lo sono) formazioni politiche più compatibili con la conservazione che con il riformismo. Quasi un paradosso, specie se si considera il processo opposto e parallelo in atto nell’altra metà campo.

È un problema che ha il Movimento Cinque Stelle, legittimamente impegnato a rivendicare una diversità che è stata la ragione principale del successo straordinario delle elezioni del 2018 e a rilanciare l’aspirazione alla terzietà per non strappare il disegno tripolare. È un problema che ha il Pd, alle prese con la sfida della rigenerazione narrativa e con i problemi legati alla sopravvalutazione dei risultati delle ultime regionali. Un Pd che punta all’apertura alla società civile specie per le spinte propulsive arrivate dalle Sardine (cadute intanto nell’incidente comunicativo della foto con Benetton e Oliviero Toscani) e che è costretto a governare, suo malgrado, il rapporto con il partito renziano, la cui dinamica politica è intrisa di capacità comunicative in grado di generare processi di agenda setting. Come sostiene il politologo Piero Ignazi, se il Pd non presta molta attenzione al modo in cui condurre questo processo di riposizionamento identitario può inciampare nell’indeterminatezza e nella vaghezza. È un problema, infine, che vive la coalizione di destra-centro, intenta com’è a ricercare nuove forme di equilibrio tra il modello salviniano e quello meloniano. Il tutto mentre cresce il consenso di queste aree e contemporaneamente la sua inutilizzabilità almeno in una prospettiva a breve termine e mentre si rincorrono gli inviti (vedi Giorgetti) al leader della Lega ad intraprendere sentieri più moderati, anche per ridurre consistenza e compattezza del fronte avverso.
Se volessimo limitarci ad indicare due possibili direzioni di marcia del sistema politico italiano potremmo far riferimento da un lato a quello che recentemente ho definito “post-populismo”, includendo in questa espressione forme di populismo mitigato o comunque contaminato dalla presenza di logiche istituzionali, dall’altro alla lotta feroce in corso tra la resistenza dello schema tripolare e l’impulso al ripristino di quello bipolare. Sia in relazione al primo, sia al secondo punto, fattori dirimenti sono il modo in cui verrà gestita la fase numero due dell’esecutivo Conte, la tenuta dei pentastellati con il mantenimento di percentuali compatibili con una vera autonomia decisionale senza quindi rischi di annessioni, la coesione dell’intera maggioranza, la durata della legislatura, le manovre in vista dell’elezione del Presidente della Repubblica. Tanti fattori che si intrecciano tra loro.

Nonostante il calo dello 0,3% del Pil nel quarto trimestre del 2019, il governo è ottimista. Il ministro dell’economia Gualtieri ripete che se la fase 1 è stata immaginata per neutralizzare l’aumento dell’Iva, la fase 2 sarà invece incentrata sul Green New Deal e sulla riforma dell’Irpef. Sulla riforma del fisco ogni partito ha la sua ricetta. Al Mef a metà settimana si riuniranno tecnici e rappresentanti dei quattro partiti di maggioranza per cominciare a trovare qualche soluzione, dati alla mano. Il presupposto è quello di voler e dover sfoltire il coacervo di deduzioni e detrazioni, è quello di garantire il principio della progressività delle imposte (addio flat tax), dando priorità alla riduzione del carico sui lavoratori e riservando attenzione al Sud.
Il premier Conte in queste ore sta costruendo il proprio storytelling su due key words: crescita e sostenibilità. Una parola quest’ultima che nel suo corrispettivo francese, développement durable, presuppone orizzonti temporali medio-lunghi. Anche per questo motivo si sta parlando di agenda 2023. Il presidente di Confindustria Boccia sollecita giustamente un’operazione di recupero della fiducia per provare a ridare slancio al Paese. Egli indica tre priorità: infrastrutture; formazione e piano inclusione giovani; semplificazioni. Sull’ultimo punto il governo potrebbe varare un decreto legge già nel mese di febbraio. Il cammino è ancora lungo. Restano aperti ancora molti dossier nella maggioranza. A partire da quello sulla prescrizione.

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