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Questa volta la forma diventa sostanza

Oggi sapremo cosa hanno deciso i partiti sulla data in cui discutere e votare la mozione di sfiducia al premier Conte presentata al Senato dalla Lega

Governo

Oggi pomeriggio sapremo cosa hanno deciso i partiti sulla data in cui discutere e votare la mozione di sfiducia al premier Conte presentata al Senato dalla Lega. Salvini vuole che si vada subito ad elezioni, ritenendo che dopo la conclusione dell’esperienza di governo con i Cinque Stelle, la cosa più giusta da fare sia ridare la parola agli italiani. Egli vuole mettersi in gioco in prima persona, forte di un consenso senza precedenti attribuito ad un partito nato con una spiccata vocazione territoriale ed ora interprete di una proposta politica rivolta a tutto il territorio nazionale, come dimostra l’affollata partecipazione al beach tour in corso nelle regioni meridionali, al netto di qualche contestazione.

Nella sua strategia, c’è la volontà di imprimere una svolta ancor più netta alla politica economica, operando con forze politiche più omogenee. Il riferimento è soprattutto a Fratelli d’Italia della Meloni e alla costituenda formazione centrista “Cambiamo” che fa capo a Giovanni Toti. Più prudente la sua posizione su Forza Italia. Egli aspetta di vedere come gli azzurri si comporteranno sul voto di sfiducia a Conte, temendo che, al di là delle posizioni ufficiali pro elezioni, ci sia la tentazione di percorrere strade compatibili con la necessità di evitare un responso che, almeno stando ai sondaggi, potrebbe essere ancora più negativo. Salvini vorrebbe che il voto di sfiducia al premier si tenesse già domani e che a strettissimo giro il Presidente della Repubblica avviasse le consultazioni. E questo per poter far votare gli italiani il 20 ottobre. Ricordiamo che è necessario che intercorrano almeno sessanta giorni tra la data di scioglimento delle Camere e nuove elezioni. Il timing della gestione della crisi, una volta suggellata dal voto in Parlamento, non viene deciso però da Salvini, ma dal Capo dello Stato d’intesa con i

Presidenti di Senato e Camera. Spetta a loro il compito della convocazione dei parlamentari. A tal proposito, qualcuno ha messo in evidenza una contraddizione. Nell’epoca dei social network e delle chat su wathsapp le convocazioni avvengono tramite telegrammi da far recapitare nei luoghi di residenza di deputati e senatori. Circostanza che, anche per questo, renderebbe assai improbabile una convocazione dell’aula di Palazzo Madama per le prossime 24 ore. La data più probabile per la discussione ed il voto sulla mozione di sfiducia a Conte è perciò quella del 20 agosto. Scelta che allungherebbe di una settimana l’avvio formale della gestione della crisi, spostando in avanti la data di eventuali elezioni anticipate, possibili a quel punto solo nell’ultima domenica di ottobre o nella prima di novembre. Salvini sarebbe disposto anche a dimettersi da Ministro dell’Interno, pur di mandare gli italiani alle urne. C’è chi sostiene, infatti, che un candidato premier non fornirebbe quelle garanzie di neutralità che deve possedere il titolare del Viminale per la gestione della fase pre-elettorale.

Luigi Di Maio, forte dell’endorsement ieri di Grillo, ritrovata l’unità interna al Movimento compattatosi dopo la mossa di Salvini, vuole che le elezioni si svolgano solo in seguito all’approvazione della riforma costituzionale della riduzione del numero dei parlamentari. Riforma prevista nel contratto di Governo, ormai all’ultimissimo miglio, e che comporta un allungamento dei tempi necessari per tornare a votare, essendo probabile un referendum confermativo ed indispensabile una riorganizzazione dei collegi elettorali. Domani si riunisce anche la conferenza dei capigruppo della Camera, dove il Movimento si gioca, appunto, la partita del taglio dei 345 parlamentati: 230 a Montecitorio e 115 a Palazzo Madama. I Cinque Stelle, pur avendo dimezzato i propri voti alle elezioni europee a beneficio della Lega, in Parlamento hanno il doppio dei senatori e dei deputati e, quindi, conservano ampi margini di manovra. Non è un caso che negli ultimi giorni si sia parlato con insistenza di strategie alternative, come per esempio quella di far votare al Senato prima la mozione di sfiducia a Salvini presentata dal Pd e poi quella a Conte. In campo c’è anche il lodo Grasso, il quale vorrebbe che, al momento del voto a Palazzo Madama sulla mozione leghista, tutte le opposizioni uscissero dall’aula in modo da abbassare il quorum e consentire ai pentastellati di prevalere numericamente sui senatori del Carroccio. Nella determinazione finale del timing della gestione della crisi non va dimenticata la richiesta di Conte a Casellati e Fico di comunicazioni al Parlamento. Retroscena giornalistici parlano di comunicazioni articolate e circostanziate, fatte con l’intento di restituire al mittente (e cioè a Salvini) l’accusa di aver trasformato l’Esecutivo del cambiamento in “Governo dei No”.

Per quanto concerne il Pd, il discorso è più articolato. Un assist ai Cinque Stelle è stato dato dalla componente che fa capo a Matteo Renzi. L’ex premier in queste ore sta ripetendo che sarebbe folle andare a votare, che serve un Governo istituzionale e che il Parlamento prima di sciogliersi deve approvare in via definitiva la riforma della riduzione del numero dei parlamentari. Il segretario Nicola Zingaretti al momento ha un disegno diverso. Anche lui come Salvini vuole andare subito ad elezioni. Vuole insistere, anche dal punto di vista della narrazione pubblica, sulla contrapposizione destra-sinistra. Zingaretti coltiva anche il disegno di cambiare la pattuglia di parlamentari dem per renderli più compatibili con la propria leadership e la propria linea politica. Il segretario del Pd deve fare i conti anche con chi, come Franceschini (in buoni rapporti con il Presidente della Camera) sta lavorando da tempo ad un’intesa strutturata con i Cinque Stelle, come dimostra la gestione delle nomine ai vertici del Parlamento europeo.

La partita della crisi potrebbe chiudersi in fretta o protrarsi per settimane. Potrebbe portare ad elezioni anticipate ad ottobre o alla formazione di un nuovo Governo, che qualcuno immagina addirittura come di legislatura. Dopo il voto di sfiducia (sempre che ci sarà) la parola passerà al Capo dello Stato che, concluse le consultazioni, può intraprendere diverse strade. La prima: rinviare Conte alle Camere per verificare se esista una nuova maggioranza disposta a sostenerlo. La seconda: conferire un mandato esplorativo ad una figura istituzionale per verificare la presenza di una maggioranza alternativa a quella che ha governato finora. Si ipotizza un incarico a Fico immaginando che egli abbia la capacità di portare avanti il dialogo tra Cinque Stelle, parte del Pd e sinistra, con il sostegno anche di quei parlamentari di altri partiti che non intendono lasciare il seggio, sapendo che non riuscirebbero più a riconquistarlo. La terza: dare un incarico ad una personalità di garanzia, che con un Governo molto snello porti il Paese al voto a fine ottobre o ad inizio novembre.

La forma diventa sostanza. Il “fattore tempo” rappresenta l’elemento attraverso il quale non solo risolvere la crisi di Governo, ma anche creare i presupposti per nuovi assetti politici. Un conto è il voto in autunno. Altro è nella primavera o nell’estate del 2020, se non addirittura a scadenza naturale e dopo aver eletto il Capo dello Stato. L’attuale geografia politica potrebbe cambiare. Anche per questo tutti hanno fiducia in Mattarella e nella sua capacità di gestire con equilibrio e buon senso questa fase molto delicata. La partita è molto più ampia del semplice voto su una mozione di sfiducia.

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