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In Puglia e Basilicata

La riflessione

Sud, la nuova frontiera indicata dalle città

Il «bovarismo» culturale che frega Matera 2019

A Bari sta sorgendo una innovativa City School per stimolare nuove teorie utili al governo della città complessa di Terzo millennio

17 Giugno 2019

Gianfranco Dioguardi

A Bari sta sorgendo una innovativa City School per stimolare nuove teorie utili al governo della città complessa di Terzo millennio. Lo scopo è quello di formare figure professionali con specifiche competenze manageriali in grado di contrastare la complessità urbana emergente.

Ma perché questo innovativo e unico esperimento di formazione di nuovi manager urbani nasce proprio a Bari, in Puglia, nel nostro Mezzogiorno? Bari è sempre stata uno stimolante laboratorio di innovazione sociale e politica: ricordo Tecnopolis da me presieduta negli anni’80 del Novecento, ideata dal Prof. Aldo Romano come primo esempio di parco scientifico tecnologico seguito in molte altre realtà italiane. Significativo, poi, è l’antico collegamento fra Bari e Matera, stabilito già prima che la città della Basilicata diventasse capitale della cultura, un evento che ha avuto fra i protagonisti Vincenzo Viti - con le sue esperienze di politica urbana contribuì in modo significativo alla rivalutazione dei «Sassi», attraverso il riesame della loro storia seguendo le geniali intuizioni di Adriano Olivetti. 

Antonio Felice Uricchio, illuminato rettore dell’università barese, si è immediatamente dichiarato favorevole all’iniziativa della City School, alla quale ha anche aderito con entusiasmo il sindaco Antonio Decaro, presidente dell’ANCI. I concetti innovativi che caratterizzano l’istituzione della City School hanno trovato riscontri subito favorevoli anche negli ambienti scolastici, quindi fra i più giovani ai quali la nuova istituzione vuole rivolgersi affinché sviluppino una nuova coscienza civica sulla città che abitano e che quotidianamente frequentano. Si è così anche sottoscritta una convezione con il Convitto Nazionale Cirillo di Bari, dove sono presenti i tre licei più significativi (classico, scientifico, artistico) – convenzione che si auspica possa nel tempo essere estesa a tutte le scuole superiori del territorio cosicché, utilizzando le opportunità del rapporto «scuola-lavoro», venga effettuata una serie di conferenze mirate a illustrare appunto ai ragazzi le finalità didattiche e gli sbocchi professionali della City School, stimolando in loro una nuova coscienza urbana a mano a mano che vanno formandosi le loro personalità professionali.

Le giovani leve rappresentano oggi quella posterità che presto assumerà la responsabilità del mondo futuro: ecco perché intervenire su di esse è di importanza estrema se davvero si vuole modificare l’attuale stato dei fatti. È necessario ricominciare a riproporre proprio nelle scuole valori fondamentali affinché siano effettivamente assunti da personalità giovani in via di formazione, sensibilizzandole proprio sui concetti di civiltà urbana e sui nuovi modi di concepire e vivere la città del futuro.
Fra l’altro, si richiede ai ragazzi di indicare i problemi da loro avvertiti nella città in cui vivono per segnalarli ai docenti della City School così da stimolarli nella formulazione di nuove teorie sul governo urbano da insegnare nei corsi loro affidati.

Tutti questi sono motivi importanti, che hanno indotto a privilegiare Bari come prima sede sperimentale della City School. Ma vi è anche un’altra e forse più significativa ragione che merita riflessione.
Si è scelto Bari perché ritengo che proprio da Bari e dalla Puglia possa nascere una «rivoluzione» che cancelli il termine «meridionalismo» e i concetti che lo connotano. Oggi è tempo di cambiare sostanzialmente la mentalità degli abitanti del Mezzogiorno, un territorio nel quale sia pure grazie proprio al meridionalismo assistenziale si è sviluppata una classe dirigente che ha imparato a essere manageriale. Quei cittadini, quella classe dirigente deve oggi sapersi trasformare in classe imprenditoriale – un fenomeno peraltro già in atto e in positiva evoluzione in particolare proprio in Puglia, dove sono sorti esempi di significative imprese generate dall’immaginazione innovativa tipica della nostra terra.

La figura dell’«imprenditore» è stata ed è ancora spesso bersaglio di aspre critiche data la sua storia punteggiata purtroppo da innumerevoli situazioni negative. Tuttavia, l’imprenditore rimane l’unico vero protagonista dello sviluppo economico e della creazione di nuovi posti di lavoro, l’unico vero produttore di nuova ricchezza nazionale che, una volta realizzata, potrà e dovrà essere ridistribuita dall’azione politica. A questo proposito occorre tenere sempre ben presente il fatto che se non si realizza prima la produzione e la conseguente accumulazione di ricchezza, ogni ridistribuzione tenderà ad abbassare il livello di benessere nazionale in obbedienza all’errata ideologia che persegue non l’incremento del benessere generale bensì il suo depauperamento distributivo favorendo una povertà generalizzata.
Pertanto, nell’invocare una larga diffusione di imprenditorialità, il territorio meridionale va pensato non più come area depressa perennemente alla ricerca di sovvenzioni o elemosine statali come è successo nei tempi passati della Cassa del Mezzogiorno – progetto che fu allora certamente di grande rilievo per lo sviluppo sociale ed economico di un’area depressa che oggi deve diventare una nuova frontiera, dove una nuova grande imprenditorialità individuale renda ciascuno «imprenditore di sé stesso» per trasformare in concretezza l’estro creativo tipico dei pugliesi e dei meridionali destinato ad auspicati successi.

Va dunque cancellata l’immagine negativa che da sempre caratterizza il nostro Mezzogiorno: la nostra terra deve essere ricordata e ammirata alla stregua di quelle aree europee fortemente depresse oggi completamente risorte: la ex Germania dell’Est, le nazioni che hanno subito e superato la dittatura del comunismo sovietico, l’Irlanda e il Portogallo oggi in brillante fase di sviluppo dopo gravi crisi politiche ed economiche. Perché mai il nostro Mezzogiorno, così ricco di grandi e intelligenti potenzialità, non può diventare protagonista di un’analoga autonoma riscossa socioeconomica riscoprendo in sé stesso il coraggio di un proprio sviluppo imprenditoriale indipendente dai pur necessari normali e ordinari contributi dello Stato centrale?

Così, mi fa piacere ricordare John Fitzgerald Kennedy, un Presidente leader che fu capace, nonostante le inevitabili critiche, di offrire grandi stimoli di innovazione politica al popolo degli Stati Uniti. Designato come candidato democratico per le elezioni presidenziali americane, il 15 luglio 1960, tenne un discorso a Los Angeles dove fra l’altro affermava: “questa sera mi trovo nel West dove un tempo sorgeva l’ultima frontiera. […] I pionieri […] Non erano schiavi dei loro dubbi[…] Il loro motto non era «ognuno per sé» ma tutti per la causa comune”.

E il nostro West è ancora il nostro Mezzogiorno.
Kennedy così proseguiva: “La nuova frontiera di cui parlo oggi non è fatta di promesse. È fatta di sfide. Sintetizza non ciò che io intendo offrire al popolo americano, bensì quel che intendo chiedere al popolo americano. Fa appello all’orgoglio degli americani non al loro portafoglio, offre la promessa di ulteriori sacrifici anziché di maggiore sicurezza […] Chiedo a ognuno di voi di essere pionieri di questa nuova frontiera. Il mio appello è rivolto a chi è giovane dentro, indipendentemente dall’età”. Eletto Presidente degli Stati Uniti nel suo discorso inaugurale ribadì gli stessi concetti: “il successo o l’insuccesso definitivo del nostro progetto starà più nelle vostre mani che nelle mie. […] Perciò non chiedetevi cosa il vostro paese può fare per voi, ma cosa voi potete fare per il vostro paese”.
Parole che suonino di buon auspicio per un nuovo Mezzogiorno propositore di efficiente imprenditorialità nel futuro prossimo venturo.

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