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CONTADINO - Grano in Africa

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A Natale si può dare di più, dice la pubblicità. Sì ma come? Lo spot pubblicitario del panettone ci fa vedere immagini di bimbi africani. Perché la mente va subito a quelli meno fortunati. Ma non basta far del bene, diceva il filosofo: bisogna farlo bene. E allora: come si può aiutare l’Africa concretamente, accompagnandola a crescere, a testa alta e non in una condizione di subalternità, magari anche arginando l’immigrazione disperata verso l’Europa?

II gruppo di lavoro Cooperazione internazionale allo sviluppo di Confindustria si è dedicato recentemente a dare queste risposte. Che vanno lette attentamente in Italia. Perché molte di queste risposte servirebbero anche a far crescere le zone più sofferenti del Meridione d’Italia, dove poco hanno creato elemosine di Stato e sussidi a pioggia.
C’è un’Africa che muore di fame e di sete. C’è una piccola Africa di grandi imprese dal fatturato miliardario. C’è un’Africa che migra disperata verso l’Europa. Ma c’è anche un’Africa che chiede all’Europa di investire nel suo territorio dotato di risorse naturali che all’Europa mancano. Un’Africa che chiede all’Europa di diventare partner nella formazione, nell’impresa, nella costruzione di infrastrutture.

Nel Corno d’Africa, ad esempio, c’è una grande attrazione verso l’Italia. Tra Etiopia, Eritrea e Somalia è finalmente scoppiata la pace, dopo anni di guerra lacerante. A Conte, il primo premier straniero che ha visitato il Corno d’Africa dopo la fine della guerra, gli Africani hanno chiesto sostegno politico verso l’Europa, ma soprattutto formazione e infrastrutture. Formazione significa insegnare a fare impresa. Significa indiscutibilmente disponibilità, sforzo, sacrificio. Ma una nuova impresa in Africa può anche significare un partner per un nuovo mercato per l’impresa italiana o europea formatrice. E lo stesso impegno europeo nelle infrastrutture africane, nelle strade e nelle ferrovie che collegano ai porti, può essere ripagato dall’Africa con quelle materie prime di cui l’Europa scarseggia. È quel che fa la Cina con l’Africa. Perché non lo fa, ancora meglio, l’Europa, trattando l’Africa veramente come partner di pari dignità?

Uno dei progetti più interessanti a cui sta lavorando Confindustria si poggia su 3 pilastri. Innanzitutto si parte dal dato che in Africa le grandi aziende non mancano: ci sono circa 700 aziende africane che fatturano oltre mezzo miliardo l’anno. Quelle che mancano sono le piccole e medie, quelle che invece rappresentano l’ossatura economica italiana. E allora la prima azione deve portare a partenariati tra privati in cui le aziende italiane (o europee) diventano tutor delle aziende africane interessate che però stentano a decollare. Una volta formate grazie all’azienda tutor, le aziende africane possono diventare partner dell’azienda tutrice che può aprirsi così nuovi mercati dove collocare i propri prodotti.
Il secondo pilastro di questo progetto riguarda l’inclusione sociale e coinvolge gli immigrati africani in Italia. Per favorire la loro inclusione ci sono due modi: creare loro competenze per inserirli nelle aziende italiane che necessitano di manodopera oppure per favorire il loro ritorno nei Paesi d’origine. Esempio: contribuisco a formare immigrati nei settori della tipografia, della sartoria, della pelletteria e poi favorisco il loro ritorno nei loro Paesi aprendo tipografie e sartorie in Nigeria o in Etiopia.
Il terzo pilastro consiste nella possibilità di finanziare, attraverso green bond, imprese sostenibili in Africa con l’alleanza di banche, imprese, università, fondazioni. Si può replicare che il rischio d’investimento per le imprese in Africa esiste. Ma è anche vero che esistono fondi europei di garanzia che coprono una gran parte di questi rischi.

Davanti alle immagini drammatiche di morti premature per fame o per sete, si pensa che il cibo in Africa non esista. E invece esiste, in molti casi, ma mancano le celle frigorifere e i silos per conservarlo, per non farlo deperire. Perché non impegnarsi a fornirle, anche chiedendo in cambio quelle materie prime che in Europa scarseggiano? Perché non favorire uno scambio dignitoso occupando uno spazio che attualmente, nonostante la lontananza fisica, è appannaggio soprattutto dei cinesi?

L’Africa chiama l’Italia. L’Africa vuole l’Europa. Ma è stato calcolato che nei prossimi 30 anni in Africa ci saranno 500 milioni di nuovi consumatori, un nuovo mercato immenso. Questo significa che paradossalmente sarà anche l’Europa ad aver bisogno dell’Africa. E questo rende quindi urgente l’impegno europeo per l’Africa, un partenariato autentico, uno scambio di pari dignità tra Nord e Sud, tra Continente e Continente, senza elemosine tra Stati. Perché chi riceve l’elemosina si sente inutile e dipendente. Mentre chi riceve formazione si eleva fino al punto da rendersi indispensabile per il partner che gliela offre e per gli altri. È un concetto che vale sicuramente per il rapporto tra Europa ed Africa. Ma è un concetto che potrebbe valere ugualmente per una nuova alleanza tra le aree più floride del Nord Italia e le aree più sofferenti del Meridione, dove forme efficaci di partenariato avrebbero molto più valore di una elemosina di Stato.

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