Sabato 23 Marzo 2019 | 19:46

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Se nel mondo delle «bufale» Vasco Rossi canta la verità

Ora se un cantante come Vasco Rossi, che riesce a fare un concerto con 250mila persone, sente il bisogno di parlare della verità una ragione deve pur esserci. La ragione è che la verità da essere affare dei filosofi è diventato il nostro grattacapo quotidiano

Vasco Rossi

Da ieri è in circolazione il nuovo singolo di Vasco Rossi. Il titolo è impegnativo e fuori dagli schemi abituali della musica leggera: «La verità». Lo stesso Komandante ha definito il brano una provocazione. Il testo è molto bello e invita a meditare.
Ora se un cantante come Vasco Rossi, che riesce a fare un concerto con 250mila persone, sente il bisogno di parlare della verità una ragione deve pur esserci. La ragione è che la verità da essere affare dei filosofi è diventato il nostro grattacapo quotidiano.

Chiunque ormai ha a che fare con la verità, meglio con il suo contrario: il falso, la bugia. Si può cominciare dalle merci taroccate che avvelenano l’economia e talvolta la nostra salute. Finanza, Carabinieri e Polizia sequestrano di tutto: dalle magliette alle scarpe, dagli orologi agli occhiali.

Un tempo si falsificavano solo le opere d’arte o comunque qualcosa di molto importante. Un falso passato alla storia è la «Donazione di Costantino», l’atto con cui l’omonimo imperatore avrebbe attribuito larghissime concessioni alla Chiesa di Roma. Ci vollero secoli per smontare la bugia, grazie all’ingegno e al lavoro del grande umanista Lorenzo Valla. I falsi sono il terrore di galleristi e direttori di musei anche oggi.
Ma la verità e l’altra sua faccia, la menzogna, sono ora al centro dell’attenzione soprattutto per l’impatto mediatico. Il mondo dell’informazione è inquinato dalle cosiddette fake news. La loro diffusione esponenziale, con tutta una serie di riflessi sulla vita sociale e politica, ha un’origine precisa e si chiama Internet. Le cause sono di un duplice ordine. Il primo è sostanziale: nella

Rete il falso non esiste, perché la copia di ogni dato (immagini, testi, filmati, suoni) è indistinguibile dall’originale e riproducibile all’infinito in brevissimo tempo. Se non possiamo riconoscere una copia, è del tutto evidente che non possiamo conoscere l’originale. Immaginatevi il Louvre e tutti i musei del mondo con migliaia di Monna Lisa a disposizione, tutte perfettamente «originali». Sarebbe il caos.

L’altro elemento che contribuisce alla diffusione di fake news è la facilità di accesso alla Rete da parte di tutti. Una grande conquista democratica e una straordinaria affermazione del diritto alla libera manifestazione del pensiero. Ma con tutti i pro e i contro. Perché chiunque oggi volesse «creare» fatti, dichiarazioni, eventi potrebbe farlo. E in molti ormai lo fanno, per divertimento, per ideologia, per antipatia o simpatia verso qualcuno. Per avere un minimo di sicurezza rispetto a ciò che circola in Rete è nata una specifica tecnica: il «fact checking». Cioè il controllo dei fatti. Nonostante questo le notizie false, le bufale dilagano, a velocità impressionante. Già 150 anni fa Mark Twain sosteneva che «Una bugia fa in tempo a viaggiare per mezzo mondo mentre la verità si sta ancora mettendo le scarpe». Generano un curioso fenomeno: se c’è una notizia sgradita ancorché vera, è sufficiente definirla una fake news perché perda ogni efficacia e ogni valore.
In queste condizioni è facile alimentare il clima di confusione, di incertezza, di inattendibilità. Per cui l’affermazione più strillata o pronunciata da chi abbiamo deciso a priori che non mente diventa la verità. Terreno molto fertile per gli uomini «soli al comando».

Ma la verità ci mette anche del suo. Perché per affermarsi richiede due qualità importanti, da parte di chi annuncia e di chi ascolta. Sono il coraggio e il rispetto. Il sacrificio di tanti giornalisti, che per mestiere sono tenuti a raccontare la «verità sostanziale dei fatti», è un esempio del coraggio necessario. Ma anche chi ascolta deve avere fegato, perché accettare la verità è difficile, solo le grandi personalità sanno farlo. Si pensi a una sconfitta politica: l’esito di un voto non è altro che l’affermazione di una verità. È difficilissimo farsene una ragione e allora si dà fondo a tutto l’armamentario dialettico per negare la sconfitta o quantomeno per minimizzarla.

Il rispetto della verità impone che essa non sia intaccata, per esempio raccontandone o recependone solo la parte che fa comodo o che piace. Una verità parziale, ha sentenziato la Cassazione, equivale a una bugia. Oggi le bugie hanno perso anche lo stigma del peccato, sono strumento di lotta politica, sociale e professionale ampiamente utilizzato e senza alcun rimorso. Tirano in ballo una parola che contrariamente al termine verità non è molto gettonata: si chiama onestà. Indro Montanelli insegnava ai colleghi che è una parola che non evita gli errori, ma «evita le distorsioni maliziose quando non addirittura malvage, le furbe strumentalizzazioni, gli asservimenti e le discipline di fazione o di clan di partito». Ma ai suoi tempi le bufale erano rare e riconoscibili, non c’era la massa di fake news in circolazione oggi. È per questo che scendono in campo anche i cantanti come Vasco per avvertire che «La verità fa male / La verità è che tutti possono sbagliare / Devi sapere da che parte stare».

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