Se la casa e l’abitare sono diritti dell’uomo, costruire nuovi alloggi è una delle risposte. Parola del commissario europeo Dan Jørgensen nel “Piano per gli alloggi a prezzi accessibili”.
E se l’emergenza abitativa si accanisce sui meno abbienti, quel commissario che propone di costruire di più non è un compagno che sbaglia, ma un socialista che si ricorda da dove viene e dove dovrebbe andare.
Certo, pur se nella chiara evidenza è molesto dirlo, i problemi della scarsità di case non si risolvono solo con la costruzione di nuovi alloggi, ma affiancando altri rimedi, tutti elencati nel Piano Jørgensen. Ma patti chiari, senza la costruzione di nuovi alloggi tutti gli altri rimedi finiscono per iscriversi nell’antologia delle giaculatorie e del miracolismo.
Che poi, prendendola un po’ alla lontana, a consumo dei nostalgici o dei raffinati, lo disse pure Filippo Turati, quando, insegnando non tanto la casa quanto il metodo della politica, informò che essa – la politica – è una tecnica e che in fondo anche il socialismo è una tecnica, perché lo si ritrova “nella macchina a vapore, più che negli ordini del giorno; nell’elettricità più che in molti dei nostri congressi”; ma, sempre prendendola alla lontana, pure Amintore Fanfani non omise d’individuare nell’ispirazione cristiana i suoi diversi Piani per la casa e li situò quindi in un intento democratico e cristiano. Ma se poi vogliamo dircela tutta, fuori da ogni nostalgia o strumentalizzazione, impegnarsi per dare alle persone il cibo per la pancia e il tetto per la testa sono i primi compiti di chiunque voglia prendere sul serio il lavoro della tecnica politica, ispirato o meno da qualche novella laica o religiosa.
Ed è proprio da qui che il Piano europeo sugli alloggi ci mette di fronte a uno dei guai più grandi che abbiamo. Non è un libro dei sogni, né una specialità regolatoria della solita Europa che innanzitutto gli europeisti non vorrebbero vedere più, ma una presa d’atto sulla realtà, tanto brutale quanto chiara. In Europa mancano case, ne mancano troppe e mancano a chi se la passa peggio. Mancano dove servono di più, nelle città che attraggono lavoro, studio e servizi; e mancano a prezzi che salari normali non possano reggere senza sacrificare tutto il resto della vita. Per questo il Piano parte da una verità semplice e quasi scandalosa nella sua ovvietà: se l’offerta non cresce, nessuna organizzazione, regolazione o procedimentalizzazione potrà mai funzionare sul serio.
Il cuore del Piano è nel costruire di più, meglio e a prezzi accessibili. Farlo sbloccando investimenti pubblici e privati, semplificando procedure che oggi trasformano ogni cantiere in una via dolorosa, modernizzando il settore delle costruzioni, recuperando patrimonio inutilizzato (in Puglia questo è stato ampiamente fatto con i vari Piani casa, ma apriti cielo solo a ricordarlo), regolando le locazioni brevi e pure contenendo la speculazione quando questa sostituisce l’economia reale. Il tutto senza rinunciare alla qualità e all’efficientamento energetico.
Non è un Piano nato per coccolare i tic bulimici del mercato, ma per usare la sua provata virtù ed evitare di mettere in vendita, a buon mercato, la dignità delle persone.
Una decisione politica incapace d’incidere sull’offerta di alloggi, incentrata su regole, organizzazione e affitti, somiglia a lanterne volanti lanciate nell’illusione che raggiungano il cielo.
Costruire case non è un’eresia neoliberista né un inchino devoto al cemento; è un atto tecnico, quindi politico, democratico, cristiano, socialista, ma soprattutto umano.
Assicurarsi che nessuno debba scegliere tra mangiare e abitare, tra pagare l’affitto o il riscaldamento, sono atti di buon senso. E, come spesso accade, il buon senso è la forma più trascurata della giustizia.














