Martedì 10 Febbraio 2026 | 16:00

Lance affilate e scudi alzati, quando la politica ricorda le legioni romane

Lance affilate e scudi alzati, quando la politica ricorda le legioni romane

 
Ettore Jorio

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Ettore Jorio

Lance affilate e scudi alzati, quando la politica ricorda le legioni romane

C’è una politica che oramai può essere definita armigera. Non nel senso nobile della difesa delle istituzioni, ma in quello più cinico dell’attacco e della protezione selettiva. Una politica che ricorda le legioni romane: lance ben affilate e scudi saldamente impugnati. Solo che, oggi, non servono a difendere la res publica, bensì a colpire chi controlla e a proteggere chi conta

Martedì 10 Febbraio 2026, 13:07

C’è una politica che oramai può essere definita armigera. Non nel senso nobile della difesa delle istituzioni, ma in quello più cinico dell’attacco e della protezione selettiva. Una politica che ricorda le legioni romane: lance ben affilate e scudi saldamente impugnati. Solo che, oggi, non servono a difendere la res publica, bensì a colpire chi controlla e a proteggere chi conta.

Le lance vengono scagliate contro il sistema dei controlli, contro la magistratura nel suo complesso aggredita con una inutile e dannosa revisione costituzionale. Contro chi prova a esercitare una funzione di vigilanza. Un assalto continuo, culturale prima ancora che normativo, che punta a delegittimare l’idea stessa di responsabilità. Perché chi controlla disturba. Chi indaga rallenta. Chi chiede conto diventa un nemico.

Gli scudi, al contrario, sono distribuiti con grande generosità. Servono a schermare chi si è reso responsabile di danno erariale, persino quando quel danno affonda le radici nel passato. Servono a garantire l’impunità amministrativa, quando non addirittura politica. E servono, almeno a parole, anche per le forze dell’ordine: celebrate pubblicamente, osannate nei discorsi ufficiali, ma poi lasciate con aumenti irrisori, spesso pochi euro al mese. Uomini e donne, in larga parte monoreddito, mandati per strada senza adeguate tutele, senza strumenti, senza neppure il tempo di capire chi abbiano davanti.

Poi ci sono gli scudi invisibili. Quelli che non si vedono, ma funzionano benissimo. Gli scudi riservati ai potenti, a chi riesce a collocarsi al di sopra della normalità giuridica, a chi gode di privilegi negati ai cittadini comuni. Le storie sono numerose, ma una in particolare colpisce per dimensioni e per modalità.

È una vicenda di proporzioni enormi, che ha visto il ricorso a forme di protezione anche all’interno della magistratura contabile, fino a determinare la messa in sonno di un fatto gravissimo, scovato dalla Sezione di controllo della Corte dei conti nell’ottobre 2023. Parliamo di una quasi miliardata di euro iscritta nell’attivo dei bilanci delle ASL laziali e dunque del consolidato regionale del 2022 come note di credito per errate remunerazioni riconosciute ai privati accreditati durante l’era presidenziale di Nicola Zingaretti. Un credito che avrebbe dovuto essere recuperato e che invece non lo è mai stato.

Quel denaro è rimasto teoricamente dov’era, trasformandosi di fatto in un indebito beneficio per i privati coinvolti e in una perdita secca per l’erario, perché chissà come compensato. Il tutto nel segno di una filosofia antica quanto pericolosa evocata in una tarantella napoletana del 1944 scritta da Peppino Fiorelli e musicata da Nicola Valente, cantata in una città piagata dalla guerra ma resiliente e speranzosa. Quella che si registra oggi è invece una resa istituzionale spacciata per pragmatismo, che cancella le responsabilità e normalizza l’eccezione.

Il messaggio che passa è devastante. Chi prova a fare bene, chi tenta di riaprire i dossier, chi insiste sulla legalità viene isolato, silenziato, messo a tacere da chi ha più peso. Ne derivano fratture interne, contenziosi, scontri che finiscono per emergere anche all’esterno delle amministrazioni, lasciando intravedere un sistema che si difende non dalla corruzione, ma dal controllo.

E il risultato finale è sempre lo stesso: casse rimpinguate indebitamente, nessuna sanzione per responsabilità penale, nessuna reale azione risarcitoria. La sensazione, sempre più diffusa, che la legge non sia uguale per tutti. Che esistano cittadini e cittadini. E che, mentre le lance colpiscono verso l’alto, gli scudi restino saldamente piantati a protezione di chi il potere lo esercita senza pagarne il prezzo.

Per non parlare dello scudo penale introdotto con il cd. decreto semplificazioni — soprattutto durante la pandemia — che ha modificato la disciplina dell’abuso d’ufficio per alcuni pubblici ufficiali, introducendo limiti alla responsabilità penale e ampliando casi di esclusione di colpa grave. Questo scudo, sebbene originariamente temporaneo, è stato più volte prorogato sino ad essere abrogato del tutto. Con buona pace, di «chi ha avuto, ha avuto, ha avuto. Chi ha dato, ha dato, ha dato. Scurdammoce ô ppassato» e di chi sarà libero di abusare come vuole del proprio ufficio.

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