Martedì 10 Febbraio 2026 | 16:02

Da Tokio agli Usa fino a Roma, a volte la democrazia vive in bilico sul filo del rasoio

Da Tokio agli Usa fino a Roma, a volte la democrazia vive in bilico sul filo del rasoio

 
Carmen Lasorella

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Carmen Lasorella

Da Tokio agli Usa fino a Roma, a volte la democrazia vive in bilico sul filo del rasoio

«Gambaru». La parola è giapponese, si tratta di un verbo molto comune nella lingua del Sol Levante. L’ha adoperata meno di un mese fa nella sua visita a Tokyo, dove domenica i cittadini sono tornati alle urne, Giorgia Meloni. Significa dare il meglio di sé nei momenti difficili, vincendo i propri limiti...

Martedì 10 Febbraio 2026, 13:14

«Gambaru». La parola è giapponese, si tratta di un verbo molto comune nella lingua del Sol Levante. L’ha adoperata meno di un mese fa nella sua visita a Tokyo, dove domenica i cittadini sono tornati alle urne, Giorgia Meloni. Significa dare il meglio di sé nei momenti difficili, vincendo i propri limiti. La presidente si riferiva alle relazioni nippo-italiane in essere da 160 anni - nei suoi auspici - da rendere più forti che mai. «Gambaru», invece, guardando alle Olimpiadi di Milano-Cortina, appena cominciate. Sovvengono i volti e le storie delle atlete e degli atleti, tra sorrisi puliti e bandiere, delle 92 delegazioni di altrettanti paesi arrivate in Italia dai cinque continenti per cimentarsi, pieni di entusiasmo, uguali al nastro di partenza, nella conquista di nuovi traguardi.

Sulle proteste e sui disservizi, pure evidenti, spicca l’immagine radiosa della prima medaglia d’oro italiana: Francesca Lollobrigida, pattinatrice di velocità sui 300 metri. Ha in braccio il suo bambino, quasi più felice della mamma, che ha saputo regalare straordinarie emozioni all’intera comunità internazionale. Un’icona finalmente positiva, simbolo di bellezza, nella dolcezza che può vince la forza con il sacrificio e l’impegno, interrompendo la sequenza intollerabile di immagini di violenza, abusi ed esibizione di potere, consegnata dalla cronaca dei nostri tempi alla comunicazione quotidiana.

Ma perché è stata adoperata la parola «gambaru» a proposito di relazioni bilaterali? E soprattutto, cosa sta succedendo in Giappone? Giorgia Meloni è stata abile. In visita nel gennaio scorso, è arrivata prima tra i leader europei in un paese che sta cambiando pelle ed ha incontrato la neoeletta premier Sanae Takaichi. Due donne, per la prima volta alla guida dei rispettivi paesi. Feeling immediato. Entrambe della destra nazionalista, pragmatiche, in sintonia sull’aumento delle spese per la difesa, sui temi di geopolitica, economia, cantieristica navale, aereospazio. Entrambe insofferenti ai limiti e ostili alle politiche inclusive dei migranti. La Takaichi, come la Meloni, lune piene nell’orbita Trump, che non ha infierito sui dazi, mentre rifornisce le due signore di armi e tecnologie a caro prezzo.

Con soddisfazione reciproca, le premier hanno firmato un partenariato strategico speciale, vale a dire le relazioni più strette dal dopoguerra, soprattutto in fatto di sicurezza economica, difesa, ricerca cyber, intelligenza artificiale, controllo dei fondali marini, che potrebbero spalancare sinergie estese dagli ambiti tecnici ed economici alla politica. Non è da escludere, che la Takaichi abbia confidato alla nuova amica europea la strategia, che di lì poco avrebbe posto in essere per rafforzare la propria leadership.

Ovvero? A pochi giorni dall’incontro, in minoranza alla Camera dei Rappresentanti, che il premier ha il potere di sciogliere, lei lo ha sciolto. Non poteva ripetere l’operazione alla Camera Alta, perché il sistema è diverso, ma i giapponesi sono stati chiamati alle elezioni anticipate per eleggere un nuovo Parlamento. La Takaichi non ha giocato al buio. I sondaggi le attribuivano un significativo gradimento personale presso l’elettorato, soprattutto giovanile. Per l’opinione pubblica giapponese, è lei l’erede designata di Shinzō Abe, il premier diventato quasi un eroe nazionale. Takaichi non ha voluto rimanere ostaggio dell’instabilità governativa giapponese, che guardando al passato suggerisce facili analogie con quella italiana. 68 governi dal 1946 ad oggi in Italia, 60 dal 1947 in Giappone. Governi, brevi, brevissimi e di minoranza. Lei ha forzato il gioco e ha vinto. Anzi, è stato un trionfo.

I risultati accreditano la Takaichi di una maggioranza superiore al 70 per cento. Praticamente, ha verticalizzato il suo premierato. Il Giappone ha svoltato a destra. Ora, si accelereranno le scelte che una leader super votata aveva già anticipato: intensa stagione di decisioni geo-economiche, anche strutturali per la sicurezza del Paese, di nuovo protagonista nell’area dell’Indo-Pacifico. Linea di fermezza nei confronti della Cina, sostegno illimitato al progetto MAGA di Trump. Sull’onda del successo, qualcuno paventa la tentazione di revisioni costituzionali all’interno del rigido sistema istituzionale giapponese, per avere le mani più libere. Anche qui un’analogia, non del passato ma del presente con l’attuale politica italiana. In Giappone, però, l’obiettivo non è il potere della magistratura, che in Italia fa argine al potere politico, piuttosto la modifica dell’art.9 della costituzione giapponese per smantellare il pacifismo post-bellico, tornando a restituire capacità militari offensive alle Forze Armate, nel parallelo incremento delle spese per la difesa. Si aggiungerebbe una clausola sulla gestione delle crisi, con l’attribuzione dei pieni poteri al governo e una singolare modifica dei diritti individuali, rovesciandone la soggettività: prima dei diritti, i doveri.

I commenti sono superflui, le preoccupazioni maggiori. I ministri del governo Takaichi, peraltro tutti riconfermati, nonostante l’insediamento di un nuovo Parlamento, hanno già cominciato a spendersi nelle rassicurazioni: la guerra si farà più vicina? Assolutamente no. I diritti dei cittadini? Sbagliato pensare che diminuiranno. Ma le parole lasciano il tempo che trovano, quando cambiano gli strumenti. Prendiamo il referendum sulla separazione delle carriere nella campagna in corso ragionando da cittadini informati, lasciando da parte la battaglia politica, che già di per sé è un ossimoro. Le revisioni costituzionali non dovrebbero essere quanto più possibile condivise dalla maggioranza e dalle opposizioni? Anzi, citando Pietro Calamandrei, padre costituente e relatore con Giovanni Leone della Carta fondamentale: «quando si discute di Costituzione, i banchi del governo devono rimanere vuoti», (nel supremo interesse del Paese); mentre l’art.138 relativo alle revisioni «è un elogio della lentezza» (a garanzia di ponderazione e misura.) Non è accaduto. Gli emendamenti dell’opposizione sono stati respinti dai voti dei partiti di governo, sono stati ignorati i rilievi e le proposte dei magistrati, il testo è arrivato a tappe forzate alle Camere, da cui, come è entrato è uscito ovvero senza alcuna modifica. Per il Parlamento, un momento triste. Ma a proposito dell’autonomia della magistratura? I toni sono saliti.

Il ministro della giustizia, Nordio è arrivato ad evocare la blasfemia, mentre il suo vice, Francesco Paolo Sisto insiste in ogni occasione sulla prospettiva di una giustizia più vicina al cittadini. Soprattutto, sull’art.104 Cost. che rimane intatto nella parte in cui ribadisce l’indipendenza della magistratura da ogni altro potere, mentre nell’art. 111, già riformato nel 1999, si introduceva la nozione del giusto processo, vale a dire la separazione dei ruoli dei giudici e dei pubblici ministeri. Allora? Tanta agitazione per nulla? Gli italiani continuano a non comprendere, smarriti e diffidenti. La riforma non modernizza il pianeta giustizia, non riduce i tempi dei processi, né sana le carenze di un organico assolutamente inadeguato alla mole del lavoro richiesto e ai controlli indispensabili, nella divisione dei poteri alla base della democrazia.

Bisogna cambiare la domanda, allora: a chi serve? Il fatto è che i diritti non sono parole. Alcuni giuristi si sono cimentati nella verifica dei testi costituzionali dei Paesi autoritari, dove la separazione delle carriere è in essere, con i pubblici ministeri oramai alle dipendenze della politica e i giudici minacciati nelle loro prerogative. Tanto in Russia, quanto in Egitto o in Venezuela, pensando ai casi Navalny, Regeni e da ultimo Trentin, per parlare di ingiustizie note a tutti in sistemi autocritici, un apposito articolo delle rispettive costituzioni descrive l’autonomia della magistratura libera da ogni interferenza. Questo sì è blasfemo. E se il Consiglio d’Europa (41 Paesi) come la stessa Commissione europea (la UE a 27) hanno indicato il sistema giurisdizionale italiano come un esempio riuscito da copiare, perché smontarlo? Sono gli strumenti di autogoverno che fanno la differenza, non le parole. Quando si «manomettono» - come appare, informandosi sui contenuti del referendum - l’effetto può diventare catastrofico con ulteriori derive autoritarie. La democrazia non viaggia a due velocità: tutto per pochi privilegiati, sempre meno per gli altri. La filosofia MAGA di Trump, che ne è oggi un esempio evidente e negativo, è già andata troppo avanti.

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